Cos’hanno in comune un giocatore d’azzardo seduto al tavolo verde di un casinò che gioca a craps ed un ragazzo nel soggiorno di casa con la sua famiglia intento a giocare ad un semplice gioco da tavolo?

Entrambi si preparano a lanciare i dadi!

Nonostante il fattore fortuna, entrambi si aspettano che i dadi siano “giusti”, perché ogni numero ha la stessa probabilità di essere tirato: un nuovo studio, però, dimostra che non è sempre stato così.

In epoca romana, molti dadi erano visibilmente asimmetrici, a differenza dei cubi perfetti di oggi, mentre nel medioevo erano spesso “sbilanciati” nella disposizione dei numeri, dove il numero 1 appare opposto al 2, il 3 opposto al 4 e il 5 opposto al 6.

Questo perché non importava di cosa fossero fatti gli oggetti (metallo, argilla, osso o avorio), o se fossero esattamente simmetrici o coerenti in termini di dimensioni o forma, i lanci erano predeterminati da dei o da altri elementi sovrannaturali: all’inizio, infatti, i dadi erano utilizzati come un sistema divinatorio – l’astragalomanzia – e solo in seguito si sono trasformati in un gioco d’azzardo.

I dadi più antichi ritrovati in Italia risalgono all’epoca etrusca: erano a sei facce, d’avorio ed erano ornati di lettere e non di numeri. Presso i romani i dadi erano utilizzati soprattutto per i giochi d’azzardo, strettamente connessi con Saturno: a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia, i giorni dedicati al dio.

Materiale e forma hanno cominciato a cambiare intorno al 1450, quando i produttori di dadi e i giocatori apparentemente hanno capito che la forma influiva sulla funzionalità, come spiega Jelmer Eerkens dell’Università della California, professore di antropologia e autore di un recente studio sui dadi.

“Stava emergendo una nuova visione del mondo: il Rinascimento. Persone come Galileo e Blaise Pascal stavano sviluppando idee sul caso e sulla probabilità, e sappiamo da documenti scritti che in alcuni casi stavano effettivamente consultando i giocatori”, ha dichiarato, “Pensiamo che chi utilizzava i dadi abbia anche adottato nuove idee sull’equità e sulle probabilità nei giochi”.

“Standardizzare gli attributi di un dado, come la simmetria e la disposizione dei numeri, potrebbe essere stato un metodo per diminuire la probabilità che un giocatore senza scrupoli potesse manipolare i dadi per cambiare le probabilità di un particolare tiro”, continua Eerkens.

I dadi non sono reperti comuni nei siti archeologici, si trovano in genere nelle aree domestiche o nei cimiteri e spesso vengono recuperati come oggetti solitari in un sito e molti non sono datati con precisione.

Dopo aver esaminato centinaia di dadi in dozzine di musei e depositi archeologici nei Paesi Bassi, Eerkens e il suo coautore, Alex de Voogt, dell’American Museum of Natural History di New York, sono stati in grado di assemblare e analizzare attentamente un set di 110 dadi datati attentamente.

Le loro scoperte sono state pubblicate sulla rivista Acta Archaeologica a dicembre.

I ricercatori hanno scoperto alcune cose interessanti:

– I dadi fatti prima del 400, o in epoca romana, sono molto variabili per forma, dimensione, materiale e disposizione dei numeri.

– I dadi sono molto rari tra il 400 e il 1100, corrispondenti al Medioevo.

– Quando i dadi riappaiono intorno al 1100 sono prevalentemente nella configurazione dove i numeri opposti corrispondono ai numeri primi (1-2; 3-4; 5-6), uno stile di numerazione che era popolare nell’antica Mesopotamia e in Egitto. Anche i primi dadi medievali tendono ad essere piuttosto piccoli rispetto ai loro predecessori romani.

– Intorno al 1450 il sistema di numerazione cambiò rapidamente in “sette”, dove i lati opposti si sommano fino a sette (6-1; 5-2; 3-4): i dadi sono diventati altamente standardizzati nella forma, e sono stati resi nuovamente più grandi. La standardizzazione potrebbe essere, in parte, un sottoprodotto della produzione di massa.

Eerkens ha dichiarato di aver studiato i dadi perché costituiscono un elemento conveniente in cui isolare la funzione dallo stile, al contrario di altri reperti trovati nei siti archeologici, come le punte di freccia, un oggetto funzionale utilizzato per la caccia.

Lo studio mostra anche che i dadi, come molti oggetti materiali, riflettono molto sulle mutevoli visioni del mondo delle persone, come conclude Eerkens, “in questo caso, crediamo che segua il cambiamento delle idee sul caso e sul destino”.

Insomma, studiando l’evoluzione dei dadi nel corso della storia dell’uomo è evidente che i giocatori d’azzardo abbiano visto i lanci di dadi come non più determinati dal destino o da forze sovrannaturali, ma come oggetti casuali governati dal caso…