Archivi categoria: tradizioni popolari

Il “presepe” rinvenuto a Pompei

Tredici piccole statuine in terracotta molto simili ai nostri pastori del Presepe, accompagnate da tracce di antichi rituali, sono emerse a Pompei da un ambiente adiacente alla casa di Leda e il cigno. Questo luogo è attualmente oggetto di un progetto di scavo, restauro e valorizzazione, come riportato nell’E-Journal degli scavi di Pompei.

Le statuette, che misurano circa 15-20 cm in altezza, includono rappresentazioni umane, nonché una mandorla, una noce, la testa di un gallo in argilla e una pigna in vetro. Sorprendentemente, sono state rinvenute in posizione eretta su un piano orizzontale all’interno di un vano delimitato da blocchi di travertino, indicando presumibilmente la presenza di un mobile scaffale.

Nonostante la pratica dei presepi sia storicamente più recente, gli archeologi hanno confermato che queste statuette appartengono ad un contesto rituale e religioso, ben distinto, ovviamente, dalla narrazione della nascita di Cristo.

L’ambiente che le ospitava, verosimilmente l’atrio della casa, presentava anche decorazioni che affioravano nella parte superiore delle pareti. Le prime analisi suggeriscono che alcuni soggetti rappresentati potrebbero essere collegati al mito di Cibele e Attis, connessi all’equinozio di primavera.

Il mito, originario della Frigia in Asia Minore, è legato al ciclo vitale delle stagioni e alla fertilità della terra. Nella regione italiana, il culto giunse attraverso la Magna Grecia e fu adottato soprattutto dalle classi sociali più elevate.

Svelato il mistero del coccodrillo di Napoli

Quando accompagno qualche amico in giro a Napoli, mi piace fermarmi davanti il portale del Maschio Angioino e raccontare una delle leggende trascritte da Benedetto Croce nel suo “Storie e leggende napoletane”, che riguarda delle misteriose sparizioni: «Era in quel castello una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si volevano più rigidamente castigare: quando a un tratto si cominciò a notare con istupore che, di là, i prigionieri sparivano».

Secondo un’antica leggenda, infatti, il re aragonese Ferrante, figlio di Alfonso il Magnanimo, utilizzava una cella, detta la Fossa del Miglio, ricavata nello spazio sottostante la Cappella Palatina e utilizzata dagli Aragonesi per il deposito del grano: la Fossa del Miglio divenne la cella dove venivano rinchiusi i prigionieri condannati alle pene più dure. Durante il regno di Giovanna II le prigioni ospitarono illustri personaggi, ma raggiunsero il gran completo durante la famosa Congiura dei Baroni. In quella fossa, infatti, sostarono i baroni ribelli prima di andare a morte.

Come raccontava Benedetto Croce, pare che molti dei prigionieri rinchiusi nella Fossa del Miglio scomparissero nel nulla, dalla sera alla mattina. Aumentata la vigilanza, si scoprì la causa delle sparizioni: da un’apertura che si trovava sotto il livello dell’acqua entrava un coccodrillo, che azzannava i prigionieri trascinandoli in mare. Forse arrivato dall’Egitto nella scia di una nave, l’animale venne per qualche tempo utilizzato per liberarsi, senza troppa pubblicità, dei prigionieri più scomodi.

Secondo la leggenda, esaurito il suo compito, la bestia fu poi catturata con un’esca gigante, una coscia di cavallo, quindi uccisa, impagliata e esposta in bella vista sulla porta d’ingresso del Castello.

In effetti fino al 1875 un coccodrillo fu realmente esposto sulla sommità della porta di bronzo di Castel Nuovo, come testimonia la celebre foto di Robert Rive: quell’anno il macabro trofeo fu donato dal comandante del Forte a Giuseppe Fiorelli, che nel 1866 aveva fondato il Museo di San Martino.

Benedetto Croce, inoltre, aggiunge come l’animale venisse «additato ai fanciulli, che ne restavano atterriti».

In realtà le leggende relative ad un «immondo rettile» (come lo definì Alexandre Dumas nella “Storia dei Borbone di Napoli”) sono ben tre, diverse, ma ambientate tutte in epoca medievale.

Oltre a quella relativa a Ferrante d’Aragona, che regnò a Napoli dal 1458 al 1494, la seconda riguarda la regina Giovanna, dipinta come una ninfomane dispotica, perfida e perennemente affamata di sesso. Giovanna II, o Giovanna di Durazzo, sorella di re Ladislao, regnò a Napoli dal 1414 al 1435, anno della sua morte: secondo la leggenda che la vede protagonista, dopo aver ospitato nella sua alcova amanti di ogni estrazione sociale per soddisfare le sue voglie, li faceva cadere in un pozzo attraverso una botola segreta, perché non lasciassero tracce: in fondo al pozzo, ad attenderli, ci sarebbe stato il coccodrillo della leggenda.

La terza versione riguarda un coccodrillo impagliato offerto come ex voto da un soldato di ritorno dall’Egitto, durante il Medioevo, all’immagine della Madonna del Parto che si trovava nella cappella palatina, come racconta Pompeo Sarnelli in una delle prime “guide turistiche” di Napoli del 1685.

Oggi però, grazie ad uno studio di Vincenzo Caputo Barucchi, ordinario di Anatomia comparata all’università politecnica delle Marche, insieme a Tatiana Fioravanti, esperta di Dna antico, e a Emanuele Casafredda, laureato in Restauro presso l’Accademia di belle arti di Napoli, che si è occupato del restauro di quanto era rimasto del coccodrillo, rimasto per oltre 150 anni nei depositi del Museo di San Martino, si è scoperto che è proprio quest’ultima leggenda ad essere vera!

Analizzando il Dna antico prelevato dalla radice di un dente dell’animale e del radiocarbonio, è stato possibile chiarire l’origine del coccodrillo impagliato, classificato come “Crocodylus niloticus”, riconducendolo alla popolazione attuale del lago Nasser, in Egitto, mentre, secondo il metodo del radiocarbonio, il reperto risalirebbe ad un periodo compreso tra il 1296 e il 1419, del tutto compatibile con la leggenda dell’ex voto.

“Siamo orgogliosi di aver contribuito a riscrivere un pezzo marginale ma significativo della storia di Napoli, una città che non smette mai di sorprendere”, ha detto lo specialista.

Lo studio avrebbe inoltre stabilito che, mummie a parte, il coccodrillo egiziano di Napoli è il più antico reperto tassidermizzato giunto fino a noi dall’antichità.

Qualcuno ha scambiato degli alpaca per il mostro di Loch Ness

Un recente avvistamento del mostro di Loch Ness si è rivelato essere solo un alpaca che stava facendo un bagno nel celeberrimo lago scozzese!

Un gruppo di alpaca fuggiti dal ranch “Loch Ness Alpacas” a Dores, Inverness, che offre escursioni a turisti ed amanti degli animali, ha fatto un giro al “Balachladaich Bed and Breakfast”, che si trova accanto al loro recinto sulle rive del lago e dopo essersi tuffati in acqua hanno fatto credere alle persone che si trovavano sulla riva opposta che si trattasse di Nessie.

L’elemento che ha tratto in inganno i presenti è stata una foto che ritraeva uno degli animali con il collo che sporgeva dall’acqua, come nell’iconica foto del mostro di Loch Ness.

Secondo il Daily Star l’immagine dell’alpaca nel lago ha fatto il giro dei social portando le persone a credere ad un avvistamento di Nessie, ma dopo aver fatto luce sull’episodio, gli alpaca sono stati catturati mentre si stavano rinfrescando nel lago e riconsegnati ai proprietari.

Il Mago di Toledo

Scorrendo i vecchi archivi fotografici napoletani, mi è capitato di soffermarmi su uno scorcio dei Quartieri Spagnoli: in questa immagine, scattata tra il 1960 ed il 1970 da Riccardo Carbone, infatti, c’è una strana insegna che ha attirato la mia curiosità…

Ci troviamo innanzitutto in Vico della Tofa, un vicolo che inizia da via Toledo e attraversa i Quartieri Spagnoli e che secondo alcune fonti in origine si chiamava “Vico della Pietra della Pazienza” perché in esso c’era una pietra su cui i napoletani si sedevano o poggiavano la testa quando erano tristi e impazienti.

Il vicolo venne quindi chiamato “vico della Tofa” perché in esso c’era una fontana che raffigurava il volto di un tritone che soffiava in una conchiglia detta, appunto, Tofa, e dalla quale usciva dell’acqua.

Tornando alla foto, pare che proprio in Vico della Tofa si trovasse lo studio del misterioso Mago di Toledo, che sembra avesse un seguito molto ampio e che arrivasse gente da tutto il Sud per incontrarlo.

Giuseppe Ianigro, questo il suo nome all’anagrafe, era di origine pugliese ed era nato il 13 maggio 1898 e praticava la cartomanzia, ovvero la divinazione attraverso la lettura delle carte.

Il mago era davvero una figura misteriosa e, come fu per il “Mago di Napoli” Achille D’Angelo, fu notato dal cinema: nel 1962, infatti, interpretò l’assessore Nicola De Bellis nella commedia di Luigi Zampa “Gli anni ruggenti”, satira sulle ipocrisie della politica locale in epoca fascista, pellicola con Nino Manfredi nella quale interpretava un funzionario del fascio marito di Angela Luce.

Anche Federico Fellini – appassionato di mistero ed esoterismo – lo stimava così tanto che lo volle nel suo film “Amarcord” e lo scelse per fargli recitare la parte del nonno.

Particolarmente evocativa è la scena, molto cara a Fellini, in cui il nonno si smarrisce nella nebbia sul viale davanti a casa sua: «Ma dov’è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto. Mo se la morte è così… non è mica un bel lavoro. Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino. Tè cul!»

Tra i film ai quali ha partecipato ricordiamo, oltre a quelli già citati, “Il giudizio universale” di Vittorio De Sica del 1961, “I clowns”, ancora di Fellini del 1970, “La linea del fiume”, di Aldo Scavarda del 1976 e “Viaggio con Anita”, di Mario Monicelli del 1978.

Lasciato il mondo del cinema, alla sua morte, avvenuta il 28 giugno 2008 a 110 anni,  il mestiere di veggente è stato tramandato alla figlia Grazia.

Google, la Lotería Mexicana e Napoli

Oggi Google dedica il suo celeberrimo “doodle” (l’immagine in cima alla casella di testo per la ricerca del celebre motore di ricerca) alla Lotería Messicana!

In Messico, infatti, la tombola non si gioca con i numeri ma con 54 carte, ciascuna delle quali rappresenta personaggi, animali, frutta o verdura e diversi oggetti della cultura popolare: “il gallo”, “la luna”, “il ragno”, ma anche “la scala”, “la bottiglia” oppure “il soldato” sono alcune delle carte di questo antico gioco le cui regole però sono molti simili ad un gioco che a Napoli è diventato famossissimo nel corso degli ultimi anni, il Sinco!

Ogni giocatore, infatti, ha a disposizione una cartella con alcuni dei simboli riportati sulle carte, in genere 16 di essi, che il mazziere estrae dal suo mazzo. Come per il Sinco esistono diverse combinazioni per vincere i premi: i quattro angoli, i quattro simboli interni, le righe orizzontali, le righe diagonali, una riga intera di quattro oggetti e tante altre.

Vince il premio finale chi per primo completa l’intero tabellone.

Oggi Google ha voluto ricordare la Lotería Messicana, facendo conoscere questa tradizione a chi non ha mai avuto modo di giocarci e cogliendo l’occasione per unire persone di tutto il mondo: il gioco, infatti, sarà disponibile dal 9 dicembre per due giorni in 30 differenti Paesi e ciascuno potrà decidere di far partire una partita casuale o di giocare con gli amici.

Per giocare è necessario seguire le istruzioni a schermo: quando viene distribuita una carta, basterà cercare la stessa sulla propria scheda e in caso di corrispondenza basta mettere un fagiolo virtuale sulla carta in questione.

Se ci fossero state anche le bucce di mandarino o altri legumi secchi, sarebbe stato come giocare a tombola in una qualsiasi famiglia italiana!

Ad ogni gara la carta che si trova in alto a sinistra dello schermo mostra la combinazione di fagioli da realizzare per vincere ed è diversa ad ogni turno: quando il giocatore riuscirà a riempire la combinazione vincente, dovrà premere il pulsante “Lotería” per vincere.

Divertitevi a scoprire cosa accadrà quando completerete una combinazione!

In Messico è il grido di “¡lotería!” o “¡buenas!” a sancire la vittoria di un giocatore fortunato, concludendo il round.

I personaggi sulle carte di Lotería Mexicana sono stati aggiornati più volte dalla sua invenzione oltre cento anni fa per riflettere le norme sociali del tempo ed una delle versioni più conosciute fu creata dal francese Clemente Jacques nel 1887.

L’edizione “Don Clemente Gallo”, protetta da copyright nel 1913, presenta delle immagini che sono diventate una forma di arte popolare sinonimo di Lotería Mexicana e le immagini iconiche di questo gioco, unita all’esperienza condivisa che promuove tra persone di ogni generazione, sono diventate una fonte di orgoglio e celebrazione per la cultura messicana che gli utenti del famoso motore di ricerca possono riscoprire grazie al doodle di oggi!