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“Epitaffio” di Tito Aprea

Nel corso della trasmissione televisiva “Propaganda Live” di stasera, ho ascoltato l’attore Valerio Aprea recitare un componimento in rima del nonno Tito, pianista e compositore napoletano, che ricorda la celebre Livella di Totò.

Purtroppo, non riuscendo a trovare il testo in rete, ho provato, riguardando la registrazione disponibile a questo link, a trascriverla io: augurandomi di aver riportato la metrica corretta, spero che possa essere cosa gradita agli amanti di Napoli e dei suoi personaggi insoliti.

 

Epitaffio di Tito Aprea

Che silenzio armunioso
e che addore e pace.
Da n’albero a n’ato,
se jettano l’aucielle
senza cantà.

Na ‘nfilacciata janca
a vista d’uocchie
ammassa tutte ‘e casarelle ‘e marmo
addò, aqquietati,
se po’
in eternità
finalmente durmì.

Su ogni casarella
ce sta scritto quaccosa.
“Qui giace Tizio o Caio,
fu tanto buono,
amò Dio e famiglia”.

Ma che brava persona,
che peccato.
E, a n’ata parte,
“Gran lavoratore,
sacrificò la vita per i figli”
e i figli che facetteno?
O lassaino murì!

Nu poco cchiù ‘nnanz ancora
“Amò solo la moglie,
fu fedele tutta la vita”
Vai mò a sapè ‘e cufecchie
ca facette ‘stu sant’ommo.

E tutte ‘e scritte
nessuna esclusa
dicono ‘a stessa cosa
ossia ca ‘o muorto
era sicuramente
o meglio ‘e tutte ‘e vive

E va bene
dico io
tutto va bene,
ma ‘e carogne
addò stanne ‘nterrate?

Chelli carogne
‘ca ‘a matina se scetano sultanto
c’a speranza
‘e fa male ‘a coccheduno
diciteme
addò stanno?

Pecché sinnò,
me vene ‘nu pensiero
assai maligno:
o ‘e carogne nun moreno mai
o queste cose pie
scurpite dinto ‘o marmo
‘so tutte fesserie.

Tutte le strane coincidenze e le premonizioni sul Coronavirus

La pandemia di coronavirus che ha cambiato radicalmente il modo di vivere dapprima di alcune città del nord Italia, poi di tutto il nostro Paese, quindi dell’intero globo, ha fatto porre a molti la domanda: questa situazione poteva essere evitata? Si poteva prevedere che, partendo da alcuni casi in una regione cinese, l’epidemia raggiungesse la portata che ha attualmente?

Giorno dopo giorno hanno cominciato a diffondersi, soprattutto sul web, le teorie più strane su questo fenomeno, dal complotto dei Campionati Mondiali Militari all’arma batteriologica uscita per sbaglio da laboratori super segreti, fino alla scoperta che qualcuno avrebbe previsto in maniera anche abbastanza dettagliata e con larghissimo anticipo, cosa sarebbe successo.

Il caso più eclatante è rappresentato dallo scrittore Dean Koontz che, nel suo romanzo “The eye of darkness”, in questi giorni ripubblicato in italiano da Fanucci Editore col titolo “Abisso” (sottotitolo “Coronavirus – il romanzo della profezia”, sic!), scrive:

Uno scienziato cinese di nome Li Chen fuggì negli Stati Uniti, portando una copia su dischetto dell’arma biologica cinese più importante e pericolosa del decennio – si legge nei passaggi sottolineati diventati virali sui social network – La chiamano ‘Wuhan-400’ perché è stata sviluppata nei loro laboratori di RDNA vicino alla città di Wuhan ed era il quattrocentesimo ceppo vitale di microorganismi creato presso quel centro di ricerca.

Nella prima edizione del 1981, però, il virus aveva un nome diverso: per inserirsi nel clima della Guerra Fredda, veniva denominato Gorki-400, «come la città russa in cui era stata creata», come scrive il sito Snopes, che ha analizzato la genesi della notizia. Wuhan, quindi, sarebbe stata inserita solo in un’edizione successiva, quella del 1996…

Poi c’è il caso dalla sensitiva Sylvia Browne: personaggio controverso e proveniente da una famiglia di medium, ha raggiunto il successo grazie alle sue esperienze medianiche, avute sin da quando era bambina.

Famosissima negli Stati Uniti, i suoi libri sono diventati dei bestseller tradotti in tutto il mondo ed ha spesso partecipato come consulente per polizia e FBI a centinaia di casi di persone scomparse ed omicidi.

L’anno prima della sua morte, nel 2012 ha scritto insieme a Lindsay Harrison il libro “Profezie – Che cosa ci riserva il futuro”, dove sembra abbia previsto, tra le altre cose, anche un’epidemia molto, molto simile a quella del Coronavirus.

Nell’edizione italiana del testo, infatti, si legge:

Entro il 2020 diventerà prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma a causa di una epidemia di una grave malattia simile alla polmonite, che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e che sarà refrattaria a ogni tipo di cura. Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto, quasi in maniera più sconcertante della malattia stessa improvvisamente svanirà con la stessa velocità con cui è arrivata, tornerà all’attacco nuovamente dopo dieci anni, e poi scomparirà completamente.

Sconcertante, vero? Eppure nel libro ci sono altre profezie, non proprio azzeccatissime, almeno per quanto ne sappiamo ad oggi. Ad esempio:

Alla fine, all’inizio del 2020, si raggiunge un accordo tra noi e gli extraterrestri. Lentamente ma inesorabilmente apriamo la nostra mente alla quantità di informazioni infinite che hanno da offrire, non solo sulle galassie lontane nell’universo lontano che non abbiamo ancora cominciato a sognare,ma anche sulla storia del nostro pianeta, di cui molti dei loro antenati sono stati testimoni e hanno lavorato duramente e contribuito a plasmare.

Libri e romanzi non sono l’unico prodotto editoriale nei quali possiamo trovare premonizioni riguardo la pandemia: nel fumetto “Asterix e la corsa d’Italia” uscito nel 2017, infatti, “Coronavirus” è il nome di un romano mascherato, accompagnato dallo scudiero Bacillus!

Un’altra premonizione? Non proprio.

Leggendo la storia, infatti, scopriamo che il senatore Lactus Bifidus, accusato di usare in altro modo i soldi per la manutenzione delle strade, decide di organizzare una corsa di carri a cui far partecipare tutti i popoli dell’impero per dimostrare l’eccellenza delle vie dell’Impero romano: come ha fatto notare Paolo Attivissimo sul suo blog, quindi, l’intero albo usa nomi di microrganismi per i vari personaggi, ma, soprattutto, il termine “coronavirus” era già ben noto quando è uscito il fumetto, anzi, sembra addirittura risalire al 1937!

Più drammatica, invece, la premessa dell’albo di Dylan Dog “L’ultimo uomo sulla terra”, uscito a febbraio nel 1993:

Fischia il vento nelle strade deserte e solleva polvere e carta. La città è morta. Cos’è successo, Dylan? Muovendoti a ritroso nella memoria, trovi il ricordo di Anna Never e di un amore lontano, tra le nebbie vedi un’apocalisse che ha spazzato via l’umanità intera. Ma quanto tempo è passato? E perché soltanto tu sei sopravvissuto? La verità fluttua dentro un silenzio eterno e un’eterna attesa.

Indagando tra le cause di quella che sembra una vera e proprio estinzione del genere umano, Dylan Dog individua nella causa della fine dell’uomo… un’epidemia di raffreddore!

Secondo gli esperti, però, un fenomeno come la pandemia che stiamo affrontando in questo periodo era prevedibile e forse, in qualche modo, anche atteso.

Ne parlava ad esempio Bill Gates, che durante una conferenza ad aprile 2018 aveva messo in guardia i presenti sul pericolo che avrebbe potuto rappresentare la diffusione di un virus pandemico nel sud dell’Asia che avrebbe potuto uccidere 30 milioni di persone in 6 mesi: alla conferenza annuale sui programmi educativi della Massachusetts Medical Society a Boston, Bill Gates aveva dichiarato:

Il mondo deve prepararsi alle pandemie seriamente come quando ci si prepara a una guerra

David Quammen, invece, nel suo “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” del 2012 (pubblicato da Adelphi e tradotto da Luigi Civalleri), scrive:

Le malattie del futuro, ovviamente, sono motivo di grande preoccupazione per scienziati ed esperti di sanità pubblica. Non c’è alcun motivo di credere che l’AIDS rimarrà l’unico disastro globale della nostra epoca causato da uno strano microbo saltato fuori da un animale. Qualche Cassandra bene informata parla addirittura del “Next Big One”, il prossimo grande evento, come di un fatto inevitabile […] Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale o in un mercato cittadino della Cina meridionale? Farà trenta, quaranta milioni di vittime? L’ipotesi è ormai così radicata che potremmo dedicarle una sigla, NBO. La differenza tra HIV-1 e NBO potrebbe essere, per esempio, la velocità di azione: NBO potrebbe essere tanto veloce a uccidere quanto l’altro è relativamente lento. Gran parte dei virus nuovi lavorano alla svelta. […] È ipotizzabile che la prossima Grande Epidemia quando arriverà si conformerà al modello perverso dell’influenza, con alta infettività prima dell’insorgere dei sintomi. In questo caso si sposterà da una città all’altra sulle ali degli aerei, come un angelo della morte. […] Forse il “Next Big One” emergerà da una porcilaia malese, viaggerà dentro una scrofa esportata fino a Singapore e da lì, come la SARS, andrà in giro per il mondo, per esempio nei polmoni di un assistente di volo che ha mangiato il maiale in agrodolce in uno di quei ristorantini alla moda, cari come il fuoco, vicino all’Hotel Raffles.

Infine, se siete credenti e non sapete più a che Santo votarvi, provate a rivolgere un pensiero al patrono contro le pandemie: si tratta di Santa Corona, spesso rappresentata con San Vittore, le cui reliquie sono custodite, fin dal IX secolo, proprio vicino alla zona più provata dalla pandemia del coronavirus, ovvero ad Anzù, in provincia di Belluno

 

Uri Geller aprirà un museo personale a Jaffa

Il “fenomeno paranormale” e star televisiva israeliana Uri Geller sta per aprire un museo a Jaffa.

“The Uri Geller Museum”, questo il nome dell’imponente struttura, occuperà uno spazio risalente a tremila anni fa, situato in Mazal Dagim Street nella città vecchia di Jaffa, e rimasto abbandonato negli ultimi 800 anni.

“Ho visitato il sito l’anno scorso e l’ho visto come un’occasione unica per acquistare uno spazio incredibile in cui mostrare molti artefatti e oggetti provenienti dalla mia casa in Inghilterra e in altri luoghi”, dichiarava Geller qualche tempo fa, “il primo stadio è quello di ristrutturare l’edificio, che ha bisogno di elettricità, illuminazione e altri lavori, con un piano per l’apertura al pubblico tra circa un anno”.

 

Lo spazio espositivo di cinquecento metri quadri esporrà la collezione personale di Geller, inclusi oggetti di David Bowie, Michael Jackson, astronauti, cristalli e rocce raccolte da un’isola scozzese di proprietà di Geller nel Firth of the Forth, la profonda insenatura creata nella costa orientale della Scozia dall’estuario del fiume Forth che sfocia nel Mare del Nord.

Nel museo troveranno spazio anche le copertine delle riviste che ritraggono Geller e i resoconti dei viaggi e degli incontri con le varie personalità nel periodo che va dagli anni ’70 fino ai giorni nostri, oltre ad articoli ed articoli di giornale legati alla sua esperienza con la CIA ed il Mossad di cui avevo già parlato sul mio blog.

“Credo che una delle attrazioni più imponenti sarà il cucchiaio d’acciaio di 18,5 metri posizionato fuori dal museo. Mi sto occupando del processo di creazione dell’opera che pesa circa cinque o sei tonnellate e sarà l’unico cucchiaio d’acciaio delle sue dimensioni nel mondo”, spiega Geller, aggiungendo: “Ho intenzione di farlo fotografare da una stazione satellitare nello spazio”.

Il museo esporrà anche la Cadillac di Uri Geller del 1976, chiamata “The Geller Effect Cadillac”: un’automobile con circa duemila posate rimodellate che ne compongono la carrozzeria, oltre a pietre semipreziose e cristalli, che è stata esposta in alcuni musei internazionali tra cui l’Israel Museum di Gerusalemme, l’American Visionary Arts Museum di Baltimora e il Jewish Museum di Londra.

“Il Museo di Uri Geller si trova nel cuore di Jaffa, un luogo che vede ogni anno centinaia di migliaia di turisti e visitatori”, sottolinea Geller, “sono certo che attirerà una miriade di visitatori internazionali da tutto il mondo”.

Nell’attesa che il museo venga completato ed apra le sue porte al pubblico, non ci resta che goderci alcune immagini del sito e le elaborazioni 3D del museo a questo indirizzo.

Il misterioso magazzino dei libri da salvare

Nel romanzo “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón, il giovane protagonista Daniel Sempere viene accompagnato dal padre nel misterioso Cimitero dei Libri Dimenticati, una labirintica e gigantesca biblioteca nella quale vengono conservati migliaia di volumi sottratti all’oblio.

Ebbene, a Milano, in viale Cassala 39 c’è un posto molto simile, un vero punto di riferimento segreto per i bibliofili.

Si tratta di un magazzino enorme che scorre sotto terra, dove gli amanti dell’universo di carta, previo appuntamento, possono trascorrere le ore scovando i libri che cercano fra gli oltre sessantamila titoli esauriti e non più in commercio.

Giovanni Biancardi, è il collezionista e filologo che, insieme a Massimo Smedile e Luca Belloni, ha dato vita nel 2004 allo studio bibliografico “Il Muro di Tessa”.

Per reperire i libri vengono spesso contattati dagli eredi subito dopo la scomparsa dei collezionisti e la conseguente vendita dei volumi, anche se non mancano le visite ai mercatini hobbistici, dove ci sono gli oggetti recuperati dagli sgomberi delle case.

A Milano, ad esempio, è facile scorgere i tre soci al Borsino in Cordusio.

Tra i maggiori clienti i collezionisti, ma anche veri e propri maniaci che i libri che “neanche li leggono per non deturparli”: gran parte della clientela è formata da studiosi a cui interessa il contenuto di titoli fuori catalogo, non è raro, infatti che libri usciti anche solo cinque anni fa siano già irreperibili e i lettori di quell’autore si rivolgano allo studio.

Le tendenze più recenti, riferisce Biancardi, sono i libri illustrati, quelli che hanno pregi tipografici o si contraddistinguono per una grafica creativa, oppure quelli futuristi e i libri “mito”, come la prima edizione Feltrinelli de “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa: una copia smagliante arriva a costare 1.500 euro.

Rispetto alla vendita online, Biancardi aggiunge di essere favorevole alla digitalizzazione dei contenuti, in modo che “certi libracci che adesso occupano spazio nelle nostre librerie viaggeranno liberi nell’etere”.

Un libro, invece, con cui si ha un intenso rapporto “fisico”, deve rimanere stampato se se lo merita per contenuto, per la bellezza dell’oggetto in sé o perché è necessario il supporto fisico per la sua fruizione.

Insomma, lunga vita a misteriosi luoghi come questo, che consentono a libri rari e antichi di non andare perduti: avrei già in mente qualche titolo da salvare, voi invece quale libro vorreste salvare dall’oblio?