Nonostante i principi base della distillazione fossero conosciuti dagli antichi studiosi greci ed egiziani, incluso Aristotele, prima dell’età dell’oro islamica in tutto il mondo venivano usati metodi di distillazione grezzi, come lasciare il liquore al freddo e bere quello che non si congelava.

Le radici della moderna tecnologia di distillazione, però, sono da ricercare nella storia del mitico alchimista persiano Abu Musa Jabir ibn Hayyan.

Nato intorno al 721 d.C. nell’odierno Iran, visse principalmente a Kufa, nell’Iraq moderno. Fu un periodo tumultuoso, e le fortune di Jabir erano strettamente connesse al potere della dinastia degli Abbasidi: suo padre, una sorta di chimico farmaceutico fu condannato a morte per aver sostenuto l’ascesa della famiglia Abbasid, che, quando prese il potere, conferì a Jabir l’incarico di alchimista di corte del califfo Harun Al-Rashid.

Molti dei metodi e delle classificazioni di Jabir sono ancora in uso al giorno d’oggi, poiché era particolarmente in anticipo sui tempi per le sue ricerche su acidi e alcali. Conosciuto come “padre della chimica” e “padre dell’alchimia”, divenne così famoso che gli storici credono che in realtà molte persone scrivessero usando il suo nome in merito ad una serie di argomenti diversi.

Per confondere ulteriormente gli studiosi, molte delle opere attribuite a Jabir sono state scritte in un linguaggio oscuro e criptico.

Il risultato più importante di Jabir, però, fu l’invenzione dell’alambicco.

L’alambicco è un contenitore pieno di liquido posto sopra una fonte di calore che, collegato da un tubo a un’altra recipiente, consente ai vapori della sostanza riscaldata di passare attraverso di esso, condensare e gocciolare nell’altro contenitore.

Quella condensa, che è l’essenza del materiale distillato, divenne nota come “lo spirito”: poiché l’alcol ha un punto di ebollizione più basso dell’acqua, il riscaldamento del vino in un alambicco provoca l’evaporazione dell’alcool, separandolo dall’acqua.

La scoperta di Jabir fu la chiave per produrre liquori ad alta gradazione: per quanto strano possa sembrare al giorno d’oggi, la società islamica durante l’età dell’oro oscillava tra divieti e una permissività sorprendente quando si trattava di bere, come testimoniato dallo stile di vita del famoso poeta e matematico Omar Khayyam, che ha scritto “una brocca di vino, una pagnotta di pane, e te”.

Ma l’alcol derivato dalla distillazione era spesso usato anche per altri scopi, ad esempio come combustibile per lampade oppure come antisettico.

La conoscenza della distillazione si diffuse rapidamente in tutto il mondo musulmano, che, durante l’età dell’oro islamica, comprendeva parti della penisola iberica e della Sicilia: dal XII secolo, infatti, la distillazione avveniva presso la grande scuola medica di Salerno, la prima del suo genere in Occidente.

Gli scritti di Jabir non furono tradotti in latino fino al 1144, ma nel 1200 il liquore destinato al consumo veniva distillato in Spagna, a cui veniva dato il nome alquanto alchemico di aqua vini: l’acqua della vita.

L’influenza araba nella distillazione del liquore è testimoniata anche dal termine “alcool”, che deriva dalla parola araba “al-kuhul”, inizialmente “polvere per tingere le sopracciglia”, tra gli alchimisti “polvere finissima, impalpabile”, prima che Paracelso gli desse il significato di “elemento essenziale”, da cui “alcohol vini” ovvero  “spirito di vino”.

I riferimenti alle origini dell’alcol nell’età dell’oro islamica abbondano ancora: “eau de vie” è ancora il nome francese del brandy, e persino la parola “brandy” nasconde un indizio per la sua distillazione. Deriva dalla parola olandese brandewijn ovvero “vino bruciato”, il vino che viene riscaldato usando un alambicco.

Così, nonostante Jabir non sia riuscito a scoprire il segreto per trasformare i metalli in oro o della vita eterna, il suo lavoro ha aperto la strada alla produzione di bevande che molte persone considerano proprio l’elisir di lunga vita!