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Scoperto in Perù un tempio antico di 3.500 anni più vecchio di Machu Picchu

In Perù, un team di archeologi ha scoperto i resti di un tempio e di un teatro risalenti a un periodo compreso tra 4.000 e 5.000 anni fa. Questa importante scoperta, avvenuta nel sito di Los Paredones de la Otra Banda-Las Ánimas, può fornire nuovi elementi per comprendere le origini delle complesse religioni della regione. All’interno del tempio cerimoniale sono stati rinvenuti resti umani di tre adulti, fregi raffiguranti animali mitici della cultura dell’epoca e numerosi doni cerimoniali, suggerendo che i tre individui fossero vittime di un sacrificio rituale.

La datazione delle strutture e il fatto che il tempio sia stato costruito da una civiltà di cui si sa molto poco, e non dagli Inca, rendono la scoperta particolarmente significativa. Inoltre, è stata trovata anche la tomba di un bambino, il cui sacrificio non è ancora stato accertato, e la cui sepoltura avvenne secoli dopo la costruzione del tempio.

Il Ministero della Cultura peruviano ha divulgato la notizia, citando l’archeologo Luis Armando Muro Ynoñán, che ha espresso sorpresa per la vicinanza delle antiche strutture alla superficie moderna. Gli scavi, infatti, hanno rivelato i primi muri a soli 1,8 metri di profondità. Tra i ritrovamenti, una “sezione” di un grande tempio e un piccolo teatro con un’area dietro le quinte e una scalinata che conduceva a una piattaforma simile a un palco, probabilmente utilizzato per spettacoli rituali davanti a un pubblico selezionato.

Questi reperti sono datati ben prima di Machu Picchu e delle culture pre-Inca e Nazca!

Si ipotizza che la costruzione possa essere opera dei Moche, un popolo misterioso di cui si hanno poche informazioni: «Non sappiamo come si chiamassero o come le altre persone si riferissero a loro. Tutto ciò che sappiamo di loro deriva da ciò che hanno creato: le loro case, i templi e i beni funerari. Qui le persone hanno creato sistemi religiosi complessi e visioni del loro cosmo», ha spiegato Ynoñán, aggiungendo che la religione era un aspetto cruciale nell’emergere dell’autorità politica. Inoltre, sono stati trovati grandi murales dipinti sui muri, da cui sono stati prelevati campioni di pigmenti per l’analisi al carbonio, che confermerà l’età del sito.

Ynoñán ha descritto l’emozione di trovarsi davanti a raffigurazioni di antiche divinità, sottolineando il legame speciale e profondo con la scoperta, poiché la sua famiglia proviene dalla zona.

Il “presepe” rinvenuto a Pompei

Tredici piccole statuine in terracotta molto simili ai nostri pastori del Presepe, accompagnate da tracce di antichi rituali, sono emerse a Pompei da un ambiente adiacente alla casa di Leda e il cigno. Questo luogo è attualmente oggetto di un progetto di scavo, restauro e valorizzazione, come riportato nell’E-Journal degli scavi di Pompei.

Le statuette, che misurano circa 15-20 cm in altezza, includono rappresentazioni umane, nonché una mandorla, una noce, la testa di un gallo in argilla e una pigna in vetro. Sorprendentemente, sono state rinvenute in posizione eretta su un piano orizzontale all’interno di un vano delimitato da blocchi di travertino, indicando presumibilmente la presenza di un mobile scaffale.

Nonostante la pratica dei presepi sia storicamente più recente, gli archeologi hanno confermato che queste statuette appartengono ad un contesto rituale e religioso, ben distinto, ovviamente, dalla narrazione della nascita di Cristo.

L’ambiente che le ospitava, verosimilmente l’atrio della casa, presentava anche decorazioni che affioravano nella parte superiore delle pareti. Le prime analisi suggeriscono che alcuni soggetti rappresentati potrebbero essere collegati al mito di Cibele e Attis, connessi all’equinozio di primavera.

Il mito, originario della Frigia in Asia Minore, è legato al ciclo vitale delle stagioni e alla fertilità della terra. Nella regione italiana, il culto giunse attraverso la Magna Grecia e fu adottato soprattutto dalle classi sociali più elevate.

Viaggiare nel tempo con le fate di Cottingley

Qualche giorno fa, durante una visita ad una libreria in cui mi piace spesso immergermi, soprattutto tra gli scaffali dedicati ai testi rari e ormai introvabili, mi sono imbattuto in un volume estremamente interessante per chiunque si interessi di ricerca paranormale, che è riuscito ad aprire un portale spazio-temporale proiettandomi per qualche momento in Inghilterra, in un passato popolato da fate, gnomi ed altri esseri magici.

Si tratta del testo “Apparizioni delle fate”, pubblicato negli anni ’50 del secolo scorso dalla Società Teosofica Italiana. Sottotitolo dell’opera è “Fotografie originali autentiche documentate e descritte da Edward L. Gardner“.

Nell’introduzione si legge: “Le tradizioni popolari di tutto il mondo affermano l’esistenza degli spiriti di natura che occasionalmente vengono veduti dagli uomini e vi sono migliaia di persone che sarebbero disposte a giurare d’aver veduto con i propri occhi spiriti di varia forma e natura. […] Le pagine seguenti costituiscono una documentazione fotografica definitiva sull’esistenza di tali ordini di spiriti di natura, che in condizioni normali non sono percepiti dall’uomo”.

Il portale spazio-temporale che ho varcato con questo libro mi ha teletrasportato in un passato in cui il Mondo – o almeno una certa parte di esso – è realmente convinto che nel 1917, a Cottingley, due ragazzine siano riuscite non solo a stabilire un contatto con degli esseri magici come fatine e gnomi, ma che le foto scattate per dimostrarne l’esistenza siano autentiche!

Nel 1917, infatti, la piccola Frances Griffiths, di nove anni, e sua madre, si trasferirono dal Sud Africa a casa della zia di Frances, presso il villaggio di Cottingley, nello Yorkshire occidentale.

Frances giocava spesso con sua cugina, una ragazza di 16 anni di nome Elsie Wright, ed un giorno dissero di aver visto delle fate in giardino: per provarlo presero in prestito la fotocamera del padre di Elsie e tentarono di fotografarle.

Il padre di Elsie, Arthur Wright, aveva una camera oscura, e mentre stava sviluppando delle foto, ne trovò alcune che mostravano Frances dietro un cespuglio con 4 fatine che danzavano davanti a sé.

Siccome Elsie aveva lavorato in uno studio fotografico, il signor Wright pensò subito che le fate non fossero altro che delle piccole sagome di cartone.

Due mesi dopo le ragazze presero nuovamente la fotocamera del signor Wright e scattarono delle foto di Elsie che tendeva la mano ad uno gnomo. Arthur Wright era convinto che si trattasse di uno scherzo, mentre sua moglie Polly credeva che fosse tutto vero.

Le foto vennero pubblicate nel 1919, quando Polly Wright partecipò ad un incontro della Società Teosofica che si era tenuto a Bradford: le fotografie furono esposte durante la conferenza annuale della Società ad Harrogate, e qualche mese dopo catturarono l’attenzione proprio di Edward Gardner, che le inviò, insieme ai negativi originali, ad Harold Snelling, il quale si convinse che le foto fossero autentiche.

Arthur Conan Doyle volle utilizzarle come illustrazioni per un articolo sulle fate che gli era stato commissionato dalla rivista The Strand Magazine, pubblicato in occasione del numero natalizio del 1920 e pubblicizzato in copertina come “Fotografate delle fate: un evento epocale descritto da A. Conan Doyle”.

Le copie della rivista andarono esaurite in pochi giorni dalla pubblicazione, visto che l’articolo di Doyle conteneva due stampe ad alta risoluzione delle foto scattate nel 1917. L’articolo destò molta curiosità e scatenò le reazioni più disparate, tra lo scetticismo di chi credeva si trattasse di uno scherzo e lo stupore di chi era convinto che le foto fossero vere.

Per fugare ogni dubbio sull’autenticità delle fotografie, Gardner e Doyle chiesero alla compagnia fotografica Kodak di esprimere un parere sulle foto: nonostante i tecnici concordassero con Snelling che le foto non mostrassero alcun segno di manomissione, le immagini delle fate non potevano essere reali, per cui la compagnia rifiutò di emettere un certificato di autenticità, mentre un’altra compagnia fotografica, la Ilford, dichiarò che fosse evidente che si trattava di una falsificazione.

Nel 1920 Arthur Conan Doyle chiese a Gardner di incontrare famiglia Wright: Arthur Wright gli disse che aveva ispezionato la stanza delle ragazze e l’area dove erano state scattate le fotografie, vicino ad un ruscello, alla ricerca di pezzi di figurine o sagome di cartone, ma che non aveva trovato nulla. Gardner allora tornò a Cottingley verso la fine di luglio dello stesso anno con due fotocamere e 24 lastre fotografiche che aveva segnato: le ragazze scattarono diverse fotografie, due delle quali mostravano le fate.

A partire dall’agosto del 1921, quando Gardner tornò a Cottingley senza però trovare nuove fotografie, l’interesse per la storia delle fate scemò gradualmente.

Fu solamente nel 1983 che Elsie e Frances ammisero, in un articolo pubblicato sulla rivista The Unexplained, che le fotografie erano state falsificate, anche se entrambe affermavano di aver visto sul serio delle fate.

Elsie spiegò che avevano ritagliato alcune illustrazioni da un libro per bambini dell’epoca, il Princess Mary’s Gift Book, incollandole su delle sagome di cartone e aggiungendo delle ali alle figurine, che poi avevano fissato con delle forcine per tenerle in piedi.

Nonostante la confessione di Elsie, Frances, insistette nell’affermare che l’ultima foto scattata fosse autentica e si spense nel 1986. Elsie, invece, morì nel 1988, mentre le lastre fotografiche di vetro furono acquistate per 6000 sterline da un compratore anonimo durante un’asta tenutasi a Londra nel 2001.

Il Mago di Toledo

Scorrendo i vecchi archivi fotografici napoletani, mi è capitato di soffermarmi su uno scorcio dei Quartieri Spagnoli: in questa immagine, scattata tra il 1960 ed il 1970 da Riccardo Carbone, infatti, c’è una strana insegna che ha attirato la mia curiosità…

Ci troviamo innanzitutto in Vico della Tofa, un vicolo che inizia da via Toledo e attraversa i Quartieri Spagnoli e che secondo alcune fonti in origine si chiamava “Vico della Pietra della Pazienza” perché in esso c’era una pietra su cui i napoletani si sedevano o poggiavano la testa quando erano tristi e impazienti.

Il vicolo venne quindi chiamato “vico della Tofa” perché in esso c’era una fontana che raffigurava il volto di un tritone che soffiava in una conchiglia detta, appunto, Tofa, e dalla quale usciva dell’acqua.

Tornando alla foto, pare che proprio in Vico della Tofa si trovasse lo studio del misterioso Mago di Toledo, che sembra avesse un seguito molto ampio e che arrivasse gente da tutto il Sud per incontrarlo.

Giuseppe Ianigro, questo il suo nome all’anagrafe, era di origine pugliese ed era nato il 13 maggio 1898 e praticava la cartomanzia, ovvero la divinazione attraverso la lettura delle carte.

Il mago era davvero una figura misteriosa e, come fu per il “Mago di Napoli” Achille D’Angelo, fu notato dal cinema: nel 1962, infatti, interpretò l’assessore Nicola De Bellis nella commedia di Luigi Zampa “Gli anni ruggenti”, satira sulle ipocrisie della politica locale in epoca fascista, pellicola con Nino Manfredi nella quale interpretava un funzionario del fascio marito di Angela Luce.

Anche Federico Fellini – appassionato di mistero ed esoterismo – lo stimava così tanto che lo volle nel suo film “Amarcord” e lo scelse per fargli recitare la parte del nonno.

Particolarmente evocativa è la scena, molto cara a Fellini, in cui il nonno si smarrisce nella nebbia sul viale davanti a casa sua: «Ma dov’è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto. Mo se la morte è così… non è mica un bel lavoro. Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino. Tè cul!»

Tra i film ai quali ha partecipato ricordiamo, oltre a quelli già citati, “Il giudizio universale” di Vittorio De Sica del 1961, “I clowns”, ancora di Fellini del 1970, “La linea del fiume”, di Aldo Scavarda del 1976 e “Viaggio con Anita”, di Mario Monicelli del 1978.

Lasciato il mondo del cinema, alla sua morte, avvenuta il 28 giugno 2008 a 110 anni,  il mestiere di veggente è stato tramandato alla figlia Grazia.

Intervista con Giuliana Galati su medium, paranormale e sedute spiritiche

Qualche giorno fa sono stato intervistato da Giuliana Galati, fisica, conduttrice di Superquark+ e coordinatrice della XIX edizione del “Corso per indagatori di misteri” del CICAP, in merito ai fenomeni paranormali.

Come si fa a smascherare un sensitivo fraudolento? È possibile riprodurre le gesta dei più famosi sensitivi del mondo?

Le risposte nel video che segue, buona visione!

 

Ritrovato un tesoro di amuleti a Pompei

Nella Casa del Giardino di Pompei è stata ritrovata una cassetta in legno contenente decine di amuleti restaurati dagli esperti del Parco archeologico, conservati quasi perfettamente grazie alle particolari condizioni di seppellimento degli ambienti nella lava del Vesuvio.

Nonostante l’ipotesi più accreditata è che si tratti di oggetti che potrebbero essere appartenute alla padrona di casa, è molto probabile che non sia così, poiché la cassetta è stata rinvenuta in un ambiente di servizio lontano dalla stanza da letto e anche dall’atrio della domus dove gli archeologi hanno ritrovato gli scheletri dell’intera famiglia sterminata dalla violenza dell’eruzione mentre tentava di mettersi in salvo, dieci persone in tutto.

Inoltre, mancando gli ori che a Pompei tutte le donne amavano esibire e che non sarebbero potute mancare nel portagioie di una signora, le collane ritrovate sembrerebbero quindi raccontare un’altra storia: «Si potrebbe trattare di monili da indossare per occasioni rituali, più che per mostrarsi elegante», dichiara Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei.

Insieme agli amuleti, anche gemme ed elementi decorativi in bronzo, maiolica, osso e ambra: si tratta di piccoli oggetti e monili legati al mondo femminile, utilizzati come ornamento personale o per proteggersi dalla cattiva sorte.

Oltre a bamboline e campanelle, nella scatola spiccano dei pendenti a forma di piccoli falli, antesignani del moderno cornetto napoletano, la spiga, il teschio, gli scarabei dell’oriente, bottoni in osso o un pugno chiuso: una collezione di strani oggetti che nel mondo romano avevano a che fare con la fertilità, la seduzione, il buon esito di un parto o di un matrimonio.

Tra questi anche delle piccole figure di Arpocrate, dio del silenzio e del segreto, fratello di Horus, ritratto come un giovane fanciullo che porta un dito alle labbra, la cui effige veniva riportata all’ingresso dei templi in Egitto: l’iniziato, al suo ingresso nel tempio, doveva necessariamente passare davanti l’immagine, simboleggiando l’accettazione e l’osservanza di un periodo di totale silenzio, oltre a rappresentare anche l’accesso a verità superiori, il passaggio da uno stato ordinario al sapere sovrannaturale e che Plutarco definiva «il patrono e il precettore della umana attività di comprensione del divino, che è imperfetta, immatura e inarticolata» leggendo quindi, in quel suo gesto, l’invito alla massima prudenza durante questo momento di evoluzione spirituale.

Osanna spiega che si tratterebbe di «simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione […] straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione».

Una raccolta di piccoli oggetti in qualche modo legati alla magia che potrebbero essere stati l’armamentario di una persona, magari una schiava, dotata di particolari poteri taumaturgici e di un rapporto privilegiato con gli aspetti più magici del vivere quotidiano.

Per conoscere la verità però bisognerà aspettare ancora: gli studi sulla Casa del Giardino, la stessa nella quale è stata ritrovata l’iscrizione che ha permesso di accertare la data dell’eruzione del Vesuvio cambiandola dal 24 agosto al 24 ottobre del 79 d.C) sono ancora agli inizi.

Gli oggetti che compongono il piccolo tesoro sono appena stati ripuliti e restaurati e a breve si potrà cominciare ad esaminarli e studiarli uno per uno. Il team di specialisti del Grande Progetto Pompei sta lavorando per fare luce sulla composizione della famiglia, il primo passo per cercare di ricostruirne la storia.

C’è un’enorme massa al centro della luna e gli astronomi non sanno cosa sia

La luna, il satellite della Terra, è anche il sito di uno dei più famosi crateri da impatto del nostro intero sistema solare.

In pratica qualcosa ha causato un enorme buco sulla luna miliardi di anni fa e gli astronomi hanno appena scoperto che c’è qualcosa di grande – praticamente enorme – sepolto sotto la superficie.

Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista “Geophysical Research Letters”, il bacino del South Pole-Aitken della luna nasconde una massa che è stimata in 2.18 quintilioni di chilogrammi (ovvero 2.180.000.000.000.000.000 kg!) .

“Immagina di prendere una pila di metallo cinque volte più grande della Big Island delle Hawaii e seppellirla sottoterra, è all’incirca la massa inattesa che abbiamo rilevato”, ha detto l’autore Peter B. James in un comunicato.

I ricercatori di Baylor hanno utilizzato diversi dati raccolti da veicoli spaziali che misurano la gravità attorno alla luna e li hanno confrontati con mappe e immagini della superficie lunare, rilevando una massa metallica densa che si abbatteva sul suolo.

Di cosa si tratta, allora? James e il suo team ipotizzano che potrebbe essere stato incorporato nel suolo della luna dall’impatto con l’asteroide che ha causato il cratere circa 4 miliardi di anni fa.

Se è vero, potrebbe essere una sorta di macchina del tempo – e una miniera d’oro – per gli scienziati che studiano la storia dell’universo. Tutto quel metallo, e fondamentalmente l’intera area che circonda la massa e il cratere, potrebbe dire loro molto su come è avvenuto l’impatto degli asteroidi e su come fosse il sistema solare quando ci fu l’impatto.

Il bacino sarebbe “uno dei migliori laboratori naturali per studiare eventi di impatto catastrofico, un antico processo che ha modellato tutti i pianeti rocciosi che vediamo oggi”, ha detto James.

Sfortunatamente il cratere – e la misteriosa sostanza sottostante – non sono visibili dalla terra, dal momento che sono letteralmente sul “dark side of the moon”, il lato più oscuro della luna!

Il mistero della Guardia Reale a Villa Ada

Nei giorni scorsi alcuni speleologi con il compito di svolgere un sopralluogo tecnico per la Sovrintendenza si sono avventurati nella fitta boscaglia del giardino di Villa Ada, a Roma, in un labirinto di cunicoli e strettoie profondo trecento metri.

Qui hanno scoperto un piccolo ipogeo che custodiva alcuni tesori risalenti alla Seconda Guerra Mondiale: una divisa militare con accanto, nella polvere, delle stellette, dei bottoni, alcuni bossoli di mitra e delle monete degli anni Quaranta.

Ad aiutare gli speleologi a risalire al proprietario a quei reperti è stata una una targhetta identificativa con inciso il nome di Michelangelo Benedetti, nato nel 1923: la divisa, quindi, apparteneva ad un carabiniere in servizio presso la scorta del re, ovvero nei Carabinieri Guardie del Re che avevano i compiti di servizio d’onore, vigilanza e sicurezza alla persona del sovrano, confluiti poi nel Reggimento Corazzieri.

«Erano tutti cimeli risalenti ai momenti cruciali della Seconda guerra mondiale, vissuti in quella che è stata a lungo la residenza privata romana della famiglia reale Savoia», racconta Lorenzo Grassi, coordinatore del Gruppo Ipogei bellici del Centro Ricerche Speleo Archeologiche – Sotterranei di Roma, che ha guidato l’esplorazione.

«Il colpo di fortuna è stato scoprire per caso una corrispondenza con un carabiniere originario di Negrar di Valpolicella, nel veronese, che aveva prestato servizio proprio a Villa Savoia ed è deceduto nel 1989 a 66 anni».

Grazie alla vedova Natalina Degani e i figli Lia e Silvano si è riusciti a risolvere il mistero: Michelangelo Benedetti, il cui fratello maggiore era già carabiniere, era partito per Roma il 18 settembre del 1942 per svolgere il servizio di leva, quindi era stato assegnato al servizio di guardia a protezione della residenza reale di Villa Savoia, dove era entrato in confidenza con Vittorio Emanuele III.

«Giocavano a carte, spesso in coppia. Erano imbattibili», racconta la famiglia.

Il 25 luglio 1943, Michelangelo è testimone dell’arresto di Mussolini a Villa Savoia. «Aveva come superiore diretto un maresciallo che gli aveva detto che il giorno che non lo avesse più visto arrivare al lavoro avrebbe dovuto abbandonare di corsa la Villa».

Purtroppo questa circostanza si verificò dopo l’armistizio dell’8 settembre, con la famiglia reale in fuga da Roma: «Enrico d’Assia, figlio di Mafalda di Savoia, ha riportato in un libro la testimonianza della governante di Villa Polissena che sosteneva di aver nascosto nelle catacombe alcuni carabinieri ricercati dalla Gestapo».

Catturato dai tedeschi e messo su un treno per la Germania, poco dopo la stazione di Mantova riuscì a farsi scaraventare giù dal treno fuori dal finestrino con l’aiuto di altri militari e a far perdere le proprie tracce.

Finché riuscì a tornare nel veronese, nel paese dove era nato e ad essere reintegrato nei carabinieri di Cremona nel 1944, dove rimarrà per tutta la carriera.

A mistero svelato, quindi, ci si augura solo che i cimeli possano essere riconsegnati ai familiari.

Uri Geller aprirà un museo personale a Jaffa

Il “fenomeno paranormale” e star televisiva israeliana Uri Geller sta per aprire un museo a Jaffa.

“The Uri Geller Museum”, questo il nome dell’imponente struttura, occuperà uno spazio risalente a tremila anni fa, situato in Mazal Dagim Street nella città vecchia di Jaffa, e rimasto abbandonato negli ultimi 800 anni.

“Ho visitato il sito l’anno scorso e l’ho visto come un’occasione unica per acquistare uno spazio incredibile in cui mostrare molti artefatti e oggetti provenienti dalla mia casa in Inghilterra e in altri luoghi”, dichiarava Geller qualche tempo fa, “il primo stadio è quello di ristrutturare l’edificio, che ha bisogno di elettricità, illuminazione e altri lavori, con un piano per l’apertura al pubblico tra circa un anno”.

 

Lo spazio espositivo di cinquecento metri quadri esporrà la collezione personale di Geller, inclusi oggetti di David Bowie, Michael Jackson, astronauti, cristalli e rocce raccolte da un’isola scozzese di proprietà di Geller nel Firth of the Forth, la profonda insenatura creata nella costa orientale della Scozia dall’estuario del fiume Forth che sfocia nel Mare del Nord.

Nel museo troveranno spazio anche le copertine delle riviste che ritraggono Geller e i resoconti dei viaggi e degli incontri con le varie personalità nel periodo che va dagli anni ’70 fino ai giorni nostri, oltre ad articoli ed articoli di giornale legati alla sua esperienza con la CIA ed il Mossad di cui avevo già parlato sul mio blog.

“Credo che una delle attrazioni più imponenti sarà il cucchiaio d’acciaio di 18,5 metri posizionato fuori dal museo. Mi sto occupando del processo di creazione dell’opera che pesa circa cinque o sei tonnellate e sarà l’unico cucchiaio d’acciaio delle sue dimensioni nel mondo”, spiega Geller, aggiungendo: “Ho intenzione di farlo fotografare da una stazione satellitare nello spazio”.

Il museo esporrà anche la Cadillac di Uri Geller del 1976, chiamata “The Geller Effect Cadillac”: un’automobile con circa duemila posate rimodellate che ne compongono la carrozzeria, oltre a pietre semipreziose e cristalli, che è stata esposta in alcuni musei internazionali tra cui l’Israel Museum di Gerusalemme, l’American Visionary Arts Museum di Baltimora e il Jewish Museum di Londra.

“Il Museo di Uri Geller si trova nel cuore di Jaffa, un luogo che vede ogni anno centinaia di migliaia di turisti e visitatori”, sottolinea Geller, “sono certo che attirerà una miriade di visitatori internazionali da tutto il mondo”.

Nell’attesa che il museo venga completato ed apra le sue porte al pubblico, non ci resta che goderci alcune immagini del sito e le elaborazioni 3D del museo a questo indirizzo.

Quando il diavolo passeggiava per le strade di Napoli

Palazzo Penne è un edificio di costruzione rinascimentale, che si trova nel pieno centro storico di Napoli, nei pressi di Largo Banchi Nuovi.

Venne costruito nel 1406, da Antonio Penne, in prossimità del piccolo largo che rappresentava uno dei primi ingressi alla città.

Nel corso dei secoli il palazzo passò a diverse famiglie nobili, fino a quando venne acquistato nel 2002 dalla Regione Campania e poi ceduto nel 2004 all’Università Orientale, ma purtroppo il progetto ed i relativi lavori che prevedevano la realizzazione di un polo universitario d’eccellenza con laboratori, aule per seminari e convegni e servizi per studenti non furono mai avviati.

Non tutti sanno, però, che Palazzo Penne a Napoli è noto come “palazzo del diavolo”.

Antonio Penne, segretario e consigliere di Ladislao I di Napoli detto il Magnanimo, re di Napoli (1377 – 1414), arrivato a Napoli, si innamorò di una stupenda ragazza, alla quale chiese ovviamente di sposarlo.

La ragazza, avendo già altre offerte di matrimonio e dovendo già dare, il giorno dopo, una risposta ad altri corteggiatori, gli rispose che avrebbe acconsentito soltanto nel caso che le avesse costruito, in una sola notte, un palazzo quale pegno d’amore e dono di nozze.

Un’impresa del genere, nonostante la buona volontà di Antonio Penne, richiedeva un aiuto particolare, anzi, quasi sovrannaturale. Il giovane chiese allora aiuto al diavolo, che in cambio pretese la sua anima facendogli firmare inoltre un contratto col suo stesso sangue.

Penne, da esperto segretario quale era, riuscì comunque a farsi sottoscrivere una clausola che avrebbe rivelato a lavoro ultimato: completato il palazzo, infatti, il giovane chiese al diavolo di contare una grossa quantità di grano chicco per chicco. Alla fine del conteggio, il diavolo constatò che cinque chicchi mancavano all’appello, senza accorgersi che Antonio Penne, cospargendoli di pece, aveva fatto in modo che finissero inconsapevolmente tra le sue unghie.

Letteralmente preso in giro, il diavolo si infuriò iniziando una dura discussione con Antonio Penne che, a un certo punto, si fece il segno della croce, costringendo così il diavolo a sprofondare in un buco apertosi nel pavimento.

Quel buco, che per molti non è nient’altro che un pozzo chiuso, è ancora all’interno del cortile del palazzo…