Archivi categoria: paranormale

Viaggiare nel tempo con le fate di Cottingley

Qualche giorno fa, durante una visita ad una libreria in cui mi piace spesso immergermi, soprattutto tra gli scaffali dedicati ai testi rari e ormai introvabili, mi sono imbattuto in un volume estremamente interessante per chiunque si interessi di ricerca paranormale, che è riuscito ad aprire un portale spazio-temporale proiettandomi per qualche momento in Inghilterra, in un passato popolato da fate, gnomi ed altri esseri magici.

Si tratta del testo “Apparizioni delle fate”, pubblicato negli anni ’50 del secolo scorso dalla Società Teosofica Italiana. Sottotitolo dell’opera è “Fotografie originali autentiche documentate e descritte da Edward L. Gardner“.

Nell’introduzione si legge: “Le tradizioni popolari di tutto il mondo affermano l’esistenza degli spiriti di natura che occasionalmente vengono veduti dagli uomini e vi sono migliaia di persone che sarebbero disposte a giurare d’aver veduto con i propri occhi spiriti di varia forma e natura. […] Le pagine seguenti costituiscono una documentazione fotografica definitiva sull’esistenza di tali ordini di spiriti di natura, che in condizioni normali non sono percepiti dall’uomo”.

Il portale spazio-temporale che ho varcato con questo libro mi ha teletrasportato in un passato in cui il Mondo – o almeno una certa parte di esso – è realmente convinto che nel 1917, a Cottingley, due ragazzine siano riuscite non solo a stabilire un contatto con degli esseri magici come fatine e gnomi, ma che le foto scattate per dimostrarne l’esistenza siano autentiche!

Nel 1917, infatti, la piccola Frances Griffiths, di nove anni, e sua madre, si trasferirono dal Sud Africa a casa della zia di Frances, presso il villaggio di Cottingley, nello Yorkshire occidentale.

Frances giocava spesso con sua cugina, una ragazza di 16 anni di nome Elsie Wright, ed un giorno dissero di aver visto delle fate in giardino: per provarlo presero in prestito la fotocamera del padre di Elsie e tentarono di fotografarle.

Il padre di Elsie, Arthur Wright, aveva una camera oscura, e mentre stava sviluppando delle foto, ne trovò alcune che mostravano Frances dietro un cespuglio con 4 fatine che danzavano davanti a sé.

Siccome Elsie aveva lavorato in uno studio fotografico, il signor Wright pensò subito che le fate non fossero altro che delle piccole sagome di cartone.

Due mesi dopo le ragazze presero nuovamente la fotocamera del signor Wright e scattarono delle foto di Elsie che tendeva la mano ad uno gnomo. Arthur Wright era convinto che si trattasse di uno scherzo, mentre sua moglie Polly credeva che fosse tutto vero.

Le foto vennero pubblicate nel 1919, quando Polly Wright partecipò ad un incontro della Società Teosofica che si era tenuto a Bradford: le fotografie furono esposte durante la conferenza annuale della Società ad Harrogate, e qualche mese dopo catturarono l’attenzione proprio di Edward Gardner, che le inviò, insieme ai negativi originali, ad Harold Snelling, il quale si convinse che le foto fossero autentiche.

Arthur Conan Doyle volle utilizzarle come illustrazioni per un articolo sulle fate che gli era stato commissionato dalla rivista The Strand Magazine, pubblicato in occasione del numero natalizio del 1920 e pubblicizzato in copertina come “Fotografate delle fate: un evento epocale descritto da A. Conan Doyle”.

Le copie della rivista andarono esaurite in pochi giorni dalla pubblicazione, visto che l’articolo di Doyle conteneva due stampe ad alta risoluzione delle foto scattate nel 1917. L’articolo destò molta curiosità e scatenò le reazioni più disparate, tra lo scetticismo di chi credeva si trattasse di uno scherzo e lo stupore di chi era convinto che le foto fossero vere.

Per fugare ogni dubbio sull’autenticità delle fotografie, Gardner e Doyle chiesero alla compagnia fotografica Kodak di esprimere un parere sulle foto: nonostante i tecnici concordassero con Snelling che le foto non mostrassero alcun segno di manomissione, le immagini delle fate non potevano essere reali, per cui la compagnia rifiutò di emettere un certificato di autenticità, mentre un’altra compagnia fotografica, la Ilford, dichiarò che fosse evidente che si trattava di una falsificazione.

Nel 1920 Arthur Conan Doyle chiese a Gardner di incontrare famiglia Wright: Arthur Wright gli disse che aveva ispezionato la stanza delle ragazze e l’area dove erano state scattate le fotografie, vicino ad un ruscello, alla ricerca di pezzi di figurine o sagome di cartone, ma che non aveva trovato nulla. Gardner allora tornò a Cottingley verso la fine di luglio dello stesso anno con due fotocamere e 24 lastre fotografiche che aveva segnato: le ragazze scattarono diverse fotografie, due delle quali mostravano le fate.

A partire dall’agosto del 1921, quando Gardner tornò a Cottingley senza però trovare nuove fotografie, l’interesse per la storia delle fate scemò gradualmente.

Fu solamente nel 1983 che Elsie e Frances ammisero, in un articolo pubblicato sulla rivista The Unexplained, che le fotografie erano state falsificate, anche se entrambe affermavano di aver visto sul serio delle fate.

Elsie spiegò che avevano ritagliato alcune illustrazioni da un libro per bambini dell’epoca, il Princess Mary’s Gift Book, incollandole su delle sagome di cartone e aggiungendo delle ali alle figurine, che poi avevano fissato con delle forcine per tenerle in piedi.

Nonostante la confessione di Elsie, Frances, insistette nell’affermare che l’ultima foto scattata fosse autentica e si spense nel 1986. Elsie, invece, morì nel 1988, mentre le lastre fotografiche di vetro furono acquistate per 6000 sterline da un compratore anonimo durante un’asta tenutasi a Londra nel 2001.

Il Mago di Toledo

Scorrendo i vecchi archivi fotografici napoletani, mi è capitato di soffermarmi su uno scorcio dei Quartieri Spagnoli: in questa immagine, scattata tra il 1960 ed il 1970 da Riccardo Carbone, infatti, c’è una strana insegna che ha attirato la mia curiosità…

Ci troviamo innanzitutto in Vico della Tofa, un vicolo che inizia da via Toledo e attraversa i Quartieri Spagnoli e che secondo alcune fonti in origine si chiamava “Vico della Pietra della Pazienza” perché in esso c’era una pietra su cui i napoletani si sedevano o poggiavano la testa quando erano tristi e impazienti.

Il vicolo venne quindi chiamato “vico della Tofa” perché in esso c’era una fontana che raffigurava il volto di un tritone che soffiava in una conchiglia detta, appunto, Tofa, e dalla quale usciva dell’acqua.

Tornando alla foto, pare che proprio in Vico della Tofa si trovasse lo studio del misterioso Mago di Toledo, che sembra avesse un seguito molto ampio e che arrivasse gente da tutto il Sud per incontrarlo.

Giuseppe Ianigro, questo il suo nome all’anagrafe, era di origine pugliese ed era nato il 13 maggio 1898 e praticava la cartomanzia, ovvero la divinazione attraverso la lettura delle carte.

Il mago era davvero una figura misteriosa e, come fu per il “Mago di Napoli” Achille D’Angelo, fu notato dal cinema: nel 1962, infatti, interpretò l’assessore Nicola De Bellis nella commedia di Luigi Zampa “Gli anni ruggenti”, satira sulle ipocrisie della politica locale in epoca fascista, pellicola con Nino Manfredi nella quale interpretava un funzionario del fascio marito di Angela Luce.

Anche Federico Fellini – appassionato di mistero ed esoterismo – lo stimava così tanto che lo volle nel suo film “Amarcord” e lo scelse per fargli recitare la parte del nonno.

Particolarmente evocativa è la scena, molto cara a Fellini, in cui il nonno si smarrisce nella nebbia sul viale davanti a casa sua: «Ma dov’è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto. Mo se la morte è così… non è mica un bel lavoro. Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino. Tè cul!»

Tra i film ai quali ha partecipato ricordiamo, oltre a quelli già citati, “Il giudizio universale” di Vittorio De Sica del 1961, “I clowns”, ancora di Fellini del 1970, “La linea del fiume”, di Aldo Scavarda del 1976 e “Viaggio con Anita”, di Mario Monicelli del 1978.

Lasciato il mondo del cinema, alla sua morte, avvenuta il 28 giugno 2008 a 110 anni,  il mestiere di veggente è stato tramandato alla figlia Grazia.

Intervista con Giuliana Galati su medium, paranormale e sedute spiritiche

Qualche giorno fa sono stato intervistato da Giuliana Galati, fisica, conduttrice di Superquark+ e coordinatrice della XIX edizione del “Corso per indagatori di misteri” del CICAP, in merito ai fenomeni paranormali.

Come si fa a smascherare un sensitivo fraudolento? È possibile riprodurre le gesta dei più famosi sensitivi del mondo?

Le risposte nel video che segue, buona visione!

 

Tutte le strane coincidenze e le premonizioni sul Coronavirus

La pandemia di coronavirus che ha cambiato radicalmente il modo di vivere dapprima di alcune città del nord Italia, poi di tutto il nostro Paese, quindi dell’intero globo, ha fatto porre a molti la domanda: questa situazione poteva essere evitata? Si poteva prevedere che, partendo da alcuni casi in una regione cinese, l’epidemia raggiungesse la portata che ha attualmente?

Giorno dopo giorno hanno cominciato a diffondersi, soprattutto sul web, le teorie più strane su questo fenomeno, dal complotto dei Campionati Mondiali Militari all’arma batteriologica uscita per sbaglio da laboratori super segreti, fino alla scoperta che qualcuno avrebbe previsto in maniera anche abbastanza dettagliata e con larghissimo anticipo, cosa sarebbe successo.

Il caso più eclatante è rappresentato dallo scrittore Dean Koontz che, nel suo romanzo “The eye of darkness”, in questi giorni ripubblicato in italiano da Fanucci Editore col titolo “Abisso” (sottotitolo “Coronavirus – il romanzo della profezia”, sic!), scrive:

Uno scienziato cinese di nome Li Chen fuggì negli Stati Uniti, portando una copia su dischetto dell’arma biologica cinese più importante e pericolosa del decennio – si legge nei passaggi sottolineati diventati virali sui social network – La chiamano ‘Wuhan-400’ perché è stata sviluppata nei loro laboratori di RDNA vicino alla città di Wuhan ed era il quattrocentesimo ceppo vitale di microorganismi creato presso quel centro di ricerca.

Nella prima edizione del 1981, però, il virus aveva un nome diverso: per inserirsi nel clima della Guerra Fredda, veniva denominato Gorki-400, «come la città russa in cui era stata creata», come scrive il sito Snopes, che ha analizzato la genesi della notizia. Wuhan, quindi, sarebbe stata inserita solo in un’edizione successiva, quella del 1996…

Poi c’è il caso dalla sensitiva Sylvia Browne: personaggio controverso e proveniente da una famiglia di medium, ha raggiunto il successo grazie alle sue esperienze medianiche, avute sin da quando era bambina.

Famosissima negli Stati Uniti, i suoi libri sono diventati dei bestseller tradotti in tutto il mondo ed ha spesso partecipato come consulente per polizia e FBI a centinaia di casi di persone scomparse ed omicidi.

L’anno prima della sua morte, nel 2012 ha scritto insieme a Lindsay Harrison il libro “Profezie – Che cosa ci riserva il futuro”, dove sembra abbia previsto, tra le altre cose, anche un’epidemia molto, molto simile a quella del Coronavirus.

Nell’edizione italiana del testo, infatti, si legge:

Entro il 2020 diventerà prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma a causa di una epidemia di una grave malattia simile alla polmonite, che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e che sarà refrattaria a ogni tipo di cura. Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto, quasi in maniera più sconcertante della malattia stessa improvvisamente svanirà con la stessa velocità con cui è arrivata, tornerà all’attacco nuovamente dopo dieci anni, e poi scomparirà completamente.

Sconcertante, vero? Eppure nel libro ci sono altre profezie, non proprio azzeccatissime, almeno per quanto ne sappiamo ad oggi. Ad esempio:

Alla fine, all’inizio del 2020, si raggiunge un accordo tra noi e gli extraterrestri. Lentamente ma inesorabilmente apriamo la nostra mente alla quantità di informazioni infinite che hanno da offrire, non solo sulle galassie lontane nell’universo lontano che non abbiamo ancora cominciato a sognare,ma anche sulla storia del nostro pianeta, di cui molti dei loro antenati sono stati testimoni e hanno lavorato duramente e contribuito a plasmare.

Libri e romanzi non sono l’unico prodotto editoriale nei quali possiamo trovare premonizioni riguardo la pandemia: nel fumetto “Asterix e la corsa d’Italia” uscito nel 2017, infatti, “Coronavirus” è il nome di un romano mascherato, accompagnato dallo scudiero Bacillus!

Un’altra premonizione? Non proprio.

Leggendo la storia, infatti, scopriamo che il senatore Lactus Bifidus, accusato di usare in altro modo i soldi per la manutenzione delle strade, decide di organizzare una corsa di carri a cui far partecipare tutti i popoli dell’impero per dimostrare l’eccellenza delle vie dell’Impero romano: come ha fatto notare Paolo Attivissimo sul suo blog, quindi, l’intero albo usa nomi di microrganismi per i vari personaggi, ma, soprattutto, il termine “coronavirus” era già ben noto quando è uscito il fumetto, anzi, sembra addirittura risalire al 1937!

Più drammatica, invece, la premessa dell’albo di Dylan Dog “L’ultimo uomo sulla terra”, uscito a febbraio nel 1993:

Fischia il vento nelle strade deserte e solleva polvere e carta. La città è morta. Cos’è successo, Dylan? Muovendoti a ritroso nella memoria, trovi il ricordo di Anna Never e di un amore lontano, tra le nebbie vedi un’apocalisse che ha spazzato via l’umanità intera. Ma quanto tempo è passato? E perché soltanto tu sei sopravvissuto? La verità fluttua dentro un silenzio eterno e un’eterna attesa.

Indagando tra le cause di quella che sembra una vera e proprio estinzione del genere umano, Dylan Dog individua nella causa della fine dell’uomo… un’epidemia di raffreddore!

Secondo gli esperti, però, un fenomeno come la pandemia che stiamo affrontando in questo periodo era prevedibile e forse, in qualche modo, anche atteso.

Ne parlava ad esempio Bill Gates, che durante una conferenza ad aprile 2018 aveva messo in guardia i presenti sul pericolo che avrebbe potuto rappresentare la diffusione di un virus pandemico nel sud dell’Asia che avrebbe potuto uccidere 30 milioni di persone in 6 mesi: alla conferenza annuale sui programmi educativi della Massachusetts Medical Society a Boston, Bill Gates aveva dichiarato:

Il mondo deve prepararsi alle pandemie seriamente come quando ci si prepara a una guerra

David Quammen, invece, nel suo “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” del 2012 (pubblicato da Adelphi e tradotto da Luigi Civalleri), scrive:

Le malattie del futuro, ovviamente, sono motivo di grande preoccupazione per scienziati ed esperti di sanità pubblica. Non c’è alcun motivo di credere che l’AIDS rimarrà l’unico disastro globale della nostra epoca causato da uno strano microbo saltato fuori da un animale. Qualche Cassandra bene informata parla addirittura del “Next Big One”, il prossimo grande evento, come di un fatto inevitabile […] Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale o in un mercato cittadino della Cina meridionale? Farà trenta, quaranta milioni di vittime? L’ipotesi è ormai così radicata che potremmo dedicarle una sigla, NBO. La differenza tra HIV-1 e NBO potrebbe essere, per esempio, la velocità di azione: NBO potrebbe essere tanto veloce a uccidere quanto l’altro è relativamente lento. Gran parte dei virus nuovi lavorano alla svelta. […] È ipotizzabile che la prossima Grande Epidemia quando arriverà si conformerà al modello perverso dell’influenza, con alta infettività prima dell’insorgere dei sintomi. In questo caso si sposterà da una città all’altra sulle ali degli aerei, come un angelo della morte. […] Forse il “Next Big One” emergerà da una porcilaia malese, viaggerà dentro una scrofa esportata fino a Singapore e da lì, come la SARS, andrà in giro per il mondo, per esempio nei polmoni di un assistente di volo che ha mangiato il maiale in agrodolce in uno di quei ristorantini alla moda, cari come il fuoco, vicino all’Hotel Raffles.

Infine, se siete credenti e non sapete più a che Santo votarvi, provate a rivolgere un pensiero al patrono contro le pandemie: si tratta di Santa Corona, spesso rappresentata con San Vittore, le cui reliquie sono custodite, fin dal IX secolo, proprio vicino alla zona più provata dalla pandemia del coronavirus, ovvero ad Anzù, in provincia di Belluno

 

Ritrovato un tesoro di amuleti a Pompei

Nella Casa del Giardino di Pompei è stata ritrovata una cassetta in legno contenente decine di amuleti restaurati dagli esperti del Parco archeologico, conservati quasi perfettamente grazie alle particolari condizioni di seppellimento degli ambienti nella lava del Vesuvio.

Nonostante l’ipotesi più accreditata è che si tratti di oggetti che potrebbero essere appartenute alla padrona di casa, è molto probabile che non sia così, poiché la cassetta è stata rinvenuta in un ambiente di servizio lontano dalla stanza da letto e anche dall’atrio della domus dove gli archeologi hanno ritrovato gli scheletri dell’intera famiglia sterminata dalla violenza dell’eruzione mentre tentava di mettersi in salvo, dieci persone in tutto.

Inoltre, mancando gli ori che a Pompei tutte le donne amavano esibire e che non sarebbero potute mancare nel portagioie di una signora, le collane ritrovate sembrerebbero quindi raccontare un’altra storia: «Si potrebbe trattare di monili da indossare per occasioni rituali, più che per mostrarsi elegante», dichiara Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei.

Insieme agli amuleti, anche gemme ed elementi decorativi in bronzo, maiolica, osso e ambra: si tratta di piccoli oggetti e monili legati al mondo femminile, utilizzati come ornamento personale o per proteggersi dalla cattiva sorte.

Oltre a bamboline e campanelle, nella scatola spiccano dei pendenti a forma di piccoli falli, antesignani del moderno cornetto napoletano, la spiga, il teschio, gli scarabei dell’oriente, bottoni in osso o un pugno chiuso: una collezione di strani oggetti che nel mondo romano avevano a che fare con la fertilità, la seduzione, il buon esito di un parto o di un matrimonio.

Tra questi anche delle piccole figure di Arpocrate, dio del silenzio e del segreto, fratello di Horus, ritratto come un giovane fanciullo che porta un dito alle labbra, la cui effige veniva riportata all’ingresso dei templi in Egitto: l’iniziato, al suo ingresso nel tempio, doveva necessariamente passare davanti l’immagine, simboleggiando l’accettazione e l’osservanza di un periodo di totale silenzio, oltre a rappresentare anche l’accesso a verità superiori, il passaggio da uno stato ordinario al sapere sovrannaturale e che Plutarco definiva «il patrono e il precettore della umana attività di comprensione del divino, che è imperfetta, immatura e inarticolata» leggendo quindi, in quel suo gesto, l’invito alla massima prudenza durante questo momento di evoluzione spirituale.

Osanna spiega che si tratterebbe di «simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione […] straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione».

Una raccolta di piccoli oggetti in qualche modo legati alla magia che potrebbero essere stati l’armamentario di una persona, magari una schiava, dotata di particolari poteri taumaturgici e di un rapporto privilegiato con gli aspetti più magici del vivere quotidiano.

Per conoscere la verità però bisognerà aspettare ancora: gli studi sulla Casa del Giardino, la stessa nella quale è stata ritrovata l’iscrizione che ha permesso di accertare la data dell’eruzione del Vesuvio cambiandola dal 24 agosto al 24 ottobre del 79 d.C) sono ancora agli inizi.

Gli oggetti che compongono il piccolo tesoro sono appena stati ripuliti e restaurati e a breve si potrà cominciare ad esaminarli e studiarli uno per uno. Il team di specialisti del Grande Progetto Pompei sta lavorando per fare luce sulla composizione della famiglia, il primo passo per cercare di ricostruirne la storia.

I fantasmi della Villa dei Quintili a Roma

Qualche giorno fa ho visitato l’Area Archeologica della Villa dei Quintili a Roma: si tratta dei ruderi di una Villa romana un tempo molto sfarzosa, che si trova tra Appia Antica ed Appia Nuova nel Parco Regionale dell’Appia Antica, teatro di un antico fatto di sangue.

I proprietari appartenevano ad una delle famiglie senatorie più importanti del tempo degli Antonini, nobili per cultura: i fratelli Quintili, Sesto Quintiliano Condiano e Sesto Quintiliano Valeriano Massimo, che si fecero onore nelle campagne in Asia e in Grecia e nominati consoli nel 151 d.C. con Marco Aurelio.

I fratelli Quintili avevano trasformato una villa dell’epoca di Adriano in una dimora lussuosa, una delle più grandi del suburbio, con l’ingresso poco dopo il V miglio dell’Appia Antica, dove si godevano comodità raffinate e, applicando il perfetto “otium” latino, scrivevano opere di agraria e di storia militare: questo luogo non era per niente casuale, perché segnava il confine tra Roma e Alba Longa, dove si combatté, sotto l’imperatore Tullio Ostilio, il famoso scontro tra gli Orazi e i Curiazi che vide il trionfo dei primi.

La posizione della villa, a terrazze nella piena campagna, era straordinaria ed aveva scatenato le invidie del giovane imperatore Commodo, figlio di Marco Aurelio, che pur di impossessarsene, accusò i due fratelli di aver cospirato contro di lui insieme a sua sorella Lucilla e nel 182 d.C. li fece giustiziare, impadronendosi ed insediandosi nella loro proprietà poiché, secondo l’uso dei tempi, dopo le esecuzioni avveniva la confisca di tutti i beni dei condannati, che entravano a far parte delle proprietà imperiali, trasformando la Villa in una vera reggia di campagna.

A quanto pare, però, dal giorno della loro morte, le ombre dei due fratelli macchiate di sangue apparirebbero dopo il tramonto del sole, secondo le tante testimonianze rese in tutti i tempi, silenziose e inquiete, accompagnate soltanto dal sonoro fruscio delle vesti.

Avvicinandosi all’ingresso principale della Villa, sull’Appia Antica, si trova il complesso di Santa Maria Nova intorno alla quale si intreccia una storia doppia, antica e moderna: costruito su un Castellum Acquae, una cisterna di età adrianea, è stato trasformato nei secoli in deposito agricolo, dimora di lusso e persino set cinematografico (vi si girò ”Che fine ha fatto Totò Baby?’‘) e sul quale, scorrendo in verticale, si possono riconoscere gli interventi medioevali, gotici, fino al tetto più moderno.

Passata ai monaci Olivetani, questi nel 1845 dissotterrarono nella campagna adiacente un sarcofago romano riccamente scolpito: al suo interno giaceva il corpo intatto di una giovinetta identificata come Tulliola, la figlioletta prediletta di Marco Tullio Cicerone: misteriosamente, al contatto con l’aria il corpo della fanciulla si disfece e divenne polvere.

Nel 1968 il casale di Santa Maria Nova fu venduto a una coppia di americani facoltosi che vi iniziarono una vita brillante ricca di inviti e di ospiti famosi fra i quali brillò anche la stella di Brigitte Bardot.

Gli ospiti, però, quasi inspiegabilmente non restavano mai a lungo nella casa e si sparse in seguito la voce che il fantasma di una bimba si aggirava di notte cantando nenie tristi e svegliando gli invitati nelle loro camere: era la piccola Tulliola disturbata a sua volta nel suo sonno eterno.

La coppia americana, stanca del piccolo fantasma canoro, dopo poco tempo si disfece del casale vendendolo alla Soprintendenza: oggi è possibile ascoltare la storia del fantasma anche in streaming a questo link.

Nonostante oggi i custodi del casale raccontino ai visitatori che il canto perfettamente udibile nel buio non sia altra cosa che il sibilo del vento che s’insinua tra i ruderi della Villa, per gli amanti del mistero la piccola Tulliola continua ad aggirarsi nei paraggi insieme ai fratelli Quintili…

Uri Geller aprirà un museo personale a Jaffa

Il “fenomeno paranormale” e star televisiva israeliana Uri Geller sta per aprire un museo a Jaffa.

“The Uri Geller Museum”, questo il nome dell’imponente struttura, occuperà uno spazio risalente a tremila anni fa, situato in Mazal Dagim Street nella città vecchia di Jaffa, e rimasto abbandonato negli ultimi 800 anni.

“Ho visitato il sito l’anno scorso e l’ho visto come un’occasione unica per acquistare uno spazio incredibile in cui mostrare molti artefatti e oggetti provenienti dalla mia casa in Inghilterra e in altri luoghi”, dichiarava Geller qualche tempo fa, “il primo stadio è quello di ristrutturare l’edificio, che ha bisogno di elettricità, illuminazione e altri lavori, con un piano per l’apertura al pubblico tra circa un anno”.

 

Lo spazio espositivo di cinquecento metri quadri esporrà la collezione personale di Geller, inclusi oggetti di David Bowie, Michael Jackson, astronauti, cristalli e rocce raccolte da un’isola scozzese di proprietà di Geller nel Firth of the Forth, la profonda insenatura creata nella costa orientale della Scozia dall’estuario del fiume Forth che sfocia nel Mare del Nord.

Nel museo troveranno spazio anche le copertine delle riviste che ritraggono Geller e i resoconti dei viaggi e degli incontri con le varie personalità nel periodo che va dagli anni ’70 fino ai giorni nostri, oltre ad articoli ed articoli di giornale legati alla sua esperienza con la CIA ed il Mossad di cui avevo già parlato sul mio blog.

“Credo che una delle attrazioni più imponenti sarà il cucchiaio d’acciaio di 18,5 metri posizionato fuori dal museo. Mi sto occupando del processo di creazione dell’opera che pesa circa cinque o sei tonnellate e sarà l’unico cucchiaio d’acciaio delle sue dimensioni nel mondo”, spiega Geller, aggiungendo: “Ho intenzione di farlo fotografare da una stazione satellitare nello spazio”.

Il museo esporrà anche la Cadillac di Uri Geller del 1976, chiamata “The Geller Effect Cadillac”: un’automobile con circa duemila posate rimodellate che ne compongono la carrozzeria, oltre a pietre semipreziose e cristalli, che è stata esposta in alcuni musei internazionali tra cui l’Israel Museum di Gerusalemme, l’American Visionary Arts Museum di Baltimora e il Jewish Museum di Londra.

“Il Museo di Uri Geller si trova nel cuore di Jaffa, un luogo che vede ogni anno centinaia di migliaia di turisti e visitatori”, sottolinea Geller, “sono certo che attirerà una miriade di visitatori internazionali da tutto il mondo”.

Nell’attesa che il museo venga completato ed apra le sue porte al pubblico, non ci resta che goderci alcune immagini del sito e le elaborazioni 3D del museo a questo indirizzo.

Il Cimitero delle Fontanelle e le anime pezzentelle

Da alcuni giorni, a partire dal 2 ottobre 2017, il Cimitero delle Fontanelle di Napoli ha finalmente riaperto dopo alcune settimane di chiusura forzata dovuta alla caduta di alcuni pezzi di tufo dal portale di ingresso causata dalle forti piogge.

Il Cimitero delle Fontanelle sarà quindi di nuovo visitabile secondo l’orario ordinario, ovvero dalle 10.00 alle 17.00, tutti i giorni.

Ma cos’è che rende questo sito uno dei luoghi più misteriosi della città?

Diversamente da quello che si pensa, Napoli non è solo il mare o il panorama meraviglioso del Golfo, ma anche mistero, culto e suggestione, soprattutto la parte sotterranea come le Catacombe di San Gennaro o, appunto, il Cimitero delle Fontanelle: si tratta di un antico cimitero di Napoli, o meglio un ossario, che si trova nel cuore del Rione Sanità e che contiene migliaia di teschi.

L’ossario si sviluppa per circa 3.000 mq e le dimensioni della cavità sono di circa 30.000 metri cubi: in quest’area erano dislocate numerose cave, utilizzate fino al 1600 per reperire il tufo utilizzato per costruire la città ed è chiamato in questo modo per la presenza in passato di fonti d’acqua.

Il cimitero accoglie 40.000 resti di persone (anche se alcune fonti dicono 80000), vittime dell’epidemia di peste nel 1656 e di colera del 1836: verso la metà del 1600, infatti, la città di Napoli fu decimata dalla peste, un flagello che nemmeno San Gennaro riuscì a tenere lontano da Napoli, mentre due secoli più tardi fu invece il colera a provocare altre vittime e i resti dei morti di peste e colera venivano portati in queste cave di tufo, poiché non c’era altro posto che potesse contenerli tutti.

A questi si aggiunsero i morti che, dopo l’editto di Napoleone e la dominazione francese non potevano più essere sepolti nelle chiese: nacque così il Cimitero delle Fontanelle di Napoli, una enorme grotta di tufo dove nel corso degli anni vennero accatastati ossa e teschi dei morti napoletani.

Ma il vero significato del Cimitero delle Fontanelle di Napoli va ricercato nel rapporto che i napoletani hanno con l’Aldilà: passeggiando, infatti, nel Cimitero, è facile imbattersi in un teschio in una bara, che magari porta l’incisione “Per fede. Enzo e Carmela”.

Esiste una spontanea e significativa devozione popolare per questi defunti, nei quali i fedeli identificano le anime purganti bisognose di cura ed attenzione: nel cimitero, infatti, si svolgeva il particolare rito delle “anime pezzentelle”, di cui parlo spesso anche nei miei spettacoli, secondo cui veniva adottata una delle “capuzzelle”, ovvero i teschi, alla quale corrispondeva un’anima del purgatorio.

Queste ossa anonime, le anime pezzentelle, accatastate nelle caverne lontano dal suolo consacrato, rappresentavano per la gente della città le anime abbandonate, un mezzo di comunicazione tra il mondo dei morti e quello dei vivi.

Al teschio era associato un nome, un ruolo, una storia e spesso il napoletano si recava sul posto, adottava un teschio particolare che “si faceva scegliere” secondo una serie di segnali, spesso apparendo anche in sogno e da questo punto in poi il cranio diventava parte della famiglia del devoto.

Questo culto è durato fino agli anni ’50, quando la Chiesa decise di osteggiarlo accostandolo a rituali più vicini al paganesimo che alla religione cattolica, ma nonostante questo l’aura di mistero che circonda il Cimitero delle Fontanelle continua ad affascinare, al punto tale da essere scelto come location ufficiale di Sense8, la serie prodotta da Netflix, per il finale di stagione.

Questo luogo misterioso, ma al tempo stesso magico e sacro, tra leggenda e realtà, è uno dei più affascinanti di Napoli, e vi consiglio di visitarlo se siete in città anche solo per qualche giorno!

Il Monte Epomeo, il terremoto e la leggenda della terra cava

Il terremoto di Casamicciola che alle 20:57 del 21 agosto ha colpito l’isola di Ischia causando due vittime e 42 feriti, ha riacceso i riflettori sull’area vulcanica del golfo di Napoli: tra gli 8 e gli 11 chilometri di profondità, infatti, si trova un grande serbatoio magmatico ancora attivo, mentre l’isola di Ischia rappresenta la porzione più alta di un cono vulcanico che si trova a circa 900 metri sotto il livello del mare.

A differenza di quanto si crede, però, il Monte Epomeo che domina Ischia (rappresentando oltre il 30% della superficie totale dell’isola) non è un vulcano, ma un immenso blocco di tufo verde fuoriuscito dalle profondità della terra al termine di una grande eruzione avvenuta circa 55.000 anni fa ed è sempre stato avvolto nel mistero: secondo la leggenda, infatti, sarebbe una delle porte d’accesso alla mitica “terra cava” del regno di Agartha.

Questo mito, secondo cui sotto la superficie terrestre vi sarebbero altre superfici concentriche che potrebbero a loro volta essere abitate o abitabili, comincia in pieno Medioevo attraverso i resoconti di Corrado di Querfurt, vescovo di Hildesheim e poi di Würzburg, che servì come cancelliere Arrigo VI dal 1194 al 1201: nel 1196, in una serie di lettere, il vescovo tedesco racconta di come sia riuscito a penetrare in un anfratto su un monte, raggiungendo una misteriosa città sotterranea prima di essere messo in fuga da alcuni soldati armati di spada e frecce, ma “fatti di aria”.

Quefurt scriveva che il monte in questione si trovava sull’isola di Ischia, dove però collocò anche le anime penitenti, che la leggenda vuole invece associate ai Campi Flegrei (le anime del purgatorio di cui parlerò dettagliatamente).

Il monte era dunque l’Epomeo o il Monte Barbaro a Pozzuoli, dove già Virgilio Mago, figura leggendaria medioevale napoletana (di cui lo stesso Quefurt scrisse descrivendo le opere meravigliose che egli avrebbe lasciato a Napoli e che in seguito sarebbe stato soppiantato da San Gennaro per volere della Chiesa che voleva eliminare qualsiasi traccia di paganesimo nella città), si sarebbe recato.

La ricerca del regno di Agartha coinvolse anche Hitler, che era ossessionato dall’esoterismo e dai miti delle antiche civiltà: ad Ischia i Nazisti avrebbero cercato l’entrata del possibile tunnel dell’Epomeo partendo dal luogo più misterioso dell’isola, la grotta di Mavone, oggi praticamente inaccessibile, che si trova a Forio d’Ischia, su un costone roccioso a picco sul mare.

Le ricerche sarebbero poi proseguite con l’analisi della Grotta del Mago, che si trova ad Ischia Ponte dopo gli scogli di Sant’Anna, ed è oggi solo parzialmente accessibile, che anticamente era la sede di un culto solare: in ogni caso, ad oggi non si conoscono gli esiti delle ricerche effettuate ormai oltre 70 anni fa.

Nonostante finora il misterioso passaggio non sia ancora stato ritrovato, la scienza e le moderne teorie astronomiche e geologiche affermano che la terra non può essere cava, quindi non averebbe senso continuare a cercare possibili “porte” di ingresso per un fantastico viaggio, per citare Jules Verne, “al centro della Terra”.

Eppure l’aura di mistero che circonda il monte Epomeo continua ad affascinare e ad alimentare leggende e strani fenomeni continuano ad essere segnalati nei dintorni, quasi come se ci fosse un fondo di verità nelle leggende come quella narrata nel 1874 dallo scrittore Jorgen Vilhelm Bergsoe nelle sue “Novelle italiane”, nella quale racconta di un’armata saracena scomparsa letteralmente nel nulla dopo essersi rifugiata in una conca nei pressi del Monte Tabor, proprio vicino Casamicciola.

Sicuramente l’esistenza di uno o più grotte che colleghino il Monte Epomeo ad altre località sull’isola di Ischia o addirittura sulla vicina costa campana potrebbe essere un’ipotesi più plausibile della teoria della “terra cava”, ma che questi cunicoli possano essere stati utilizzati da Ufo o come basi militari resta tuttora un mistero…

In California c’è una strega che esorcizza i computer contro i virus

Nella California del Nord c’è una strega che esorcizza i computer contro i virus: si tratta di Joey Talle, strega Wiccan e ministro del culto nello stato della California.

Oltre ad offrire rimedi a chi soffre di pene d’amore, depressione e altri malesseri, esorcizza anche i virus dai computer e il suo motto è “non esiste problema troppo piccolo, troppo grande o troppo strano”.

Per affrontare fantasmi e demoni che infestano un pc usa una vasta gamma di tecniche: può posizionare pietre sopra il computer, pulire l’energia negativa imponendo la propria mente o depurare l’area intorno al computer bruciando foglie di salvia, rituali che ricorrono anche nei miei spettacoli esoterici.

Il tempo necessario perché i virus siano debellati è diverso a seconda della malvagità dell’entità e va da una a quattro ore.

Una delle prime volte in cui ha usato la magia per risolvere un problema tecnico è stato quando ad un cliente per cui aveva eseguito rituali per il successo e il lavoro, è capitato di avere un problema con l’allarme antifurto: l’azienda che lo aveva installato non riusciva a capire quale fosse il guasto, lei invece è andata in trance e dopo aver percepito un blocco dentro il muro, ha risolto il problema e il cliente non ha più avuto problemi in seguito.

Una volta è stata contattata dalla proprietaria di una piccola azienda nel Marin che aveva il computer infettato da un paio di virus diversi: “Per prima cosa, ho creato un cerchio e ho evocato terra, aria, fuoco e acqua, poi ho evocato Mercurio, il messaggero e comunicatore. Sono andata in trance e tutto ciò che facevo a quel punto era percepire. Riesco a sentire letteralmente [il virus] dentro al mio corpo. Riesco a sentire dove l’energia scorre morbida, e dove invece c’è un intoppo. Quello è il punto in cui il virus è entrato”, racconta.

È convinta, inoltre, che ci siano energie di tutti i tipi, incluse entità più o meno percepibili dagli esseri umani come fantasmi, angeli, spiriti o demoni, entità che mangiano, assorbono energia, e vogliono essere nutriti, ma con l’aiuto di diverse pietre, come quelle che contengono cloruro oppure l’ametista, spesso riesce a debellare qualsiasi virus informatico.

Secondo lei, infatti, “i computer sono enormi dispense di energia elettromagnetica, oltre che di messaggi e talvolta, quando un demone entra in un sistema, è come uno scarafaggio in cucina. Si limita a mangiare e a non dare nell’occhio. Ma certi demoni lavorano per qualcuno che sta cercando di ferirti e quelli sono davvero duri da mandare via”.

Insomma, un interessante ed insolito connubio tra mistero e modernità che unisce la magia rituale e le nuove tecnologie.