Nei giorni scorsi su alcuni quotidiani si è parlato di Magia come strumento didattico, attraverso un bel progetto che ha coinvolto alcuni studenti di Castelvetro, in provincia di Modena, dove la Magia ed i giochi di prestigio sono diventati un supporto concreto per sviluppare abilità fondamentali.
Il progetto “Magia di Mani e Mente”, realizzato con l’associazione AsmAllergia BIMBI ODV, aveva infatti lo scopo di potenziare le abilità fino-motorie, visuo-motorie e la coordinazione oculo-manualenei bambini delle classi prime della scuola primaria e nelle sezioni 5 anni della scuola d’infanzia, attraverso attività ludiche e stimolanti ispirate al mondo della Magia.
In pratica, attraverso esercizi ispirati ai giochi di prestigio, i bambini hanno lavorato su coordinazione occhio-mano, precisione dei movimenti e controllo della forza, sviluppando abilità essenziali per affrontare con maggiore sicurezza la scrittura in corsivo, soprattutto per contrastare gli effetti di esposizione troppo spesso eccessiva agli schermi digitali.
I risultati ottenuti dai bambini sono stati monitorati con test specifici ed hanno evidenziato miglioramenti significativi, a riprova del fatto che l’allenamento attraverso la manipolazione di oggetti reali incide positivamente sullo sviluppo delle competenze necessarie alla scrittura.
Sinceramente sono molto contento che questa esperienza abbia dimostrato che attività creative e coinvolgenti come la Magia possano tradursi in un potenziamento concreto delle abilità degli studenti, favorendo un apprendimento più completo e consapevole.
Magari un domani la Magia potrebbe diventare una vera e propria materia scolastica, da studiare tra una lezione di matematica ed una di geografia, ed i bambini si mostrerebbero giochi di prestigio l’un l’altro durante l’ora di ricreazione, come facevo coi miei compagni e gli insegnanti…
Nella sala operatoria il tempo sembra sospeso. Le luci sono quelle fredde della chirurgia, i gesti precisi, calibrati. Eppure, in quel momento, qualcosa di straordinario accade: il paziente non dorme.
Ha 76 anni, viene dalla Puglia, e mentre i chirurghi lavorano sul suo corpo, la sua mente è altrove. Cammina tra ulivi assolati, sente il vento leggero delle sue terre, forse rivede frammenti di vita familiare. Non è un sogno: è ipnosi.
A Torino, all’ospedale Molinette, un intervento che altrove era stato giudicato impossibile diventa realtà. L’uomo, troppo fragile per affrontare un’anestesia generale a causa di una grave insufficienza respiratoria, era stato considerato inoperabile. La ventilazione artificiale avrebbe potuto costargli la vita.
Ma qui la medicina decide di cambiare strada.
Nasce così un protocollo diverso, quasi rivoluzionario: chirurgia “awake”, da svegli. Un equilibrio sottile tra anestesia locale e ipnosi clinica, costruito su misura per lui. A guidarlo, non solo bisturi e monitor, ma anche la voce di chi lo accompagna lontano dalla sala operatoria, trasformando la paura in immagini, il dolore in distanza.
E mentre il corpo subisce un intervento delicato – l’asportazione di una parte del colon – la coscienza resta vigile, ma protetta, come avvolta in un’altra realtà. Durante l’operazione, il paziente parla, racconta, vive altrove.
L’intervento dura circa un’ora. Nessuna terapia intensiva dopo. Già il giorno seguente l’uomo cammina, mangia, recupera con una rapidità che ha qualcosa di sorprendente.
Non è solo un successo clinico. È uno spiraglio.
Una nuova frontiera per chi, fino a ieri, non aveva alternative. Per i pazienti fragili, per chi non può permettersi i rischi della medicina tradizionale, questa tecnica apre una possibilità dove prima c’era solo un limite.
E forse è proprio qui il punto più affascinante: mentre la chirurgia diventa sempre più avanzata, torna anche a qualcosa di profondamente umano. Alla parola, all’immaginazione, alla mente che accompagna il corpo oltre la paura.
In una sala operatoria di Torino, qualcuno è stato operato senza dormire.
E mentre accadeva, stava camminando tra gli ulivi.
In Perù, un team di archeologi ha scoperto i resti di un tempio e di un teatro risalenti a un periodo compreso tra 4.000 e 5.000 anni fa. Questa importante scoperta, avvenuta nel sito di Los Paredones de la Otra Banda-Las Ánimas, può fornire nuovi elementi per comprendere le origini delle complesse religioni della regione. All’interno del tempio cerimoniale sono stati rinvenuti resti umani di tre adulti, fregi raffiguranti animali mitici della cultura dell’epoca e numerosi doni cerimoniali, suggerendo che i tre individui fossero vittime di un sacrificio rituale.
La datazione delle strutture e il fatto che il tempio sia stato costruito da una civiltà di cui si sa molto poco, e non dagli Inca, rendono la scoperta particolarmente significativa. Inoltre, è stata trovata anche la tomba di un bambino, il cui sacrificio non è ancora stato accertato, e la cui sepoltura avvenne secoli dopo la costruzione del tempio.
Il Ministero della Cultura peruviano ha divulgato la notizia, citando l’archeologo Luis Armando Muro Ynoñán, che ha espresso sorpresa per la vicinanza delle antiche strutture alla superficie moderna. Gli scavi, infatti, hanno rivelato i primi muri a soli 1,8 metri di profondità. Tra i ritrovamenti, una “sezione” di un grande tempio e un piccolo teatro con un’area dietro le quinte e una scalinata che conduceva a una piattaforma simile a un palco, probabilmente utilizzato per spettacoli rituali davanti a un pubblico selezionato.
Questi reperti sono datati ben prima di Machu Picchu e delle culture pre-Inca e Nazca!
Si ipotizza che la costruzione possa essere opera dei Moche, un popolo misterioso di cui si hanno poche informazioni: «Non sappiamo come si chiamassero o come le altre persone si riferissero a loro. Tutto ciò che sappiamo di loro deriva da ciò che hanno creato: le loro case, i templi e i beni funerari. Qui le persone hanno creato sistemi religiosi complessi e visioni del loro cosmo», ha spiegato Ynoñán, aggiungendo che la religione era un aspetto cruciale nell’emergere dell’autorità politica. Inoltre, sono stati trovati grandi murales dipinti sui muri, da cui sono stati prelevati campioni di pigmenti per l’analisi al carbonio, che confermerà l’età del sito.
Ynoñán ha descritto l’emozione di trovarsi davanti a raffigurazioni di antiche divinità, sottolineando il legame speciale e profondo con la scoperta, poiché la sua famiglia proviene dalla zona.
Tredici piccole statuine in terracotta molto simili ai nostri pastori del Presepe, accompagnate da tracce di antichi rituali, sono emerse a Pompei da un ambiente adiacente alla casa di Leda e il cigno. Questo luogo è attualmente oggetto di un progetto di scavo, restauro e valorizzazione, come riportato nell’E-Journal degli scavi di Pompei.
Le statuette, che misurano circa 15-20 cm in altezza, includono rappresentazioni umane, nonché una mandorla, una noce, la testa di un gallo in argilla e una pigna in vetro. Sorprendentemente, sono state rinvenute in posizione eretta su un piano orizzontale all’interno di un vano delimitato da blocchi di travertino, indicando presumibilmente la presenza di un mobile scaffale.
Nonostante la pratica dei presepi sia storicamente più recente, gli archeologi hanno confermato che queste statuette appartengono ad un contesto rituale e religioso, ben distinto, ovviamente, dalla narrazione della nascita di Cristo.
L’ambiente che le ospitava, verosimilmente l’atrio della casa, presentava anche decorazioni che affioravano nella parte superiore delle pareti. Le prime analisi suggeriscono che alcuni soggetti rappresentati potrebbero essere collegati al mito di Cibele e Attis, connessi all’equinozio di primavera.
Il mito, originario della Frigia in Asia Minore, è legato al ciclo vitale delle stagioni e alla fertilità della terra. Nella regione italiana, il culto giunse attraverso la Magna Grecia e fu adottato soprattutto dalle classi sociali più elevate.
Nel corso della trasmissione televisiva “Propaganda Live” di stasera, ho ascoltato l’attore Valerio Aprea recitare un componimento in rima del nonno Tito, pianista e compositore napoletano, che ricorda la celebre Livella di Totò.
Purtroppo, non riuscendo a trovare il testo in rete, ho provato, riguardando la registrazione disponibile a questo link, a trascriverla io: augurandomi di aver riportato la metrica corretta, spero che possa essere cosa gradita agli amanti di Napoli e dei suoi personaggi insoliti.
Epitaffio di Tito Aprea
Che silenzio armunioso
e che addore e pace.
Da n’albero a n’ato,
se jettano l’aucielle
senza cantà.
Na ‘nfilacciata janca
a vista d’uocchie
ammassa tutte ‘e casarelle ‘e marmo
addò, aqquietati,
se po’
in eternità
finalmente durmì.
Su ogni casarella
ce sta scritto quaccosa.
“Qui giace Tizio o Caio,
fu tanto buono,
amò Dio e famiglia”.
Ma che brava persona,
che peccato.
E, a n’ata parte,
“Gran lavoratore,
sacrificò la vita per i figli”
e i figli che facetteno?
O lassaino murì!
Nu poco cchiù ‘nnanz ancora
“Amò solo la moglie,
fu fedele tutta la vita”
Vai mò a sapè ‘e cufecchie
ca facette ‘stu sant’ommo.
E tutte ‘e scritte
nessuna esclusa
dicono ‘a stessa cosa
ossia ca ‘o muorto
era sicuramente
o meglio ‘e tutte ‘e vive
E va bene
dico io
tutto va bene,
ma ‘e carogne
addò stanne ‘nterrate?
Chelli carogne
‘ca ‘a matina se scetano sultanto
c’a speranza
‘e fa male ‘a coccheduno
diciteme
addò stanno?
Pecché sinnò,
me vene ‘nu pensiero
assai maligno:
o ‘e carogne nun moreno mai
o queste cose pie
scurpite dinto ‘o marmo
‘so tutte fesserie.
Qualche giorno fa sono stato intervistato da Andrea Boccia, del negozio di Magia “Tra Palco e Realtà” a Roma per la sua rubrica “5 minuti Tu e la Magia”.
Abbiamo parlato di Magia, Mentalismo, e del mio libro “La Porta sull’invisibile”, buona visione.
Quando accompagno qualche amico in giro a Napoli, mi piace fermarmi davanti il portale del Maschio Angioino e raccontare una delle leggende trascritte da Benedetto Croce nel suo “Storie e leggende napoletane”, che riguarda delle misteriose sparizioni: «Era in quel castello una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si volevano più rigidamente castigare: quando a un tratto si cominciò a notare con istupore che, di là, i prigionieri sparivano».
Secondo un’antica leggenda, infatti, il re aragonese Ferrante, figlio di Alfonso il Magnanimo, utilizzava una cella, detta la Fossa del Miglio, ricavata nello spazio sottostante la Cappella Palatina e utilizzata dagli Aragonesi per il deposito del grano: la Fossa del Miglio divenne la cella dove venivano rinchiusi i prigionieri condannati alle pene più dure. Durante il regno di Giovanna II le prigioni ospitarono illustri personaggi, ma raggiunsero il gran completo durante la famosa Congiura dei Baroni. In quella fossa, infatti, sostarono i baroni ribelli prima di andare a morte.
Come raccontava Benedetto Croce, pare che molti dei prigionieri rinchiusi nella Fossa del Miglio scomparissero nel nulla, dalla sera alla mattina. Aumentata la vigilanza, si scoprì la causa delle sparizioni: da un’apertura che si trovava sotto il livello dell’acqua entrava un coccodrillo, che azzannava i prigionieri trascinandoli in mare. Forse arrivato dall’Egitto nella scia di una nave, l’animale venne per qualche tempo utilizzato per liberarsi, senza troppa pubblicità, dei prigionieri più scomodi.
Secondo la leggenda, esaurito il suo compito, la bestia fu poi catturata con un’esca gigante, una coscia di cavallo, quindi uccisa, impagliata e esposta in bella vista sulla porta d’ingresso del Castello.
In effetti fino al 1875 un coccodrillo fu realmente esposto sulla sommità della porta di bronzo di Castel Nuovo, come testimonia la celebre foto di Robert Rive: quell’anno il macabro trofeo fu donato dal comandante del Forte a Giuseppe Fiorelli, che nel 1866 aveva fondato il Museo di San Martino.
Benedetto Croce, inoltre, aggiunge come l’animale venisse «additato ai fanciulli, che ne restavano atterriti».
In realtà le leggende relative ad un «immondo rettile» (come lo definì Alexandre Dumas nella “Storia dei Borbone di Napoli”) sono ben tre, diverse, ma ambientate tutte in epoca medievale.
Oltre a quella relativa a Ferrante d’Aragona, che regnò a Napoli dal 1458 al 1494, la seconda riguarda la regina Giovanna, dipinta come una ninfomane dispotica, perfida e perennemente affamata di sesso. Giovanna II, o Giovanna di Durazzo, sorella di re Ladislao, regnò a Napoli dal 1414 al 1435, anno della sua morte: secondo la leggenda che la vede protagonista, dopo aver ospitato nella sua alcova amanti di ogni estrazione sociale per soddisfare le sue voglie, li faceva cadere in un pozzo attraverso una botola segreta, perché non lasciassero tracce: in fondo al pozzo, ad attenderli, ci sarebbe stato il coccodrillo della leggenda.
La terza versione riguarda un coccodrillo impagliato offerto come ex voto da un soldato di ritorno dall’Egitto, durante il Medioevo, all’immagine della Madonna del Parto che si trovava nella cappella palatina, come racconta Pompeo Sarnelli in una delle prime “guide turistiche” di Napoli del 1685.
Oggi però, grazie ad uno studio di Vincenzo Caputo Barucchi, ordinario di Anatomia comparata all’università politecnica delle Marche, insieme a Tatiana Fioravanti, esperta di Dna antico, e a Emanuele Casafredda, laureato in Restauro presso l’Accademia di belle arti di Napoli, che si è occupato del restauro di quanto era rimasto del coccodrillo, rimasto per oltre 150 anni nei depositi del Museo di San Martino, si è scoperto che è proprio quest’ultima leggenda ad essere vera!
Analizzando il Dna antico prelevato dalla radice di un dente dell’animale e del radiocarbonio, è stato possibile chiarire l’origine del coccodrillo impagliato, classificato come “Crocodylus niloticus”, riconducendolo alla popolazione attuale del lago Nasser, in Egitto, mentre, secondo il metodo del radiocarbonio, il reperto risalirebbe ad un periodo compreso tra il 1296 e il 1419, del tutto compatibile con la leggenda dell’ex voto.
“Siamo orgogliosi di aver contribuito a riscrivere un pezzo marginale ma significativo della storia di Napoli, una città che non smette mai di sorprendere”, ha detto lo specialista.
Lo studio avrebbe inoltre stabilito che, mummie a parte, il coccodrillo egiziano di Napoli è il più antico reperto tassidermizzato giunto fino a noi dall’antichità.
Un recente avvistamento del mostro di Loch Ness si è rivelato essere solo un alpaca che stava facendo un bagno nel celeberrimo lago scozzese!
Un gruppo di alpaca fuggiti dal ranch “Loch Ness Alpacas” a Dores, Inverness, che offre escursioni a turisti ed amanti degli animali, ha fatto un giro al “Balachladaich Bed and Breakfast”, che si trova accanto al loro recinto sulle rive del lago e dopo essersi tuffati in acqua hanno fatto credere alle persone che si trovavano sulla riva opposta che si trattasse di Nessie.
L’elemento che ha tratto in inganno i presenti è stata una foto che ritraeva uno degli animali con il collo che sporgeva dall’acqua, come nell’iconica foto del mostro di Loch Ness.
Secondo il Daily Star l’immagine dell’alpaca nel lago ha fatto il giro dei social portando le persone a credere ad un avvistamento di Nessie, ma dopo aver fatto luce sull’episodio, gli alpaca sono stati catturati mentre si stavano rinfrescando nel lago e riconsegnati ai proprietari.
Qualche giorno fa, durante una visita ad una libreria in cui mi piace spesso immergermi, soprattutto tra gli scaffali dedicati ai testi rari e ormai introvabili, mi sono imbattuto in un volume estremamente interessante per chiunque si interessi di ricerca paranormale, che è riuscito ad aprire un portale spazio-temporale proiettandomi per qualche momento in Inghilterra, in un passato popolato da fate, gnomi ed altri esseri magici.
Si tratta del testo “Apparizioni delle fate”, pubblicato negli anni ’50 del secolo scorso dalla Società Teosofica Italiana. Sottotitolo dell’opera è “Fotografie originali autentiche documentate e descritte da Edward L. Gardner“.
Nell’introduzione si legge: “Le tradizioni popolari di tutto il mondo affermano l’esistenza degli spiriti di natura che occasionalmente vengono veduti dagli uomini e vi sono migliaia di persone che sarebbero disposte a giurare d’aver veduto con i propri occhi spiriti di varia forma e natura. […] Le pagine seguenti costituiscono una documentazione fotografica definitiva sull’esistenza di tali ordini di spiriti di natura, che in condizioni normali non sono percepiti dall’uomo”.
Il portale spazio-temporale che ho varcato con questo libro mi ha teletrasportato in un passato in cui il Mondo – o almeno una certa parte di esso – è realmente convinto che nel 1917, a Cottingley, due ragazzine siano riuscite non solo a stabilire un contatto con degli esseri magici come fatine e gnomi, ma che le foto scattate per dimostrarne l’esistenza siano autentiche!
Nel 1917, infatti, la piccola Frances Griffiths, di nove anni, e sua madre, si trasferirono dal Sud Africa a casa della zia di Frances, presso il villaggio di Cottingley, nello Yorkshire occidentale.
Frances giocava spesso con sua cugina, una ragazza di 16 anni di nome Elsie Wright, ed un giorno dissero di aver visto delle fate in giardino: per provarlo presero in prestito la fotocamera del padre di Elsie e tentarono di fotografarle.
Il padre di Elsie, Arthur Wright, aveva una camera oscura, e mentre stava sviluppando delle foto, ne trovò alcune che mostravano Frances dietro un cespuglio con 4 fatine che danzavano davanti a sé.
Siccome Elsie aveva lavorato in uno studio fotografico, il signor Wright pensò subito che le fate non fossero altro che delle piccole sagome di cartone.
Due mesi dopo le ragazze presero nuovamente la fotocamera del signor Wright e scattarono delle foto di Elsie che tendeva la mano ad uno gnomo. Arthur Wright era convinto che si trattasse di uno scherzo, mentre sua moglie Polly credeva che fosse tutto vero.
Le foto vennero pubblicate nel 1919, quando Polly Wright partecipò ad un incontro della Società Teosofica che si era tenuto a Bradford: le fotografie furono esposte durante la conferenza annuale della Società ad Harrogate, e qualche mese dopo catturarono l’attenzione proprio di Edward Gardner, che le inviò, insieme ai negativi originali, ad Harold Snelling, il quale si convinse che le foto fossero autentiche.
Arthur Conan Doyle volle utilizzarle come illustrazioni per un articolo sulle fate che gli era stato commissionato dalla rivista The Strand Magazine, pubblicato in occasione del numero natalizio del 1920 e pubblicizzato in copertina come “Fotografate delle fate: un evento epocale descritto da A. Conan Doyle”.
Le copie della rivista andarono esaurite in pochi giorni dalla pubblicazione, visto che l’articolo di Doyle conteneva due stampe ad alta risoluzione delle foto scattate nel 1917. L’articolo destò molta curiosità e scatenò le reazioni più disparate, tra lo scetticismo di chi credeva si trattasse di uno scherzo e lo stupore di chi era convinto che le foto fossero vere.
Per fugare ogni dubbio sull’autenticità delle fotografie, Gardner e Doyle chiesero alla compagnia fotografica Kodak di esprimere un parere sulle foto: nonostante i tecnici concordassero con Snelling che le foto non mostrassero alcun segno di manomissione, le immagini delle fate non potevano essere reali, per cui la compagnia rifiutò di emettere un certificato di autenticità, mentre un’altra compagnia fotografica, la Ilford, dichiarò che fosse evidente che si trattava di una falsificazione.
Nel 1920 Arthur Conan Doyle chiese a Gardner di incontrare famiglia Wright: Arthur Wright gli disse che aveva ispezionato la stanza delle ragazze e l’area dove erano state scattate le fotografie, vicino ad un ruscello, alla ricerca di pezzi di figurine o sagome di cartone, ma che non aveva trovato nulla. Gardner allora tornò a Cottingley verso la fine di luglio dello stesso anno con due fotocamere e 24 lastre fotografiche che aveva segnato: le ragazze scattarono diverse fotografie, due delle quali mostravano le fate.
A partire dall’agosto del 1921, quando Gardner tornò a Cottingley senza però trovare nuove fotografie, l’interesse per la storia delle fate scemò gradualmente.
Fu solamente nel 1983 che Elsie e Frances ammisero, in un articolo pubblicato sulla rivista The Unexplained, che le fotografie erano state falsificate, anche se entrambe affermavano di aver visto sul serio delle fate.
Elsie spiegò che avevano ritagliato alcune illustrazioni da un libro per bambini dell’epoca, il Princess Mary’s Gift Book, incollandole su delle sagome di cartone e aggiungendo delle ali alle figurine, che poi avevano fissato con delle forcine per tenerle in piedi.
Nonostante la confessione di Elsie, Frances, insistette nell’affermare che l’ultima foto scattata fosse autentica e si spense nel 1986. Elsie, invece, morì nel 1988, mentre le lastre fotografiche di vetro furono acquistate per 6000 sterline da un compratore anonimo durante un’asta tenutasi a Londra nel 2001.
Scorrendo i vecchi archivi fotografici napoletani, mi è capitato di soffermarmi su uno scorcio dei Quartieri Spagnoli: in questa immagine, scattata tra il 1960 ed il 1970 da Riccardo Carbone, infatti, c’è una strana insegna che ha attirato la mia curiosità…
Ci troviamo innanzitutto in Vico della Tofa, un vicolo che inizia da via Toledo e attraversa i Quartieri Spagnoli e che secondo alcune fonti in origine si chiamava “Vico della Pietra della Pazienza” perché in esso c’era una pietra su cui i napoletani si sedevano o poggiavano la testa quando erano tristi e impazienti.
Il vicolo venne quindi chiamato “vico della Tofa” perché in esso c’era una fontana che raffigurava il volto di un tritone che soffiava in una conchiglia detta, appunto, Tofa, e dalla quale usciva dell’acqua.
Tornando alla foto, pare che proprio in Vico della Tofa si trovasse lo studio del misterioso Mago di Toledo, che sembra avesse un seguito molto ampio e che arrivasse gente da tutto il Sud per incontrarlo.
Giuseppe Ianigro, questo il suo nome all’anagrafe, era di origine pugliese ed era nato il 13 maggio 1898 e praticava la cartomanzia, ovvero la divinazione attraverso la lettura delle carte.
Il mago era davvero una figura misteriosa e, come fu per il “Mago di Napoli”Achille D’Angelo, fu notato dal cinema: nel 1962, infatti, interpretò l’assessore Nicola De Bellis nella commedia di Luigi Zampa“Gli anni ruggenti”, satira sulle ipocrisie della politica locale in epoca fascista, pellicola con Nino Manfredi nella quale interpretava un funzionario del fascio marito di Angela Luce.
Anche Federico Fellini – appassionato di mistero ed esoterismo – lo stimava così tanto che lo volle nel suo film “Amarcord” e lo scelse per fargli recitare la parte del nonno.
Particolarmente evocativa è la scena, molto cara a Fellini, in cui il nonno si smarrisce nella nebbia sul viale davanti a casa sua: «Ma dov’è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto. Mo se la morte è così… non è mica un bel lavoro. Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino. Tè cul!»
Tra i film ai quali ha partecipato ricordiamo, oltre a quelli già citati, “Il giudizio universale” di Vittorio De Sica del 1961, “I clowns”, ancora di Fellini del 1970, “La linea del fiume”, di Aldo Scavarda del 1976 e “Viaggio con Anita”, di Mario Monicelli del 1978.
Lasciato il mondo del cinema, alla sua morte, avvenuta il 28 giugno 2008 a 110 anni, il mestiere di veggente è stato tramandato alla figlia Grazia.
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