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Il mistero della Guardia Reale a Villa Ada

Nei giorni scorsi alcuni speleologi con il compito di svolgere un sopralluogo tecnico per la Sovrintendenza si sono avventurati nella fitta boscaglia del giardino di Villa Ada, a Roma, in un labirinto di cunicoli e strettoie profondo trecento metri.

Qui hanno scoperto un piccolo ipogeo che custodiva alcuni tesori risalenti alla Seconda Guerra Mondiale: una divisa militare con accanto, nella polvere, delle stellette, dei bottoni, alcuni bossoli di mitra e delle monete degli anni Quaranta.

Ad aiutare gli speleologi a risalire al proprietario a quei reperti è stata una una targhetta identificativa con inciso il nome di Michelangelo Benedetti, nato nel 1923: la divisa, quindi, apparteneva ad un carabiniere in servizio presso la scorta del re, ovvero nei Carabinieri Guardie del Re che avevano i compiti di servizio d’onore, vigilanza e sicurezza alla persona del sovrano, confluiti poi nel Reggimento Corazzieri.

«Erano tutti cimeli risalenti ai momenti cruciali della Seconda guerra mondiale, vissuti in quella che è stata a lungo la residenza privata romana della famiglia reale Savoia», racconta Lorenzo Grassi, coordinatore del Gruppo Ipogei bellici del Centro Ricerche Speleo Archeologiche – Sotterranei di Roma, che ha guidato l’esplorazione.

«Il colpo di fortuna è stato scoprire per caso una corrispondenza con un carabiniere originario di Negrar di Valpolicella, nel veronese, che aveva prestato servizio proprio a Villa Savoia ed è deceduto nel 1989 a 66 anni».

Grazie alla vedova Natalina Degani e i figli Lia e Silvano si è riusciti a risolvere il mistero: Michelangelo Benedetti, il cui fratello maggiore era già carabiniere, era partito per Roma il 18 settembre del 1942 per svolgere il servizio di leva, quindi era stato assegnato al servizio di guardia a protezione della residenza reale di Villa Savoia, dove era entrato in confidenza con Vittorio Emanuele III.

«Giocavano a carte, spesso in coppia. Erano imbattibili», racconta la famiglia.

Il 25 luglio 1943, Michelangelo è testimone dell’arresto di Mussolini a Villa Savoia. «Aveva come superiore diretto un maresciallo che gli aveva detto che il giorno che non lo avesse più visto arrivare al lavoro avrebbe dovuto abbandonare di corsa la Villa».

Purtroppo questa circostanza si verificò dopo l’armistizio dell’8 settembre, con la famiglia reale in fuga da Roma: «Enrico d’Assia, figlio di Mafalda di Savoia, ha riportato in un libro la testimonianza della governante di Villa Polissena che sosteneva di aver nascosto nelle catacombe alcuni carabinieri ricercati dalla Gestapo».

Catturato dai tedeschi e messo su un treno per la Germania, poco dopo la stazione di Mantova riuscì a farsi scaraventare giù dal treno fuori dal finestrino con l’aiuto di altri militari e a far perdere le proprie tracce.

Finché riuscì a tornare nel veronese, nel paese dove era nato e ad essere reintegrato nei carabinieri di Cremona nel 1944, dove rimarrà per tutta la carriera.

A mistero svelato, quindi, ci si augura solo che i cimeli possano essere riconsegnati ai familiari.

I fantasmi della Villa dei Quintili a Roma

Qualche giorno fa ho visitato l’Area Archeologica della Villa dei Quintili a Roma: si tratta dei ruderi di una Villa romana un tempo molto sfarzosa, che si trova tra Appia Antica ed Appia Nuova nel Parco Regionale dell’Appia Antica, teatro di un antico fatto di sangue.

I proprietari appartenevano ad una delle famiglie senatorie più importanti del tempo degli Antonini, nobili per cultura: i fratelli Quintili, Sesto Quintiliano Condiano e Sesto Quintiliano Valeriano Massimo, che si fecero onore nelle campagne in Asia e in Grecia e nominati consoli nel 151 d.C. con Marco Aurelio.

I fratelli Quintili avevano trasformato una villa dell’epoca di Adriano in una dimora lussuosa, una delle più grandi del suburbio, con l’ingresso poco dopo il V miglio dell’Appia Antica, dove si godevano comodità raffinate e, applicando il perfetto “otium” latino, scrivevano opere di agraria e di storia militare: questo luogo non era per niente casuale, perché segnava il confine tra Roma e Alba Longa, dove si combatté, sotto l’imperatore Tullio Ostilio, il famoso scontro tra gli Orazi e i Curiazi che vide il trionfo dei primi.

La posizione della villa, a terrazze nella piena campagna, era straordinaria ed aveva scatenato le invidie del giovane imperatore Commodo, figlio di Marco Aurelio, che pur di impossessarsene, accusò i due fratelli di aver cospirato contro di lui insieme a sua sorella Lucilla e nel 182 d.C. li fece giustiziare, impadronendosi ed insediandosi nella loro proprietà poiché, secondo l’uso dei tempi, dopo le esecuzioni avveniva la confisca di tutti i beni dei condannati, che entravano a far parte delle proprietà imperiali, trasformando la Villa in una vera reggia di campagna.

A quanto pare, però, dal giorno della loro morte, le ombre dei due fratelli macchiate di sangue apparirebbero dopo il tramonto del sole, secondo le tante testimonianze rese in tutti i tempi, silenziose e inquiete, accompagnate soltanto dal sonoro fruscio delle vesti.

Avvicinandosi all’ingresso principale della Villa, sull’Appia Antica, si trova il complesso di Santa Maria Nova intorno alla quale si intreccia una storia doppia, antica e moderna: costruito su un Castellum Acquae, una cisterna di età adrianea, è stato trasformato nei secoli in deposito agricolo, dimora di lusso e persino set cinematografico (vi si girò ”Che fine ha fatto Totò Baby?’‘) e sul quale, scorrendo in verticale, si possono riconoscere gli interventi medioevali, gotici, fino al tetto più moderno.

Passata ai monaci Olivetani, questi nel 1845 dissotterrarono nella campagna adiacente un sarcofago romano riccamente scolpito: al suo interno giaceva il corpo intatto di una giovinetta identificata come Tulliola, la figlioletta prediletta di Marco Tullio Cicerone: misteriosamente, al contatto con l’aria il corpo della fanciulla si disfece e divenne polvere.

Nel 1968 il casale di Santa Maria Nova fu venduto a una coppia di americani facoltosi che vi iniziarono una vita brillante ricca di inviti e di ospiti famosi fra i quali brillò anche la stella di Brigitte Bardot.

Gli ospiti, però, quasi inspiegabilmente non restavano mai a lungo nella casa e si sparse in seguito la voce che il fantasma di una bimba si aggirava di notte cantando nenie tristi e svegliando gli invitati nelle loro camere: era la piccola Tulliola disturbata a sua volta nel suo sonno eterno.

La coppia americana, stanca del piccolo fantasma canoro, dopo poco tempo si disfece del casale vendendolo alla Soprintendenza: oggi è possibile ascoltare la storia del fantasma anche in streaming a questo link.

Nonostante oggi i custodi del casale raccontino ai visitatori che il canto perfettamente udibile nel buio non sia altra cosa che il sibilo del vento che s’insinua tra i ruderi della Villa, per gli amanti del mistero la piccola Tulliola continua ad aggirarsi nei paraggi insieme ai fratelli Quintili…