Archivi categoria: emozioni

A scuola di Magia

Sulla mia newsletter “due o tre cose che volevo dirvi” ho scritto di un’interessante iniziativa che riguarderebbe scuola e Magia.

Nei giorni scorsi su alcuni quotidiani si è parlato di Magia come strumento didattico, attraverso un bel progetto che ha coinvolto alcuni studenti di Castelvetro, in provincia di Modena, dove la Magia ed i giochi di prestigio sono diventati un supporto concreto per sviluppare abilità fondamentali.

Il progetto “Magia di Mani e Mente”, realizzato con l’associazione AsmAllergia BIMBI ODV, aveva infatti lo scopo di potenziare le abilità fino-motorie, visuo-motorie e la coordinazione oculo-manuale nei bambini delle classi prime della scuola primaria e nelle sezioni 5 anni della scuola d’infanzia, attraverso attività ludiche e stimolanti ispirate al mondo della Magia.

In pratica, attraverso esercizi ispirati ai giochi di prestigio, i bambini hanno lavorato su coordinazione occhio-mano, precisione dei movimenti e controllo della forza, sviluppando abilità essenziali per affrontare con maggiore sicurezza la scrittura in corsivo, soprattutto per contrastare gli effetti di esposizione troppo spesso eccessiva agli schermi digitali.

I risultati ottenuti dai bambini sono stati monitorati con test specifici ed hanno evidenziato miglioramenti significativi, a riprova del fatto che l’allenamento attraverso la manipolazione di oggetti reali incide positivamente sullo sviluppo delle competenze necessarie alla scrittura.

Il progetto dovrebbe essere esteso anche ad altre scuole, con l’obiettivo di integrare metodologie innovative nella didattica quotidiana.

Sinceramente sono molto contento che questa esperienza abbia dimostrato che attività creative e coinvolgenti come la Magia possano tradursi in un potenziamento concreto delle abilità degli studenti, favorendo un apprendimento più completo e consapevole.

Magari un domani la Magia potrebbe diventare una vera e propria materia scolastica, da studiare tra una lezione di matematica ed una di geografia, ed i bambini si mostrerebbero giochi di prestigio l’un l’altro durante l’ora di ricreazione, come facevo coi miei compagni e gli insegnanti…

Il linguaggio del corpo a San Valentino

Nel corso di  un appuntamento si cerca di raccogliere più elementi possibili per formarsi una prima impressione dell’altro: tono della voce, sorriso, sguardo, persino il modo di muovere le mani.

Nella fase del corteggiamento una buona impressione reciproca nasce dall’utilizzare in modo simile il linguaggio del corpo: un certo tipo di sguardo, ridere o protendersi verso l’altro sono solo alcune delle spie che comunicano una buona intesa innescata da una prima impressione positiva.

Non importa essere belli: conta di più saper comunicare!

Scopri come leggere i segnali del corpo del tuo partner ascoltando il mio intervento nel corso della trasmissione “Italiani”, condotta da Marco Critelli e Pino Valito, in onda su Radio Punto Nuovo, mentre a questo link ci sono tutti gli altri interventi.

https://www.magiadellamente.it/mnap/rpn1.mp3?_=1

 

Cosa cercano di dirci i sogni?

A cosa serve sognare?

Se per qualcuno sono solo sciocchezze senza alcun significato oppure un normale meccanismo necessario a consolidare i ricordi della giornata, altri, che magari si ritengono più spirituali, credono che si tratti di  messaggi da un altro mondo, forse dall’aldilà.

Ma se i sogni nascono da attività cerebrali casuali, come mai sembrano svolgersi in modi così coerenti? E se si tratta solo di banali rielaborazioni degli eventi della giornata, come mai sono spesso così vividi, fantasiosi o surreali?

James Hollis, uno psicoterapeuta junghiano secondo cui i sogni non sono per niente insensati, si chiede “chi mai inventerebbe certe cose?”

Notte dopo notte, quando andiamo a letto, ci passano per la mente storie folli e complicatissime sulle quali non abbiamo nessun controllo, ed è una cosa davvero affascinante.

Nonostante i sogni siano difficili da analizzare in laboratorio in quanto si tratta di esperienze molto personali, gli studi di alcuni ricercatori tra cui Matthew Walker, che ha scritto alcuni libri sull’argomento, fanno pensare che i sogni siano una sorta di analisi notturna: durante la fase REM rielaboriamo emotivamente le esperienze che ci hanno messo alla prova, ma senza un neurotrasmettitore come la noradrenalina che induce l’ansia .

Nel corso degli esperimenti, le persone alle quali venivano mostrare immagini con una forte carica emotiva reagivano con più calma quando le rivedevano dopo una buona nottata piena di sogni: un risultato difficile da ottenere sia con un sonno senza sogni sia con il semplice passare del tempo.

Quasi certamente Carl Jung non avrebbe accettato questa spiegazione, perché sosteneva che i sogni sono messaggi dell’inconscio il cui scopo è quello di offrirci dei simboli che rappresentano intuizioni che sfuggono alla mente cosciente.

Quando un sogno ci colpisce particolarmente, infatti, ce lo scriviamo, lo analizziamo con o senza l’aiuto di un analista, ipotizziamo diverse interpretazioni, e se una ci sembra quella giusta – se ci ha fatto venire la pelle d’oca e ci ha provocato una forte emozione – cerchiamo di approfondirla.

Se però Jung si fosse sbagliato e i sogni fossero davvero dei fenomeni casuali, trattandoli come se fossero potenzialmente significativi e prendendo in considerazione solo quelle interpretazioni che ci sembrano corrette, finiamo comunque per capire qualcosa di importante.

Chiederci che cosa stanno cercando di dirci i nostri sogni significa, quindi, farci domande profonde e difficili che altrimenti eviteremmo, anche se magari non stavano cercando di dirci proprio nulla…

Perché è così difficile interpretare le emozioni altrui

Vi è mai capitato di avere difficoltà nel capire se la persona che avete di fronte è arrabbiata o triste, oppure di scambiare le occhiate amichevoli di qualcuno per un flirt, magari cacciandovi in una situazione particolarmente imbarazzante?

Ebbene, sappiate che capita molto spesso ad ognuno di noi.

Come esseri umani, infatti, dobbiamo socializzare con altre persone, il che significa essere in grado di comunicare sia verbalmente che attraverso il linguaggio del corpo. Siccome le emozioni da comunicare e le relative sfumature sono tantissime, diventa complicato esprimerle con il linguaggio non verbale e, di conseguenza, interpretarle per chi abbiamo di fronte.

È molto facile, ad esempio, riconoscere le sei emozioni universali: felicità, disgusto, paura, sorpresa, tristezza e rabbia, ma che dire di emozioni secondarie, come imbarazzo, orgoglio, dolore, vergogna, senso di colpa, ecc?

La ragione principale per cui spesso potremmo avere difficoltà a interpretare le emozioni altrui è il cosiddetto “affect blend”, quando, cioè, un’emozione viene mostrata dal nostro interlocutore da un solo lato del viso, mentre un’altra emozione viene mostrata da entrambi i lati: il nostro cervello, infatti, interpreta entrambi i lati del volto di chi ci sta di fronte per riconoscere l’emozione che viene espressa, come dimostrato dall’esperimento “Cortical Systems for the Recognition of Emotion in Facial Expressions” (sistemi corticali per il riconoscimento dell’emozione nelle espressioni facciali).

Chi invece ha subito incidenti che hanno danneggiato un lato del cervello potrebbe avere difficoltà a riconoscere le emozioni negative, in particolar modo la paura, mentre, riconosce senza problemi la felicità.

Un altro motivo per cui spesso tendiamo a fraintendere le emozioni è la cultura di provenienza: nella cultura occidentale, infatti, agli uomini viene insegnato a non piangere ed a non mostrarsi fragili, mentre alle donne viene chiesto sempre più spesso di essere felici e sorridenti, mentre nella cultura giapponese, viceversa, alle persone viene insegnato a mostrare meno espressioni facciali ed alle donne è insegnato a nascondere il sorriso.

Infine, la ragione per spesso abbiamo difficoltà a interpretare le emozioni altrui è perché chi ci sta di fronte potrebbe avere degli “schemi” – ovvero quei concetti cognitivi che ci aiutano a organizzare le informazioni per aiutarci a interpretare il mondo che ci circonda – diversi su come mostrare alcune specifiche emozioni: se qualcuno ad esempio cresce pensando che una persona debba sgranare gli occhi per mostrare sorpresa, confonderà sempre la sorpresa con la paura perché si limiterà a focalizzare l’attenzione solo sugli occhi di chi ha di fronte!

Per saperne di più sulle emozioni, sul linguaggio del corpo e se sia possibile leggere nel pensiero di chi abbiamo di fronte, prenota subito un mio spettacolo.

Un modo insolito per dimostrare alla polizia di essere sobri

Blayk Puckett, studente di 21 anni alla University of Central Arkansas, stava tornando a casa dalla biblioteca del campus quando è stato fermato da una pattuglia della polizia a Conway, Little Rock, perché aveva un’andatura troppo lenta e gli agenti sospettavano che fosse ubriaco.

Quando l’hanno fatto accostare, come mostrano le immagini riprese dalla dashcam dell’auto della polizia, per dimostrare di non aver bevuto, il ragazzo si è messo a fare il giocoliere in strada: se fosse successo a me, gli avrei proposto un numero di lettura del pensiero, anche se in quei momenti non credo sia difficile intuire cosa pensino gli agenti…

Lo studente si è poi giustificato dicendo di guidare piano perché era consapevole di avere una luce posteriore fuori uso.

Perché abbiamo provato imbarazzo per l’errore agli Oscar

In occasione della notte degli Oscar si è tornato a parlare del perché proviamo imbarazzo per gli altri: in un articolo su “Science of Us”, il blog del New York Magazine, la giornalista Melissa Dahl ha riflettuto sulle implicazioni di una ricerca tedesca del 2011 dal titolo “Your flaws are my pain: linking empathy to vicarious embarrassment”.

Secondo questa ricerca, ci sarebbero delle motivazioni legate all’empatia, argomento che tratto spesso nei miei spettacoli, se posti davanti a qualcuno che si mette in ridicolo ci sentiamo male per lui, ad esempio quando uno dei nostri amici fa una gaffe senza accorgersene: vorremmo quasi scomparire, anche se l’umiliazione in realtà non ci riguarda.

Ebbene, alcuni neuroscienziati dell’Università di Marburgo hanno condotto una serie di studi su questa sensazione, scoprendo che quando ci sentiamo in imbarazzo per gli altri vengono attivate le stesse sezioni del cervello che vengono attivate quando siamo coinvolti da una sofferenza altrui, oltre al fatto che le persone che tendono ad avvertire maggiormente questo “imbarazzo per procura” sono tendenzialmente quelle più empatiche.

Ecco perché molte persone hanno descritto la scena dalla gaffe agli Oscar come “difficile da guardare”: quando i presentatori hanno annunciato il vincitore sbagliato per la categoria di miglior film, hanno causato un notevole imbarazzo nel cast della pellicola premiata erroneamente, oltre a mettere in imbarazzo se stessi!

(Foto del Wall Street Journal).