Tredici piccole statuine in terracotta molto simili ai nostri pastori del Presepe, accompagnate da tracce di antichi rituali, sono emerse a Pompei da un ambiente adiacente alla casa di Leda e il cigno. Questo luogo è attualmente oggetto di un progetto di scavo, restauro e valorizzazione, come riportato nell’E-Journal degli scavi di Pompei.
Le statuette, che misurano circa 15-20 cm in altezza, includono rappresentazioni umane, nonché una mandorla, una noce, la testa di un gallo in argilla e una pigna in vetro. Sorprendentemente, sono state rinvenute in posizione eretta su un piano orizzontale all’interno di un vano delimitato da blocchi di travertino, indicando presumibilmente la presenza di un mobile scaffale.
Nonostante la pratica dei presepi sia storicamente più recente, gli archeologi hanno confermato che queste statuette appartengono ad un contesto rituale e religioso, ben distinto, ovviamente, dalla narrazione della nascita di Cristo.
L’ambiente che le ospitava, verosimilmente l’atrio della casa, presentava anche decorazioni che affioravano nella parte superiore delle pareti. Le prime analisi suggeriscono che alcuni soggetti rappresentati potrebbero essere collegati al mito di Cibele e Attis, connessi all’equinozio di primavera.
Il mito, originario della Frigia in Asia Minore, è legato al ciclo vitale delle stagioni e alla fertilità della terra. Nella regione italiana, il culto giunse attraverso la Magna Grecia e fu adottato soprattutto dalle classi sociali più elevate.
Quando accompagno qualche amico in giro a Napoli, mi piace fermarmi davanti il portale del Maschio Angioino e raccontare una delle leggende trascritte da Benedetto Croce nel suo “Storie e leggende napoletane”, che riguarda delle misteriose sparizioni: «Era in quel castello una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si volevano più rigidamente castigare: quando a un tratto si cominciò a notare con istupore che, di là, i prigionieri sparivano».
Secondo un’antica leggenda, infatti, il re aragonese Ferrante, figlio di Alfonso il Magnanimo, utilizzava una cella, detta la Fossa del Miglio, ricavata nello spazio sottostante la Cappella Palatina e utilizzata dagli Aragonesi per il deposito del grano: la Fossa del Miglio divenne la cella dove venivano rinchiusi i prigionieri condannati alle pene più dure. Durante il regno di Giovanna II le prigioni ospitarono illustri personaggi, ma raggiunsero il gran completo durante la famosa Congiura dei Baroni. In quella fossa, infatti, sostarono i baroni ribelli prima di andare a morte.
Come raccontava Benedetto Croce, pare che molti dei prigionieri rinchiusi nella Fossa del Miglio scomparissero nel nulla, dalla sera alla mattina. Aumentata la vigilanza, si scoprì la causa delle sparizioni: da un’apertura che si trovava sotto il livello dell’acqua entrava un coccodrillo, che azzannava i prigionieri trascinandoli in mare. Forse arrivato dall’Egitto nella scia di una nave, l’animale venne per qualche tempo utilizzato per liberarsi, senza troppa pubblicità, dei prigionieri più scomodi.
Secondo la leggenda, esaurito il suo compito, la bestia fu poi catturata con un’esca gigante, una coscia di cavallo, quindi uccisa, impagliata e esposta in bella vista sulla porta d’ingresso del Castello.
In effetti fino al 1875 un coccodrillo fu realmente esposto sulla sommità della porta di bronzo di Castel Nuovo, come testimonia la celebre foto di Robert Rive: quell’anno il macabro trofeo fu donato dal comandante del Forte a Giuseppe Fiorelli, che nel 1866 aveva fondato il Museo di San Martino.
Benedetto Croce, inoltre, aggiunge come l’animale venisse «additato ai fanciulli, che ne restavano atterriti».
In realtà le leggende relative ad un «immondo rettile» (come lo definì Alexandre Dumas nella “Storia dei Borbone di Napoli”) sono ben tre, diverse, ma ambientate tutte in epoca medievale.
Oltre a quella relativa a Ferrante d’Aragona, che regnò a Napoli dal 1458 al 1494, la seconda riguarda la regina Giovanna, dipinta come una ninfomane dispotica, perfida e perennemente affamata di sesso. Giovanna II, o Giovanna di Durazzo, sorella di re Ladislao, regnò a Napoli dal 1414 al 1435, anno della sua morte: secondo la leggenda che la vede protagonista, dopo aver ospitato nella sua alcova amanti di ogni estrazione sociale per soddisfare le sue voglie, li faceva cadere in un pozzo attraverso una botola segreta, perché non lasciassero tracce: in fondo al pozzo, ad attenderli, ci sarebbe stato il coccodrillo della leggenda.
La terza versione riguarda un coccodrillo impagliato offerto come ex voto da un soldato di ritorno dall’Egitto, durante il Medioevo, all’immagine della Madonna del Parto che si trovava nella cappella palatina, come racconta Pompeo Sarnelli in una delle prime “guide turistiche” di Napoli del 1685.
Oggi però, grazie ad uno studio di Vincenzo Caputo Barucchi, ordinario di Anatomia comparata all’università politecnica delle Marche, insieme a Tatiana Fioravanti, esperta di Dna antico, e a Emanuele Casafredda, laureato in Restauro presso l’Accademia di belle arti di Napoli, che si è occupato del restauro di quanto era rimasto del coccodrillo, rimasto per oltre 150 anni nei depositi del Museo di San Martino, si è scoperto che è proprio quest’ultima leggenda ad essere vera!
Analizzando il Dna antico prelevato dalla radice di un dente dell’animale e del radiocarbonio, è stato possibile chiarire l’origine del coccodrillo impagliato, classificato come “Crocodylus niloticus”, riconducendolo alla popolazione attuale del lago Nasser, in Egitto, mentre, secondo il metodo del radiocarbonio, il reperto risalirebbe ad un periodo compreso tra il 1296 e il 1419, del tutto compatibile con la leggenda dell’ex voto.
“Siamo orgogliosi di aver contribuito a riscrivere un pezzo marginale ma significativo della storia di Napoli, una città che non smette mai di sorprendere”, ha detto lo specialista.
Lo studio avrebbe inoltre stabilito che, mummie a parte, il coccodrillo egiziano di Napoli è il più antico reperto tassidermizzato giunto fino a noi dall’antichità.
Un recente avvistamento del mostro di Loch Ness si è rivelato essere solo un alpaca che stava facendo un bagno nel celeberrimo lago scozzese!
Un gruppo di alpaca fuggiti dal ranch “Loch Ness Alpacas” a Dores, Inverness, che offre escursioni a turisti ed amanti degli animali, ha fatto un giro al “Balachladaich Bed and Breakfast”, che si trova accanto al loro recinto sulle rive del lago e dopo essersi tuffati in acqua hanno fatto credere alle persone che si trovavano sulla riva opposta che si trattasse di Nessie.
L’elemento che ha tratto in inganno i presenti è stata una foto che ritraeva uno degli animali con il collo che sporgeva dall’acqua, come nell’iconica foto del mostro di Loch Ness.
Secondo il Daily Star l’immagine dell’alpaca nel lago ha fatto il giro dei social portando le persone a credere ad un avvistamento di Nessie, ma dopo aver fatto luce sull’episodio, gli alpaca sono stati catturati mentre si stavano rinfrescando nel lago e riconsegnati ai proprietari.
Qualche giorno fa, durante una visita ad una libreria in cui mi piace spesso immergermi, soprattutto tra gli scaffali dedicati ai testi rari e ormai introvabili, mi sono imbattuto in un volume estremamente interessante per chiunque si interessi di ricerca paranormale, che è riuscito ad aprire un portale spazio-temporale proiettandomi per qualche momento in Inghilterra, in un passato popolato da fate, gnomi ed altri esseri magici.
Si tratta del testo “Apparizioni delle fate”, pubblicato negli anni ’50 del secolo scorso dalla Società Teosofica Italiana. Sottotitolo dell’opera è “Fotografie originali autentiche documentate e descritte da Edward L. Gardner“.
Nell’introduzione si legge: “Le tradizioni popolari di tutto il mondo affermano l’esistenza degli spiriti di natura che occasionalmente vengono veduti dagli uomini e vi sono migliaia di persone che sarebbero disposte a giurare d’aver veduto con i propri occhi spiriti di varia forma e natura. […] Le pagine seguenti costituiscono una documentazione fotografica definitiva sull’esistenza di tali ordini di spiriti di natura, che in condizioni normali non sono percepiti dall’uomo”.
Il portale spazio-temporale che ho varcato con questo libro mi ha teletrasportato in un passato in cui il Mondo – o almeno una certa parte di esso – è realmente convinto che nel 1917, a Cottingley, due ragazzine siano riuscite non solo a stabilire un contatto con degli esseri magici come fatine e gnomi, ma che le foto scattate per dimostrarne l’esistenza siano autentiche!
Nel 1917, infatti, la piccola Frances Griffiths, di nove anni, e sua madre, si trasferirono dal Sud Africa a casa della zia di Frances, presso il villaggio di Cottingley, nello Yorkshire occidentale.
Frances giocava spesso con sua cugina, una ragazza di 16 anni di nome Elsie Wright, ed un giorno dissero di aver visto delle fate in giardino: per provarlo presero in prestito la fotocamera del padre di Elsie e tentarono di fotografarle.
Il padre di Elsie, Arthur Wright, aveva una camera oscura, e mentre stava sviluppando delle foto, ne trovò alcune che mostravano Frances dietro un cespuglio con 4 fatine che danzavano davanti a sé.
Siccome Elsie aveva lavorato in uno studio fotografico, il signor Wright pensò subito che le fate non fossero altro che delle piccole sagome di cartone.
Due mesi dopo le ragazze presero nuovamente la fotocamera del signor Wright e scattarono delle foto di Elsie che tendeva la mano ad uno gnomo. Arthur Wright era convinto che si trattasse di uno scherzo, mentre sua moglie Polly credeva che fosse tutto vero.
Le foto vennero pubblicate nel 1919, quando Polly Wright partecipò ad un incontro della Società Teosofica che si era tenuto a Bradford: le fotografie furono esposte durante la conferenza annuale della Società ad Harrogate, e qualche mese dopo catturarono l’attenzione proprio di Edward Gardner, che le inviò, insieme ai negativi originali, ad Harold Snelling, il quale si convinse che le foto fossero autentiche.
Arthur Conan Doyle volle utilizzarle come illustrazioni per un articolo sulle fate che gli era stato commissionato dalla rivista The Strand Magazine, pubblicato in occasione del numero natalizio del 1920 e pubblicizzato in copertina come “Fotografate delle fate: un evento epocale descritto da A. Conan Doyle”.
Le copie della rivista andarono esaurite in pochi giorni dalla pubblicazione, visto che l’articolo di Doyle conteneva due stampe ad alta risoluzione delle foto scattate nel 1917. L’articolo destò molta curiosità e scatenò le reazioni più disparate, tra lo scetticismo di chi credeva si trattasse di uno scherzo e lo stupore di chi era convinto che le foto fossero vere.
Per fugare ogni dubbio sull’autenticità delle fotografie, Gardner e Doyle chiesero alla compagnia fotografica Kodak di esprimere un parere sulle foto: nonostante i tecnici concordassero con Snelling che le foto non mostrassero alcun segno di manomissione, le immagini delle fate non potevano essere reali, per cui la compagnia rifiutò di emettere un certificato di autenticità, mentre un’altra compagnia fotografica, la Ilford, dichiarò che fosse evidente che si trattava di una falsificazione.
Nel 1920 Arthur Conan Doyle chiese a Gardner di incontrare famiglia Wright: Arthur Wright gli disse che aveva ispezionato la stanza delle ragazze e l’area dove erano state scattate le fotografie, vicino ad un ruscello, alla ricerca di pezzi di figurine o sagome di cartone, ma che non aveva trovato nulla. Gardner allora tornò a Cottingley verso la fine di luglio dello stesso anno con due fotocamere e 24 lastre fotografiche che aveva segnato: le ragazze scattarono diverse fotografie, due delle quali mostravano le fate.
A partire dall’agosto del 1921, quando Gardner tornò a Cottingley senza però trovare nuove fotografie, l’interesse per la storia delle fate scemò gradualmente.
Fu solamente nel 1983 che Elsie e Frances ammisero, in un articolo pubblicato sulla rivista The Unexplained, che le fotografie erano state falsificate, anche se entrambe affermavano di aver visto sul serio delle fate.
Elsie spiegò che avevano ritagliato alcune illustrazioni da un libro per bambini dell’epoca, il Princess Mary’s Gift Book, incollandole su delle sagome di cartone e aggiungendo delle ali alle figurine, che poi avevano fissato con delle forcine per tenerle in piedi.
Nonostante la confessione di Elsie, Frances, insistette nell’affermare che l’ultima foto scattata fosse autentica e si spense nel 1986. Elsie, invece, morì nel 1988, mentre le lastre fotografiche di vetro furono acquistate per 6000 sterline da un compratore anonimo durante un’asta tenutasi a Londra nel 2001.
Qualche giorno fa sono stato intervistato da Giuliana Galati, fisica, conduttrice di Superquark+ e coordinatrice della XIX edizione del “Corso per indagatori di misteri” del CICAP, in merito ai fenomeni paranormali.
Come si fa a smascherare un sensitivo fraudolento? È possibile riprodurre le gesta dei più famosi sensitivi del mondo?
Nei giorni scorsi alcuni speleologi con il compito di svolgere un sopralluogo tecnico per la Sovrintendenza si sono avventurati nella fitta boscaglia del giardino di Villa Ada, a Roma, in un labirinto di cunicoli e strettoie profondo trecento metri.
Qui hanno scoperto un piccolo ipogeo che custodiva alcuni tesori risalenti alla Seconda Guerra Mondiale: una divisa militare con accanto, nella polvere, delle stellette, dei bottoni, alcuni bossoli di mitra e delle monete degli anni Quaranta.
Ad aiutare gli speleologi a risalire al proprietario a quei reperti è stata una una targhetta identificativa con inciso il nome di Michelangelo Benedetti, nato nel 1923: la divisa, quindi, apparteneva ad un carabiniere in servizio presso la scorta del re, ovvero nei Carabinieri Guardie del Re che avevano i compiti di servizio d’onore, vigilanza e sicurezza alla persona del sovrano, confluiti poi nel Reggimento Corazzieri.
«Erano tutti cimeli risalenti ai momenti cruciali della Seconda guerra mondiale, vissuti in quella che è stata a lungo la residenza privata romana della famiglia reale Savoia», racconta Lorenzo Grassi, coordinatore del Gruppo Ipogei bellici del Centro Ricerche Speleo Archeologiche – Sotterranei di Roma, che ha guidato l’esplorazione.
«Il colpo di fortuna è stato scoprire per caso una corrispondenza con un carabiniere originario di Negrar di Valpolicella, nel veronese, che aveva prestato servizio proprio a Villa Savoia ed è deceduto nel 1989 a 66 anni».
Grazie alla vedova Natalina Degani e i figli Lia e Silvano si è riusciti a risolvere il mistero: Michelangelo Benedetti, il cui fratello maggiore era già carabiniere, era partito per Roma il 18 settembre del 1942 per svolgere il servizio di leva, quindi era stato assegnato al servizio di guardia a protezione della residenza reale di Villa Savoia, dove era entrato in confidenza con Vittorio Emanuele III.
«Giocavano a carte, spesso in coppia. Erano imbattibili», racconta la famiglia.
Il 25 luglio 1943, Michelangelo è testimone dell’arresto di Mussolini a Villa Savoia. «Aveva come superiore diretto un maresciallo che gli aveva detto che il giorno che non lo avesse più visto arrivare al lavoro avrebbe dovuto abbandonare di corsa la Villa».
Purtroppo questa circostanza si verificò dopo l’armistizio dell’8 settembre, con la famiglia reale in fuga da Roma: «Enrico d’Assia, figlio di Mafalda di Savoia, ha riportato in un libro la testimonianza della governante di Villa Polissena che sosteneva di aver nascosto nelle catacombe alcuni carabinieri ricercati dalla Gestapo».
Catturato dai tedeschi e messo su un treno per la Germania, poco dopo la stazione di Mantova riuscì a farsi scaraventare giù dal treno fuori dal finestrino con l’aiuto di altri militari e a far perdere le proprie tracce.
Finché riuscì a tornare nel veronese, nel paese dove era nato e ad essere reintegrato nei carabinieri di Cremona nel 1944, dove rimarrà per tutta la carriera.
A mistero svelato, quindi, ci si augura solo che i cimeli possano essere riconsegnati ai familiari.
La Piramide di Cheope, conosciuta anche come Piramide di Giza, è una delle sette meraviglie del mondo antico e da sempre un enigma per studiosi e appassionati, il cui mistero comincia già dalla sua costruzione: com’è stato possibile realizzare un’opera così imponente, alta 147 metri, in un’epoca – l’Età del bronzo – in cui le tecnologie a disposizione non erano quelle di cui disponiamo oggi?
Come hanno potuto trasportare dalle cave quegli enormi blocchi che la compongono nel 2.600 a.C.?
Oggi questo mistero sembra finalmente essere stato svelato grazie al ritrovamento di un antico papiro, di una barca cerimoniale e alle tracce di antichi canali: mettendo insieme questi elementi, gli archeologi hanno scoperto il modo ingegnoso attraverso il quale gli operai trasportarono i blocchi di granito di due tonnellate e mezzo, provenienti da oltre 800 chilometri di distanza, da Aswan, per dare forma alla dimora funebre del faraone Cheope (Khufu in egizio), della IV dinastia.
Secondo quanto contenuto nel papiro, i lavoratori hanno caricato 170 mila tonnellate di pietra calcarea lungo il Nilo in barche di legno fatte di tavole tenute insieme da corde, attraverso un sistema di canali costruito appositamente e un porto interno a pochi metri dalla base della piramide.
Nel porto marittimo di Wadi Al-Jarf è stato ritrovato il rotolo di papiro che confermerebbe questa ipotesi: scritto da Merer, un sovrintendente responsabile di una squadra di 40 operai, è l’unico documento esistente sulla costruzione della Grande Piramide e descrive nel dettaglio in che modo le pietre venivano spedite.
Secondo il Daily Mail, che cita un documentario di Channel 4 dedicato alla grande piramide egiziana, l’archeologo statunitense Mark Lehner, direttore dell’Ancient Egypt Research Associates (AERA), racconta, tra gli altri, i dettagli della scoperta di un canale scomparso sotto l’altopiano polveroso di Giza: “Abbiamo delineato il bacino centrale del canale che pensiamo possa coincidere con l’area di consegna primaria ai piedi dell’altopiano”, ha dichiarato.
Inoltre, un altro gruppo di ricercatori racconta la scoperta di una barca cerimoniale, che avrebbe dovuto trasportare il defunto nell’aldilà, e che conferma, nella struttura, il modello di quella impiegata per il trasporto dei blocchi di granito.
Ma i segreti sulla famosa tomba del faraone Cheope non sembrano del tutto svelati: un altro team di archeologi, infatti, sta lavorando per realizzare una mappa interna della Grande Piramide di Giza usando la tecnologia laser.
Il gruppo, che guida il progetto ScanPyramids, ha annunciato la scoperta di una serie di vuoti nella costruzione che ritengono siano camere nascoste. Insomma, il mistero continua…
A Città del Messico è stata portata alla luce una torre di teschi umani che confermerebbe le teorie sui sacrifici umani compiuti degli aztechi e sulla leggendaria torre di Tenochitlán, l’antico nome della capitale messicana, che terrorizzò Hernán Cortés e i conquistadores.
La scoperta potrebbe rispondere a molti interrogativi che gli archeologi e gli storici si pongono da tempo: i 676 teschi si trovano nei pressi del Templo Mayor, in un angolo della cappella di Huitzilopochtli, dio azteco del sole, la guerra e del sacrificio umano, uno dei luoghi di culto più importanti del paese e formano una torre di sei metri di diametro.
Appartengono anche a donne e bambini e questo dettaglio, spiegano gli archeologi dell’Instituto Nacional de Antropología e Historia de México (INAH), è cruciale perché potrebbe gettare nuova luce sulle pratiche dei sacrifici umani, usati anche come tecnica di difesa e non solo come rituali.
Iniziati nel 2015, gli scavi hanno scoperto una “tzompantli”, cioè le torri di teschi umani, già note nelle iscrizioni e nei disegni delle culture mesoamericane e nelle testimonianze degli spagnoli: alcune torri sono state ritrovate in altri siti mesoamericani, ma risultano più piccole e composte da teschi di giovani uomini, probabilmente soldati nemici uccisi in battaglia e poi esposti come trofei.
Il ritrovamento di oggi, invece, è molto diverso, perché tra i teschi ci sono anche i resti di donne e bambini, soggetti cioè che non partecipavano alla guerra, come ha spiegato Rodrigo Bolanos alla Reuters, biologo e antropologo che ha preso parte alla ricerca.
“Qualcosa di nuovo sta accadendo qui e potrebbe trattarsi della prima prova della Huey Tzompantli”, ha aggiunto, riferendosi alla leggendaria torre di teschi con un’intelaiatura di legno di cui si parla nelle storie dei conquistadores.
Il riferimento preciso è alla Huey Tzompantli, la “Grande Tzompantli di Tenochtitlán”, di cui narrano i racconti portati in Europa dai conquistadores di Cortés, a partire dalla “Historia verdadera de la conquista de la Nueva España” redatta dal testimone oculare Bernal Díaz del Castillo, che racconta della ritirata degli spagnoli da Tenochtitlán: gli aztechi eressero una torre che, dai numeri forniti dal conquistador Andrés de Tapia e dal frate Diego Durán, lo scrittore calcola composta da oltre 60mila teschi.
Uno degli archeologi che lavorano presso il sito sopra il Templo Mayor, Raul Barrera, ha detto che i teschi sarebbero stati fissati nella torre dopo essere stati esposti al pubblico sulla tzompantli.
La presenza di donne e bambini potrebbe quindi dimostrare che le leggende dei conquistadores erano vere e che le pratiche dei sacrifici umani erano più diffuse di quanto si pensava finora: gli aztechi avrebbero sacrificato membri della popolazione civile per esporre i loro teschi e costruire monumenti in grado di spaventare i nemici.
A qualcuno sarà capitato di aver intercettato, nelle propria infanzia e magari con una vecchia radio di legno a transistor del nonno, delle trasmissioni radiofoniche clandestine e misteriose su frequenze ad onde corte: in queste trasmissioni jingle e melodie si alternano a stringhe di numeri e di lettere che si ripetono, apparentemente senza senso.
Si tratterebbe di “numbers station”, emittenti che, secondo alcuni, trasmetterebbero dati cifrati per sistemi di navigazione o telecontrollo, ma anche messaggi codificati trasmessi dalle agenzie governative o dai servizi segreti alle spie sparse in tutto il mondo.
A molte di queste emittenti sono stati accostati nomi di fantasia, tratti dai jingle che ne accompagnano l’inizio delle trasmissioni: “Cherry Ripe”, ad esempio, prendeva in prestito le note di una canzone folk inglese del diciannovesimo secolo, “Swedish Rhapsody”, invece, il pezzo composto dal musicista Hugo Halfven e la famosa “The Lincolnshire Poacher”, l’omonimo motivetto popolare del Regno Unito.
Sebbene ad oggi nessun governo o ente nazionale abbia mai apertamente riconosciuto la loro esistenza o il loro utilizzo, comprovate testimonianze ne datano la nascita al periodo della prima guerra mondiale: un articolo del 1998 sul The Daily Telegraph citava un portavoce del Department of Trade and Industry che affermava, riferendosi alle numbers station: “Sono ciò che supponete siano. La gente non dovrebbe essere suggestionata da esse. Non sono, dovremmo dire, di pubblico uso”.
Secondo questa teoria, i messaggi sarebbero cifrati con un cifrario di Vernam per evitare ogni rischio di decifrazione da parte del nemico e le numbers station avrebbero cambiato le modalità delle loro trasmissioni o effettuato operazioni fuori programma in concomitanza con grandi eventi politici, come la crisi costituzionale Russa del 1993.
Ad ogni modo, la stazione cubana “Atención” è stato il primo caso di una numbers station ufficialmente e pubblicamente accusata di spionaggio: la stazione, infatti, è stata al centro di un’inchiesta di una corte federale statunitense che ha portato all’arresto della rete Wasp di spie cubane nel 1998.
Insomma, intorno alle numbers station ruotano molti misteri, al punto da essere state al centro di serie televisive come “Lost” o “Fringe”, oppure di videogiochi come “Call of Duty: Black Ops”, ma non solo: “The Conet Project” è una raccolta delle più famose numbers station mai intercettate dagli appassionati di tutto il mondo edita dalla casa produttrice britannica Irdial Disc articolata inizialmente su quattro dischi, saliti poi a cinque in occasione dell’uscita della nuova edizione nel 2013 arricchita di foto di apparecchiature ipoteticamente usate dai servizi segreti di oltrecortina per la trasmissione di queste misteriose emittenti.
Gli scienziati si sono interrogati sul mistero legato alla “cascata di sangue”, che avrebbe potuto far parte a pieno titolo del mio spettacolo.
La cascata, infatti, sgorga da una spaccatura nel ghiacciaio Taylor, in Antartide, e fin dalla sua scoperta nel 1911 ci si è interrogati sul perché della particolare pigmentazione dell’acqua: il geologo australiano Griffith Taylor, che scoprì questa cascata sosteneva che il colore dell’acqua fosse dovuto alla presenza di piccole alghe rosse.
La sua versione dei fatti, però, è stata smentita nel 2003, quando alcuni ricercatori hanno concluso che a causare la particolare colorazione dell’acqua fosse del ferro ossidato, ritenendo che si trattasse di ciò che rimaneva di un antico lago di acqua salata, congelatosi oltre 5 milioni di anni fa.
Recentemente, però, uno studio dell’Università dell’Alaska e del Colorado College ha rivelato che la cascata proviene da un grande lago che è rimasto sotto al ghiaccio per un milione di anni: grazie alle moderne tecnologie, gli scienziati sono stati in grado di osservare l’acqua mentre scorre sotto al ghiacciaio Taylor: “Il sistema che abbiamo usato per vedere cosa ci fosse sotto al ghiacciaio ricorda quello utilizzato dai pipistrelli per non andare a sbattere contro ciò che hanno attorno”, ha spiegato la co-autrice dello studio Christina Carr.
Gli studiosi sono rimasti scioccati dal fatto che il lago non si sia mai congelato, nonostante sia rimasto sotto lo strato di ghiaccio per così tanto tempo, confermando comunque che il ghiacciaio ha un proprio sistema idrico che spiega il flusso costante di acqua alla “cascata di sangue”.
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