Nel suo “Viaggio in Italia”, Goethe  scriveva “Ecco il momento di accennare ad uno svago caratteristico dei Napoletani: il Presepe”: lo scrittore tedesco, infatti, aveva intuito che il presepe napoletano rappresenta un incredibile insieme di simboli dal sorprendente valore spirituale il cui significato rimanda al cammino di realizzazione iniziatico dell’uomo.

Mio nonno, come la maggioranza dei napoletani più legati alle tradizioni popolari, amava costruirsi da solo il proprio presepe, ed ogni anno ne costruiva uno nuovo, da regalare poi a noi nipotini.

Rappresentazione a tutto tondo della nascita di Gesù, il presepe prende il nome dal latino praesepe o praesepium, ovvero “mangiatoia”, “stalla, grotta” e conta 72 elementi fondamentali : per cominciare, tutta la rappresentazione è misterica e vi sono due aspetti fondamentali a sottolinearlo, ovvero il tempo sospeso e l’ambientazione notturna.

Il primo elemento essenziale del presepe napoletano è la sua struttura, che prevede uno “scoglio”, costituito da un sughero il cui colore scuro,  che è già segno di un aspetto notturno ed è legato ai misteri. Questo simbolo del presepe rappresenta anche il viaggio interiore che affronta l’uomo, che si esprime in due figure cardine (anche se si tratta di due aspetti diversi di un unico personaggio) ovvero Benino e l’uomo della meraviglia.

Il secondo elemento essenziale  è il cielo stellato, che evoca una certa corrispondenza – evidente nell’iconografia della Natività – con la stella: il cielo evoca il viaggio, il percorso misterico in ciò che era “celato”.

Il terzo elemento è il primo personaggio “umano” del presepe: Benino, nella tradizione napoletana raffigurato come dormiente, che qualcuno erroneamente è convinto rappresenti l’umanità indifferente al messaggio di salvezza che viene dalla grotta, in realtà ha una particolare corrispondenza con l’icona dell’Anapesson, ovvero una raffigurazione di Gesù bambino reclinato sul fianco destro e come addormentato, ma con gli occhi aperti, prefigurazione della Passione. Inoltre, il significato onirico dei novanta numeri della Smorfia napoletana coincidono con gli elementi ed i personaggi del presepe come il pozzo (67), la fontana(76), il ponte (68), il mulino (15) o la Morte (5).

Il quarto elemento è il Mulino, che si trova sullo stesso livello di Benino e del castello di Erode, ovvero quello più alto dello scoglio. Il Mulino ha una doppia valenza: è un riferimento al tempo e alla morte (nella smorfia napoletana, infatti, il significato del mulino (15) contiene anche quello della Morte (5)) . La farina e poi il Mugnaio  sono anch’essi riferimenti alla morte e così anche il bianco, il candore della neve nel presepe, richiamano la morte e il mondo dei defunti.

Il quinto elemento essenziale del presepe è il castello di Erode, colui che rappresenta l’autorità illegittima ed iniqua, che oltre ad essere avversario è definito liturgicamente “il forte” – e per questo il Cristo sarà “il Più Forte” – che si oppone al percorso che conduce alla mangiatoia o che, nelle vesti di un falso pellegrino, vuole trovarlo per ucciderlo.

Il cammino intrapreso da Benino comincia con l’assimilazione dei ritmi annuali e cosmici: per questo motivo, al secondo livello, scendendo verso la grotta e le altre grotte troviamo i “venditori”, ognuno dei quali legato ad un singolo mese dell’anno, come nelle cosiddette “quadriglie carnevalesche”, cioè le rappresentazioni che si tenevano fino al 1700 a Napoli.

Tenendo presente questa prospettiva, quindi, il sesto elemento essenziale è il salumiere che rappresenta gennaio.

Il settimo  è il venditore di ricotta e formaggio che rappresenta febbraio, mentre il pollivendolo e venditore di uccelli  rappresenta marzo.

L’ottavo elemento è il venditore di uova, che rappresenta aprile, mentre il nono è una coppia di sposi, che porta un cesto di ciliegie e di frutta e che rappresenta maggio, il decimo è il panettiere o fornaio, che rappresenta giugno, l’undicesimo è il venditore di pomodori, legato a luglio, il dodicesimo è il venditore di meloni, che rappresenta agosto, il tredicesimo elemento è il venditore di fichi o seminatore, che rappresentano, entrambi, settembre, il quattordicesimo elemento essenziale è il vinaio o il cacciatore, che rappresentano ottobre,  il quindicesimo elemento è il venditore di castagne, che  rappresenta novembre,  il sedicesimo elemento è il pescivendolo o il pescatore , che rappresentano dicembre.

Molti personaggi, secondo la lettura possibile a diversi livelli di ogni simbolo, assumono significati diversi: in particolare, il pescivendolo e il pescatore, ricompariranno ad un altro livello di lettura come elementi ugualmente essenziali del presepe e collocabili in un’altra e diversa prospettiva. Il salumiere, poi, si sovrappone spesso al macellaio, che rappresenta però il Diavolo, che ha permesso, tentando l’uomo, che la Morte, “che disfa ogni carne”, entrasse nel Mondo.

Il diciassettesimo elemento è il fiume, che si rapporta alla sacralità dell’acqua che scorre: segno presente in tutte le mitologie legate alla morte e alla nascita divina, le acque rimandano al liquido che avvolge il bambino nel seno materno, ma rimandano anche all’Aldilà, ai fiumi sui quali vengono traghettate le anime dei defunti e non c’è struttura di presepe a Napoli dove il fiume non sia rappresentato con cascate impetuose che precipitano da fenditure della roccia e dove esso non scorra addirittura con acqua autentica attivata da meccanismi tradizionale.

Questo elemento è legato ai successivi, come ad esempio, il diciottesimo, il ponte.

Il diciannovesimo elemento è il pozzo, un punto di passaggio particolarmente temibile: nell’avellinese e nel beneventano, infatti, ai bambini si diceva di fare attenzione ad avvicinarsi ai pozzi, perché si rischiava di essere trascinati giù dalla mano nera. La notte di Natale nell’est Europa, invece, non si beve l’acqua del pozzo e nella stessa area geografica si sosteneva che la notte di Natale in fondo ai pozzi apparissero i volti delle persone che sarebbero morte durante l’anno, a confermare, ancora una volta, che il pozzo è elemento di collegamento col mondo degli inferi.

Il ventesimo elemento essenziale è il cacciatore: qualcuno potrebbe far notare che questa figura sia anacronistica, poiché di solito imbraccia un fucile, mentre, in realtà, le figure in coppia del cacciatore e del pescatore rinviano ad arcaiche rappresentazioni dei cicli ed in genere il cacciatore si colloca in alto, mentre il pescatore è situato in basso, vicino il fiume.

Inoltre, in tutte le antiche tombe egizie, etrusche e italiche sono ricorrenti le raffigurazioni funerarie della caccia e della pesca.

Il ventunesimo elemento è la lavandaia, che si trova nei pressi del fiume, associata all’idea di purificazione.

Il ventiduesimo elemento essenziale è il pescatore, in diretto collegamento con i primi cristiani, che designavano se stessi come pesciolini, perché nati a nuova vita nelle acque battesimali. Gesù stesso, nei primi tempi cristiani, era indicato con il simbolo del “pesce”.

Il ventitreesimo elemento essenziale che appare nel presepe è quello costituito dai mendicanti, che rappresentano i morti (le anime pezzentelle): così come le anime pezzentelle essi appaiono in parte privi dell’uso del proprio corpo e simboleggiano i defunti che attendono di essere aiutati attraverso le preghiere e le opere dei vivi.

Il ventiquattresimo elemento è costituito dalle pecore – e molto spesso le capre – che rappresentano le anime in un percorso che talvolta assume caratteri non solo paradisiaci, ma anche infernali.

Il venticinquesimo elemento è il pastore, che rappresenta uno psicopompo, ovvero la una figura che svolge la funzione di accompagnare le anime dei morti nell’oltretomba, nell’atto di condurre le pecore, che ha spesso alcuni elementi di Ermes/Mercurio.

Il ventiseiesimo elemento essenziale del presepe è la zingara, spesso associata alla chiaroveggenza, che porta con se dei ferri, che preannunciano la crocifissione: la sua presenza è drammatica, poiché essa porta in mano e nel cesto arnesi di ferro, metallo usato per i chiodi della crocifissione. Questo personaggio è collocato vicino all’osteria o in un luogo del presepe lontano dalla grotta: in un certo senso la zingara richiama anche la figura e la funzione della Sibilla Cumana.

Il ventisettesimo elemento essenziale è il monaco: il “munaciello” è uno spirito spesso demoniaco ma anche benigno protagonista di leggende e storie napoletane. Si narra che il munaciello una volta infestata la casa regala i numeri da giocare al lotto a patto che si mantenga il segreto, ma molto spesso fa solo dispetti o addirittura porta la gente alla follia e pesino alla morte. Nelle leggende napoletane questo personaggio è anche messo in relazione con i pozzi, che addirittura amministrerebbe e talvolta avvelenerebbe. Personaggi, non sempre presenti, che appaiono a questo livello della rappresentazione assieme al monaco, sono i monacelli, posti spesso sul ponte e che rappresentano i 12 mesi dell’anno che passano.

Il ventottesimo elemento sono i bambini, considerati alla stregua dei poveri e che nel folclore sono considerati vicari dei morti perché sono privati della possibilità di bere e di mangiare: per tale motivo le offerte di cibarie e di bevande ai defunti possono effettuarsi mediante elemosine o elargizioni ai mendicanti e ai poveri, che ne sono equivalenti simbolici. Quindi anche i doni alimentari elargiti ai bambini equivalgono ad offerte funerarie e questo spiega la distribuzione di doni e di dolciumi ai bambini nel periodo natalizio e chiarisce il ruolo di protagonisti che essi assumono durante le feste di Natale e dell’Epifania.

Il ventinovesimo elemento essenziale del presepe è l’uomo sulla scala che coglie i fichi, che, assieme al trentesimo elemento, il mugnaio, imbiancato e pallido come un morto, rappresentano la morte.

Per il momento concludo questa prima parte dedicata ai primi trenta simboli del presepe napoletano, che a breve concluderò con i restanti quarantadue.