Qualche giorno fa mi sono occupato dei misteri e dei simboli legati al presepe napoletano tradizionale: con questo articolo concludo affrontando il significato dei restanti quarantadue simboli essenziali.

Philippe Daverio, intanto, ha scritto il seguente post su Facebook relativo alle origini del presepe:

Storia assolutamente incredibile quella del Presepe. Unica, fra le varie simbologie che accompagnano il Natale, nella notte pagana del solstizio invernale trasformata nella più familiare delle feste cristiane e forse nella più fondativa fra le celebrazioni della cultura d’Occidente, compresa la prassi inarrestabile dei suoi commercianti, che vi trovano il momento più propizio a trasformare le tredicesime degli stipendi in una miriade di oggetti, regali e cibi.

Riti, miti e simboli che si declinano fra panettone, albero di Natale, Befana, Babbo Natale, lingue di Menelik di capo d’anno in una tale confusione che nel 1953 il papa Pio XII decise d’instaurare la “Universalis Foederatio Praesipistica” per sancire il Presepe sopra tutto. Il quale Presepe così si chiama solo in Italia, o in latino o, curiosità assoluta in Ungheria, perché lì la parola arrivò via Napoli nel XIV secolo quando un discendente Angiò divenne re da quelle parti.

Si chiama così perché viene dal latino praesepire che vuol dire recingere ed è proprio in un recinto che Gesù è nato, anzi con più precisione nella greppia del recinto, che nel latino tardo delle prime vulgate evangeliche viene chiamata cripia (Luca 2,7) e che ha generato l’ altro nome del presepe: in tedesco Krippe, in inglese Crib, in svedese Krubba e in francese Crèche, che e anche la parola con la quale vengono a loro volta chiamati oggi gli asili nido.

Di solito si attribuisce la nascita del presepe a San Francesco d’Assisi, in una versione bonaria che fa del santo una sorta di sempliciotto del comportamento religioso. Niente di più equivoco. E’ vero che, nella notte del Natale del lontano 1223, egli compie la prima rappresentazione celebrando una messa in mezzo alle montagne dinnanzi ad una greppia coinvolgendo un asino e un bue. Adorabile gesto naif che avrà conseguenze illimitate? La questione è molto più densa.

Fra tre anni Francesco morirà, nel frattempo il suo gruppo di frati è già cresciuto con la regola di vita da lui indicata e Papa Onorio III il 29 Novembre 1223 con la Bolla “Solet annuere” l’ha approvata e resa Legge per la Santa Chiesa. Di ritorno da Fonte Colombo San Francesco si ferma a Greccio. Greccio è un eremo tra Rieti e Terni donato ai Francescani dal Conte Giovanni Velita. È il 10 dicembre 1223 a San Francesco viene l’idea di fare una rappresentazione della Natività in grotta ovvero realizza il primo Presepio della storia.

Ma attenzione lui non è affatto naif, è uomo coltissimo. Porta in questa operazione di sublime comunicazione moderna l’immagine già esistente dal VII secolo in Santa Maria Maggiore a Roma che conserva la Sacra Culla e per questo si chiama “Ad Presepe”, vi aggiunge le tradizioni provenzali e cortesi della sua mamma Pica nata a Beaucaire dove già allora e oggi ancora si celebrano riti analoghi e completa il tutto con una tradizione iconografica che è già documentata nel IV secolo in Grecia, bue asino e greppia appunto, e che ha già migrato nella corte di Carlomagno che vuole essere il sacro romano imperatore per le tribù dei nordici.

Anzi della corte di Carlomagno il museo del Louvre conserva uno splendido ed imperiale scrigno d’avorio che raffigura già una natività come la vediamo oggi, accanto ad una Annunciazione così militare da mettere la barba all’angelo annunziante. Ma dal gesto propagandistico di Francesco nasce una miriade di percorsi, scultorei, pittorici e teatrali. A Napoli dove i francescani conteranno moltissimo e dove la parte guelfa inseminerà il meglio dell’arte centro italiana nel gusto gotico dei francesi angioini, Nicola Pisano e Arnolfo di Cambio scolpiscono i primi presepi per il convento di Santa Chiara.

Cent’anni dopo Luca della Robbia combina le sue sculture di terra cotta policroma con gli affreschi di Benozzo Gozzoli nel Duomo di Volterra e poco dopo arriva a Firenze il primo grande quadro all’olio dalle Fiandre, sempre con una natività-presepe, quella di Hugo van der Goes, che lascerà basiti i nostri pittori per la tecnica nuova ma anche per il contenuto: si sono aggiunti i magi, di cui il Duomo di Colonia conserva le reliquie.

La scena è completa e la si recita anche sotto forma di teatro, con tale foga da inserirvi allegre scurrilità e tradizioni vicine assai all’antico paganesimo, sibille comprese. Sicché il Concilio di Trento, nel suo tentativo di rimettere ordine in chiesa, vieterà le rappresentazioni recitate e stimolerà quelle scultoree: i gesuiti, che sono figli del Concilio, le diffonderanno assieme ai loro concorrenti teatini, dei quali il fondatore San Gaetano di Tiene ha già fatto eseguire in legno scolpito il primo presepe moderno per l’ospedale degli “Incurabili” a Napoli nel 1534. Napoli diventa una sorta di capitale del presepe e quando diventa pure capitale d’un regno autonomo con l’arrivo dei primi re Borbone, la creatività esplode con esempi clamorosi, architetti e scenografi al lavoro coi decoratori e gli esperti di macchine.

Il presepe di Ferdinando IV conservato nella Reggia di Caserta è un esempio clamoroso dove per la prima volta il contadino mangia da vero Natale e degusta il cibo moderno appena inventato, gli spaghetti. Una tradizione che è diventata oggi per centinaia di artigiani artisti napoletani un lavoro regolare di intagliatori di figure che rappresentano il loro mito di sempre e vi aggiungono ogni anno le persone più famose d’oggi.

Torniamo ora ad occuparci dei simboli del presepe napoletano tradizionale.

I carabinieri rappresentano il trentunesimo elemento e, insieme ai pastori, sono i guardiani delle anime che chiedono l’aiuto delle preghiere e delle opere dei vivi.

Armenzio, trentaduesimo elemento, è un anziano pastore, padre di Benino ed insieme a lui rappresentano rispettivamente, l’anno che volge al termine e quello che sta per cominciare.

Il trentatreesimo elemento è costituito dalla monaca, che evoca la storia di Lisabetta da Messina o quella di Mafalda Ciccinelli: la donna è rappresentata, infatti, con un pugnale conficcato nel petto e con una bisaccia a tracolla che contiene la testa di un giovane. La leggenda vuole che la ragazza fosse stata costretta dal padre a prendere il velo monacale, ma era innamorata di un paggio, col quale furtivamente amoreggiava di notte. Una volta i due amanti decisero di incontrarsi nella notte di Natale, sicuri di non essere sorpresi e si diedero appuntamento presso un ponte, ma il padre di lei, sorprese il paggio e gli tagliò la testa: quando giunse la ragazza, raccolse la testa e si trafisse con lo stesso pugnale. Si diceva che la fanciulla apparisse la notte di Natale presso il ponte della Maddalena a Napoli.

A questo punto del percorso nel presepe appaiono gli Orientali, ovvero i Mori, il trentaquattresimo elemento, anch’essi collegati alla morte per via del loro volto scuro: essi però fanno parte del seguito dei Magi.

Il trentacinquesimo elemento, invece, è il simbolo del cuore e dell’intelletto purificati attraverso gli spaventi della notte: il cercatore con la lampada.

Il trentaseiesimo elemento è il primo di quelli che introduce il corteo dei Re Magi, ma anche al Mistero dell’Incarnazione: il corteo dei Magi, infatti, rappresenta la definitiva sconfitta degli dei “falsi e bugiardi”.

Trentasettesimo elemento è rappresentato dal carro trainato dai buoi con alla guida Ciccibacco (ovvero Dioniso), che introduce la processione dei nomi che vanno a prostrarsi al Nome che è al di sopra di ogni altro nome. Ciccibacco è rappresentato su una botte ed è la figura dionisiaca centrale di un vero e proprio corteo di uomini in vesti di lana di pecora o di capra che suonano zampogne, tamburi e pifferi, associato alla Festa di Piedigrotta ed ai baccanali.

Le vecchie che filano, tessono, adoperando il fuso, non sono altro che le Parche, trentottesimo elemento.

I due vecchi, forse marito e moglie, che si riscaldano al fuoco del braciere rappresentano Saturno e Rea e costituiscono il trentanovesimo elemento.

Il quarantesimo elemento è una donna d’alto lignaggio seduta in portantina e facente parte del seguito dei Re Magi, detta la Georgiana, rappresenta invece la dea Diana, ma allude anche e soprattutto alla Regina di Saba.

Quarantunesimo elemento essenziale che introduce l’ultimo livello, il più basso, del presepe, è la Taverna. La Taverna ha un duplice significato, infero in senso proprio, ma anche positivo, legato alle benedizioni lungo la Via Spirituale, che allude immediatamente al peregrinare di Maria e San Giuseppe alla vana ricerca di un alloggio. La Taverna è, inoltre, il simbolo per eccellenza della riunione della famiglia spirituale attorno alla mensa e richiama direttamente il banchetto offerto in onore di un defunto, i pasti delle feste natalizie ed indirettamente allude alla stessa Eucarestia.

L’oste, quarantaduesimo elemento, ha un significato sinistro, legato alla vita di uno dei Santi maggiormente connesso al Natale, San Nicola di Mira: mentre Nicola si recava al concilio di Nicea, fermatosi ad un’osteria, gli fu presentata una pietanza a base di pesce, almeno a quanto diceva l’oste. Nicola, divinamente ispirato, si accorse che si trattava invece di carne umana. Chiamato l’oste, espresse il desiderio di vedere come era conservato quel “pesce”. L’oste lo accompagnò presso due botticelle piene della carne salata di tre bambini da lui uccisi. Nicola si fermò in preghiera ed ecco che le carni si ricomposero e i bambini saltarono allegramente fuori dalle botti. La preghiera di Nicola spinse l’oste alla conversione, anche se in un primo momento questi aveva cercato di nascondere il suo misfatto.

Il quarantatreesimo elemento è costituito da Maria ‘a purpetta: una donna che avvelena, nell’osteria, con le polpette i mariti infedeli. Anche l’elemento delle polpette allude ai pasti rituali di scambio tra i vivi e i morti, specie quando queste uniscono la carne, che è un alimento dei vivi, a semi quali noci e pinoli, che sono il cibo dei morti.

Uno degli elementi centrali della Taverna e di tutto il presepe è costituito dalla coppia formata dai Giocatori che giocano a carte nell’osteria e che sono legati ai solstizi: si tratta di Zi’ Vicienz’, simbolo, in Campania, del Carnevale e della Morte e Zi’ Pascale, che rappresenta la Pasqua e la Resurrezione.

Il quarantaseiesimo elemento è il barbiere, che insieme al macellaio e l’oste, è una figura marcatamente demoniaca che si riferisce ad un periodo “pieno di diavolerie” dove il mondo appare “sottosopra”, cosa che nel fluire ciclico del tempo, richiama il fenomeno tradizionale del rovesciamento dei poli, che permette alla fine di un ciclo il manifestarsi con l’approssimarsi di un nuovo inizio.

Il quarantasettesimo elemento essenziale del presepe è il pescivendolo, che è direttamente collegato col banchetto della Taverna e rimanda direttamente al simbolismo eucaristico. L’esclamazione tipica del pescivendolo “il mio pesce è vivo” richiama la nascita della coscienza dei Cristiani, i piccoli pesci usciti vivi dal Fonte battesimale da che erano morti.

I Re Magi, invece, dal punto di vista del simbolismo cosmologico, rappresentano il viaggio notturno del sole, proveniente da oriente, che termina solo con la nascita del “nuovo sole”: il Bambino. I nomi ad essi attribuiti dalla tradizione sono Gaspare, MelchiorreBaldassarre.

Il cinquantaduesimo elemento essenziale è rappresentato dal corteo dei pastori ed in passato tutti i pastori erano raffigurati in atteggiamento orante ed il gesto delle mani doveva esprimere i diversi “stati d’animo” che questi sperimentavano in quella veglia di quella notte.

Questo corteo arriverà al Bambino, attraverso una spelonca, cinquantatreesimo elemento,  che si trova allo stesso livello della Grotta della Natività e attraverso la quale  tutti questi  elementi e personaggi saranno introdotti nel cuore del presepe.

Il cinquantaquattresimo elemento essenziale del presepe è costituito dalla grotta, che si trova sempre nel punto più basso del presepe e sempre al termine di un lungo e tortuoso percorso, spesso a spirale o labirintico. In quanto grotta può considerarsi come il confine fra le tenebre e la luce, fra l’inconscio – nella duplice possibile accezione di ciò che si trova al di sopra del razionale e di ciò che, invece, è illogico, caotico, al di sotto di ciò che è razionale – e il razionale.

“Core cuntento ‘a loggia”, personaggio ilare e positivo, rappresenta il cinquantacinquesimo elemento, per quanto collegato anche col Timor di Dio, particolarmente evidente sul volto di alcuni pastori: si veda, ad esempio, qualche rappresentazione di quello che viene indicato con il nome specifico di pastore della paura e non della meraviglia.

Di tutti gli angeli che discendono sulla grotta proteggendo e glorificano il Bambino, cinque sono quelli essenziali: il primo, cinquantaseiesimo elemento, con la scritta: “Gloria in Excelsis”, che rappresenta la “Gloria del Padre” posto sulla grotta al centro.

Alla sua destra, cinquantasettesimo elemento un angelo con un Incensiere e che rappresenta la “Gloria del Figlio” .

Alla sinistra dell’angelo della Gloria del Padre, un angelo rappresentato con una Tromba e che rappresenta la “Gloria dello Spirito Santo” .

Gli altri due non sono sempre raffigurati e non sono così essenziali come i primi tre: uno con i piatti metallici esprime l’osanna dei Re, cinquantanovesimo elemento, mentre l’altro angelo, sessantesimo elemento, raffigurato con un tamburo, esprime l’osanna del popolo.

Il sessantunesimo elemento essenziale è la mangiatoia, termine dal quale deriva etimologicamente il presepe. Il richiamo al deserto del quale la mangiatoia è espressione indica la dimensione ascetica della Via cristiana di vittoria e liberazione dalla morte e dalla corruzione. Tutto il percorso del presepe allude a ciò che la mangiatoia richiama: la Natività con tutto ciò che essa comporta e che sarà ulteriormente chiarito dalle fasce.

Il sessantaduesimo elemento essenziale, collegato con la mangiatoia e con le due lavandaie, sono le fasce.

Il sessantatreesimo elemento essenziale del presepe è il bue che, assieme all’asinello, rappresenta le forze cosmiche presenti alla nascita di Gesù. In genere queste forze sono polari e opposte e per questo si è attribuito a questa coppia di animali, tra gli altri, anche il significato simbolico di esprimere le forze benefiche e malefiche, delle quali il bue rappresenterebbe quelle benefiche e l’asinello quelle malefiche.

L’asinello, il sessantaquattresimo elemento del presepe, si ricollega, come descritto, al bue, con il quale forma una coppia inscindibile. All’asino viene attribuito, come espressione marcatamente sinistra di forze diaboliche, il raglio.

Le lavandaie o le levatrici costituiscono il sessantacinquesimo elemento: sono due e lavano il Bambino, che poi fasceranno e i panni del parto. Sono, tra l’altro, testimoni della Verginità di Maria prima e dopo il parto.

A quest’ultima coppia di personaggi, si collega l’ennesima presenza demoniaca nel presepe, ripresa da alcuni racconti apocrifi. Si tratta della lavandaia col piede di capra: sessantaseiesimo elemento. È il demonio stesso che vuole capire se è nato veramente il Messia e se la Vergine ha realmente partorito.

Per esorcizzare e difendersi dai tanti elementi demoniaci presenti nel presepe il sessantasettesimo elemento è costituito dalla presenza di erbe “apotropaiche”: secondo la tradizione partenopea non bisogna mai porre il presepe in una camera da letto, mentre bisogna sempre contornarlo di erbe magiche, per la precisione il muschio, il mirto o il bosso (la mortella), il rosmarino, il pungitopo, il rosmarino, il timo serpillo e soprattutto le spine del vepere, detto anche “restina” o la spina cardella.

Il sessantottesimo elemento del presepe è costituito dalla vergine Stefania, che voleva vedere il Bambino, ma non essendo né sposata, né madre le fu impedito dagli Angeli: Stefania prese allora con se una pietra e l’avvolse in fasce fingendo che si trattasse di suo figlio e riuscì ad entrare nella grotta. Alla presenza della Vergine la pietra starnutì e nacque Santo Stefano, che è rapèresentato all’interno del presepe come pietra e poi bambino, un elemento che può essere preso assieme o separatamente da quello di Stefania.

Il sessantanovesimo elemento del presepe è rappresentato dallaluminosa nube vivente che porta la pioggia celeste viene per farla stillare sulla terra, e irrigarne il volto. La rondine spirituale che porta in seno la primavera della grazia, per ineffabile disposizione la partorisce, dissipando l’inverno ateo. La reggia pura ed incontaminata introduce in una grotta il Re incarnato”.

Il settantesimo elemento è costituito da San Giuseppe, che nel presepe è rappresentato sia nella grotta che fuori, turbato e pensieroso.

Il settantunesimo elemento essenziale del presepe è il vecchio tentatore di San Giuseppe,  il demonio stesso che cerca di insinuare il dubbio nel Santo circa la concezione di quel bambino. Nella tradizione popolare, talvolta, in modo consapevole, gli spettatori delle rappresentazioni popolari danno voce a questo tentatore.

Infine, il settantaduesimo ed ultimo elemento essenziale del presepe, dal quale dipendono tutti gli altri, è Gesù bambino.