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Scoperti dei fiori rituali nel Tempio del Serpente Piumato

Nella città mesoamericana di Teotihuacan, che si trova a circa un’ora d’auto a nord-est di Città del Messico gli archeologi hanno scoperto dei mazzi di fiori che venivano usati come offerte nei rituali quasi 2000 anni fa!

I bouquet sono stati trovati all’inizio di agosto in un tunnel sotto il Tempio del Serpente Piumato, la terza piramide più grande di Teotihuacan, come parte di una spedizione guidata da Sergio Gómez Chávez, un archeologo dell‘Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) del Messico, secondo un articolo pubblicato sul giornale La Jornada.

È la prima volta che degli esemplari botanici così ben conservati vengono recuperati dalle rovine di Teotihuacan, una città che ospitava circa 125.000 persone dal I al V secolo d.C., rendendolo uno dei più grandi centri urbani del mondo a quell’epoca.

Sebbene non sia ancora chiaro quali tipi di piante facciano parte dei bouquet, Gómez Chávez e i suoi colleghi ritengono che gli oggetti siano stati usati come parte di un evento rituale: il team ha infatti trovato diversi chili di carbone nel tunnel, il che lascia presumere che i fiori fossero disposti in un’area protetta sotto un falò.

“In totale ci sono quattro mazzi di fiori in ottime condizioni”, ha dichiarato Gómez Chávez a La Jornada . “Sono ancora legati con delle corde, probabilmente di cotone. Si tratta di un ritrovamento molto importante perché parla dei riti che si svolgevano in questo luogo”.

I fiori sono l’ultima scoperta di un tesoro di oggetti archeologici ritrovati in questo passaggio sotterraneo, in cui Chávez e i suoi colleghi si sono imbattuti per caso nel 2003: all’epoca i ricercatori avevano notato che delle forti piogge avevano aperto una voragine di fronte alla piramide dalla quale sono entrati nel tunnel, che si trova circa 12 metri sotto la superficie e sembra essere stata sigillata intorno all’anno 200.

Nel corso degli anni il team di Chávez ha identificato più di 100.000 reperti archeologici nel tunnel, che si estende per più di 100 metri. Questi oggetti evocativi includono sculture di animali e uomini, maschere di legno decorate con gemme e centinaia di sfere metalliche. Un’estremità del passaggio conduce ad una stanza inquietante con un paesaggio in miniatura completo di montagne e laghi fatti di mercurio liquido, che potrebbe essere stata una rappresentazione del mondo sotterraneo.

Gómez Chávez e i suoi colleghi sono alle fasi finali dell’esplorazione di questo incredibile tunnel e stanno ancora scoprendo oggetti inaspettati, come appunto i mazzi di fiori.

“È importante comprendere tutti questi tipi di oggetti nel loro insieme”, ha detto Gómez Chávez, poiché “ci permettono di comprendere molti aspetti della visione del mondo e della religione degli antichi popoli mesoamericani e, nello specifico, delle attività rituali che si svolgevano all’interno del tunnel”.

“C’è ancora molto lavoro da fare a Teotihuacan e ogni ritrovamento è un granello di sabbia di conoscenza in più su una delle società più importanti e complesse che esistessero nei tempi antichi”, ha concluso.

Resta soltanto da capire per quale genere di rituali venissero usati…

La nave Ever Given, la maledizione dei Faraoni e Uri Geller

Secondo Arab News, l’incagliamento della nave lunga 400 metri da 200.000 tonnellate “Ever Given” per alcuni giorni nel Canale di Suez ed altri eventi accaduti in Egitto sarebbero l’effetto della “maledizione dei faraoni”, un mito secolare secondo il quale chiunque disturbi la mummia di un antico faraone egizio dovrà affrontare sfortuna o addirittura la morte.

Proprio in questi giorni, infatti, alcuni funzionari stanno preparando una “Parata d’oro dei faraoni” senza precedenti, con il trasferimento di 22 mummie di antichi re e regine in un nuovo museo egiziano il 3 aprile, comprese quelle di Ramses II, Seknen Ra, Tuthmosis III, Seti il ​​primo, della regina Hatshepsut e della regina Merit Amon.

Alcuni ipotizzano che i preparativi abbiano innescato l’antica maledizione provocando una serie di incidenti e tragedie in tutto il Paese come il blocco del Canale di Suez, un incidente ferroviario a Sohag in cui due treni si sono scontrati e che ha causato la morte di 32 persone e ne ha ferite 66 e il crollo di un edificio al Cairo che ha causato 18 morti.

Inoltre, alcuni negozi di Zagazig sono stati recentemente distrutti in un incendio e un ponte in costruzione a Mariotya è crollato.

Secondo una leggenda, un avvertimento sulla tomba di Tutankhamon reciterebbe “La morte arriverà rapidamente per coloro che disturbano la pace del re” ed anche se in realtà non esiste alcuna iscrizione del genere (come mi ha segnalato anche la studiosa di lingue orientali e scrittrice Clara Cerri), molti cittadini superstiziosi chiedono alle autorità egiziane di annullare la parata e di lasciare le mummie dove sono.

Per l’archeologo ed ex ministro delle Antichità Zahi Hawass, invece, la maledizione è solo una vecchia superstizione: Hawass, eminente egittologo che ha lavorato per National Geographic, ha spiegato che la morte degli archeologi che avevano scavato tombe in passato era dovuta a germi presenti nei siti e si dice convinto che la parata sia un evento positivo, definendola la “più grande promozione” per l’Egitto, sostenendo che gli occhi del mondo saranno puntati sul Cairo durante la parata di 40 minuti.

Intanto il sensitivo e showman israeliano Uri Geller si attribuisce il merito del disincagliamento della nave dal canale di Suez: nei giorni scorsi, infatti, aveva chiesto ai suoi fan attraverso i social ed ai lettori del giornale inglese “Daily Star” di concentrare tutte le energie mentali ogni giorno alle 11:11 verso la nave incagliata.

Secondo la numerologia, infatti, si ritiene che l’ora 11:11 abbia un significato spirituale e qualsiasi richiesta o desiderio espressi a quell’ora saranno esauditi, poiché di buon auspicio.

In ogni caso Geller afferma che il potere mentale collettivo del mondo – e non i 14 rimorchiatori che tentavano di spostarla da sei giorni – abbiano finalmente disincagliato la nave…

Intervista con Giuliana Galati su medium, paranormale e sedute spiritiche

Qualche giorno fa sono stato intervistato da Giuliana Galati, fisica, conduttrice di Superquark+ e coordinatrice della XIX edizione del “Corso per indagatori di misteri” del CICAP, in merito ai fenomeni paranormali.

Come si fa a smascherare un sensitivo fraudolento? È possibile riprodurre le gesta dei più famosi sensitivi del mondo?

Le risposte nel video che segue, buona visione!

 

Halloween napoletano (e non solo!)

Devo confessare che quando il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca ha definito Halloween “americanata che è monumento all’imbecillità” ho avuto un sussulto. Eh si, perché in realtà a Napoli la tradizione del “dolcetto o scherzetto” non è qualcosa che abbiamo importato dai paesi anglosassoni, ma un’usanza molto più radicata nella cultura partenopea di quanto si possa credere.

Esiste, infatti, una vecchia poesia di Domenico Iaccarino del 1875, che racconta del venditore di cascettelle, un’usanza scomparsa che risaliva al giorni dei morti: i bambini, con salvadanai di legno, cartone o latta a forma di bara, si divertivano ad andare in giro per i vicoli agitandole e scorrazzando in gruppetti per fermare i passanti al cui indirizzo intonavano una cantilena:

Signurì ‘e Muorte
sott ‘â Péttola Che Nce Puorte
e Nce Puorte ‘e Cunfettiélle
signurì ‘e Murticiélle!

Molti, un po’ intimoriti dei bambini o temendo di essere scherniti davanti agli altri o soltanto per simpatia e divertimento, contribuivano inserendo qualche spicciolo nella preziosa urna. E il contenuto, via via, tintinnava sempre di più. Poi quelle monetine o si usavano per acquistare il torroni dei morti o si davano in beneficenza a quelle chiese come Santa Maria del Purgatorio ad Arco, dedicate soprattutto al culto dei morti, oppure venivano investiti in bomboloni e fili di liquirizia, torroni e radici da succhiare.

Anche Eduardo De Filippo, in “Filumena Marturano”, racconta delle “cascettelle”: “…ambo due e con tre figli da crescere, andai ad abitare al vicolo San Liborio, basso numero 80, e mi misi a vendere sciosciamosche, cascettelle p’’e muorte e cappielle ‘e Piererotta”, mentre su “Il Giorno” del 1 novembre 1904 ne da notizia anche Matilde Serao: “Domani mattina, a Dio piacendo, saremo svegliati da un’orchestrina originale di strumenti non molto melodiosi, ma per compenso sufficientemente assordanti. Centomila scatolette di cartone, debitamente segnate col teschio tradizionale e le immancabili ossa incrociate, faranno risuonare per tutte le vie di Napoli, per tutti i vicoli, per tutti i cortili, per i pianerottoli delle nostre scale, i soldini che vi sono piovuti dentro, attraverso la sottile fenditura, ed il rullo di questo strano tamburino ci accompagnerà da per tutto, e, dovunque, un bambino, due bambini, dieci bambini ci affronteranno, ci stringeranno in mezzo, ci sgusceranno tra i piedi, agitando la cascettella e strillando in tutti i toni: “Signurì, ‘e muorte!”. E’ nel nome dei morti, che l’infanzia chiede la sua mancia, domani: è con questa invocazione pietosa che essa vi domanda il piccolo obolo. E gli occhietti vi interrogano ansiosi, e spiano le vostre mosse; e lampeggiano felici quando la vostra mano si tende, e l’obolo è dato: “Signurì, ‘e muorte!”. Oh, date pure un soldino a questi bimbi che ve lo chiedono gaiamente, agitando la cascettella crocesegnata, e si sparpagliano con un grido di gioia, quando sono contentati…”.

L’anno scorso, durante lo spettacolo “Le Stelle della Magia” al chiostro della chiesa di San Domenico Maggiore, ho portato in scena un numero di mentalismo facendo rivivere, a modo mio, questa antica usanza ormai perduta.

Altro che americanata! Su Identità Insorgenti trovate molto materiale sui festeggiamenti dei morti a Napoli.

La festa di Halloween, invece, da qualche anno diffusa anche in Italia, ha origini oscure, ma alcune tracce possono essere identificate in alcune feste celtiche diventate poi cattoliche, oltre ad alcuni riti medievali che probabilmente si sono poi diffusi in tutta Europa.

Halloween, infatti, ha origine dall’antica festa celtica precristiana di Samhain, che veniva celebrata la notte del 31 ottobre. I Celti, vissuti oltre duemila anni fa nell’area oggi identificabile come Irlanda, Regno Unito e Francia settentrionale, credevano che i morti tornassero sulla terra a Samhain. Nella notte sacra, le persone si riunivano per accendere falò, offrire sacrifici e rendere omaggio ai morti.

Durante le celebrazioni celtiche di Samhain, gli abitanti del villaggio si travestivano con costumi fatti di pelli di animali per scacciare i fantasmi e preparavano banchetti lasciando del cibo per placare gli spiriti indesiderati. Nei secoli successivi, le persone iniziarono a vestirsi da fantasmi, demoni e altre creature malvagie, esibendosi in buffonate in cambio di cibo e bevande. Questa usanza, nota come mumming, risale al Medioevo e si pensa che sia un antecedente della pratica oggi nota come “dolcetto o scherzetto”.

A partire dal IX secolo, il cristianesimo si diffuse nelle terre celtiche, dove gradualmente si mescolò e sostituì i riti pagani ben più antichi. Nel 1000 d.C. la Chiesa designò il 2 novembre come il giorno dei morti, le cui celebrazioni in Inghilterra somigliavano alle commemorazioni celtiche di Samhain, complete di falò e mascherate.

I poveri visitavano le case delle famiglie più ricche e ricevevano dolci chiamati “torte dell’anima” in cambio della promessa di pregare per le anime dei parenti defunti dei proprietari di casa. Conosciuta come “souling”, la pratica è stata successivamente ripresa dai bambini, che andavano di porta in porta chiedendo doni come denaro e cibo.

Anche in Italia, e nello specifico al Sud, troviamo usanze simili: si apparecchiava la tavola per la cena aggiungendo un posto in più per i defunti e fino a pochi anni fa, in molte zone della Campania (e in altre regioni italiane) era assolutamente normale lasciare cibo e bevande per i visitatori della notte speciale, così come il commentare, il giorno dopo, vedendo i piatti lasciati intatti, che i morti non avevano avuto appetito e avevano solo bevuto un po’ d’acqua (quella evaporata).

Usanze antiche e complesse – testimoniate tra l’altro anche da sant’Agostino – che prevedevano anche piatti particolari, come le fave. Un legume assai singolare, come si scopre leggendo Ovidio e Plinio: “In essa si trovano le anime dei morti e per questo viene adoperata nei sacrifici in onore dei propri defunti”.

In Scozia e in Irlanda, i giovani prendevano parte ad una tradizione chiamata “guising”, ovvero vestirsi in costume e accettare offerte da varie famiglie: invece di impegnarsi a pregare per i morti, però, cantavano una canzone, recitavano una poesia o raccontavano una barzelletta prima di raccogliere il loro dolcetto, che in genere consisteva in frutta, noci o denaro.

Nel Sud Italia questo passaggio di doni si può ritrovare in Sicilia, dove sono proprio gli spiriti che nella notte tra il primo e il 2 novembre lasciano la loro dimora e vanno a rubare a pasticcieri e mercanti quanto poi doneranno a bambini loro parenti che siano stati buoni. Anche in Puglia i regali si scambiavano in quella data, con i bimbi che trovavano una calza piena di regali ai piedi del letto.

All’inizio del XX secolo, le comunità irlandesi e scozzesi hanno fatto rivivere le tradizioni del Vecchio Mondo di “souling” e “guising” negli Stati Uniti. Negli anni ’20, tuttavia, gli “scherzetti” erano diventati l’attività di Halloween preferita dai giovani turbolenti, al punto che molte città vietarono di festeggiarlo.

Durante la Grande Depressione, infatti, i festeggiamenti per Halloween si trasformarono in atti di vandalismo, aggressioni fisiche e sporadici atti di violenza ed alcune teorie ipotizzano che gli scherzi eccessivi ad Halloween abbiano portato all’adozione diffusa di una tradizione di “dolcetto o scherzetto” organizzata e basata sulla comunità negli anni ’30, tendenza bruscamente ridotta con lo scoppio della seconda guerra mondiale, quando il razionamento dello zucchero significava che c’erano ben poche prelibatezze da distribuire.

Al culmine del baby boom del dopoguerra, “dolcetto o scherzetto” tornò a far parte a pieno titolo delle usanze di Halloween, diventando rapidamente una pratica normalissima per milioni di bambini nelle città americane e nei sobborghi di nuova costruzione. Non più vincolate dal razionamento dello zucchero, le aziende di caramelle hanno lanciato campagne pubblicitarie nazionali specificamente mirate per Halloween, portando gli americani a spendere, oggi, circa 2,6 miliardi di dollari in caramelle e il giorno stesso è diventato la seconda festa commerciale più grande della nazione!

Tutte le strane coincidenze e le premonizioni sul Coronavirus

La pandemia di coronavirus che ha cambiato radicalmente il modo di vivere dapprima di alcune città del nord Italia, poi di tutto il nostro Paese, quindi dell’intero globo, ha fatto porre a molti la domanda: questa situazione poteva essere evitata? Si poteva prevedere che, partendo da alcuni casi in una regione cinese, l’epidemia raggiungesse la portata che ha attualmente?

Giorno dopo giorno hanno cominciato a diffondersi, soprattutto sul web, le teorie più strane su questo fenomeno, dal complotto dei Campionati Mondiali Militari all’arma batteriologica uscita per sbaglio da laboratori super segreti, fino alla scoperta che qualcuno avrebbe previsto in maniera anche abbastanza dettagliata e con larghissimo anticipo, cosa sarebbe successo.

Il caso più eclatante è rappresentato dallo scrittore Dean Koontz che, nel suo romanzo “The eye of darkness”, in questi giorni ripubblicato in italiano da Fanucci Editore col titolo “Abisso” (sottotitolo “Coronavirus – il romanzo della profezia”, sic!), scrive:

Uno scienziato cinese di nome Li Chen fuggì negli Stati Uniti, portando una copia su dischetto dell’arma biologica cinese più importante e pericolosa del decennio – si legge nei passaggi sottolineati diventati virali sui social network – La chiamano ‘Wuhan-400’ perché è stata sviluppata nei loro laboratori di RDNA vicino alla città di Wuhan ed era il quattrocentesimo ceppo vitale di microorganismi creato presso quel centro di ricerca.

Nella prima edizione del 1981, però, il virus aveva un nome diverso: per inserirsi nel clima della Guerra Fredda, veniva denominato Gorki-400, «come la città russa in cui era stata creata», come scrive il sito Snopes, che ha analizzato la genesi della notizia. Wuhan, quindi, sarebbe stata inserita solo in un’edizione successiva, quella del 1996…

Poi c’è il caso dalla sensitiva Sylvia Browne: personaggio controverso e proveniente da una famiglia di medium, ha raggiunto il successo grazie alle sue esperienze medianiche, avute sin da quando era bambina.

Famosissima negli Stati Uniti, i suoi libri sono diventati dei bestseller tradotti in tutto il mondo ed ha spesso partecipato come consulente per polizia e FBI a centinaia di casi di persone scomparse ed omicidi.

L’anno prima della sua morte, nel 2012 ha scritto insieme a Lindsay Harrison il libro “Profezie – Che cosa ci riserva il futuro”, dove sembra abbia previsto, tra le altre cose, anche un’epidemia molto, molto simile a quella del Coronavirus.

Nell’edizione italiana del testo, infatti, si legge:

Entro il 2020 diventerà prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma a causa di una epidemia di una grave malattia simile alla polmonite, che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e che sarà refrattaria a ogni tipo di cura. Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto, quasi in maniera più sconcertante della malattia stessa improvvisamente svanirà con la stessa velocità con cui è arrivata, tornerà all’attacco nuovamente dopo dieci anni, e poi scomparirà completamente.

Sconcertante, vero? Eppure nel libro ci sono altre profezie, non proprio azzeccatissime, almeno per quanto ne sappiamo ad oggi. Ad esempio:

Alla fine, all’inizio del 2020, si raggiunge un accordo tra noi e gli extraterrestri. Lentamente ma inesorabilmente apriamo la nostra mente alla quantità di informazioni infinite che hanno da offrire, non solo sulle galassie lontane nell’universo lontano che non abbiamo ancora cominciato a sognare,ma anche sulla storia del nostro pianeta, di cui molti dei loro antenati sono stati testimoni e hanno lavorato duramente e contribuito a plasmare.

Libri e romanzi non sono l’unico prodotto editoriale nei quali possiamo trovare premonizioni riguardo la pandemia: nel fumetto “Asterix e la corsa d’Italia” uscito nel 2017, infatti, “Coronavirus” è il nome di un romano mascherato, accompagnato dallo scudiero Bacillus!

Un’altra premonizione? Non proprio.

Leggendo la storia, infatti, scopriamo che il senatore Lactus Bifidus, accusato di usare in altro modo i soldi per la manutenzione delle strade, decide di organizzare una corsa di carri a cui far partecipare tutti i popoli dell’impero per dimostrare l’eccellenza delle vie dell’Impero romano: come ha fatto notare Paolo Attivissimo sul suo blog, quindi, l’intero albo usa nomi di microrganismi per i vari personaggi, ma, soprattutto, il termine “coronavirus” era già ben noto quando è uscito il fumetto, anzi, sembra addirittura risalire al 1937!

Più drammatica, invece, la premessa dell’albo di Dylan Dog “L’ultimo uomo sulla terra”, uscito a febbraio nel 1993:

Fischia il vento nelle strade deserte e solleva polvere e carta. La città è morta. Cos’è successo, Dylan? Muovendoti a ritroso nella memoria, trovi il ricordo di Anna Never e di un amore lontano, tra le nebbie vedi un’apocalisse che ha spazzato via l’umanità intera. Ma quanto tempo è passato? E perché soltanto tu sei sopravvissuto? La verità fluttua dentro un silenzio eterno e un’eterna attesa.

Indagando tra le cause di quella che sembra una vera e proprio estinzione del genere umano, Dylan Dog individua nella causa della fine dell’uomo… un’epidemia di raffreddore!

Secondo gli esperti, però, un fenomeno come la pandemia che stiamo affrontando in questo periodo era prevedibile e forse, in qualche modo, anche atteso.

Ne parlava ad esempio Bill Gates, che durante una conferenza ad aprile 2018 aveva messo in guardia i presenti sul pericolo che avrebbe potuto rappresentare la diffusione di un virus pandemico nel sud dell’Asia che avrebbe potuto uccidere 30 milioni di persone in 6 mesi: alla conferenza annuale sui programmi educativi della Massachusetts Medical Society a Boston, Bill Gates aveva dichiarato:

Il mondo deve prepararsi alle pandemie seriamente come quando ci si prepara a una guerra

David Quammen, invece, nel suo “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” del 2012 (pubblicato da Adelphi e tradotto da Luigi Civalleri), scrive:

Le malattie del futuro, ovviamente, sono motivo di grande preoccupazione per scienziati ed esperti di sanità pubblica. Non c’è alcun motivo di credere che l’AIDS rimarrà l’unico disastro globale della nostra epoca causato da uno strano microbo saltato fuori da un animale. Qualche Cassandra bene informata parla addirittura del “Next Big One”, il prossimo grande evento, come di un fatto inevitabile […] Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale o in un mercato cittadino della Cina meridionale? Farà trenta, quaranta milioni di vittime? L’ipotesi è ormai così radicata che potremmo dedicarle una sigla, NBO. La differenza tra HIV-1 e NBO potrebbe essere, per esempio, la velocità di azione: NBO potrebbe essere tanto veloce a uccidere quanto l’altro è relativamente lento. Gran parte dei virus nuovi lavorano alla svelta. […] È ipotizzabile che la prossima Grande Epidemia quando arriverà si conformerà al modello perverso dell’influenza, con alta infettività prima dell’insorgere dei sintomi. In questo caso si sposterà da una città all’altra sulle ali degli aerei, come un angelo della morte. […] Forse il “Next Big One” emergerà da una porcilaia malese, viaggerà dentro una scrofa esportata fino a Singapore e da lì, come la SARS, andrà in giro per il mondo, per esempio nei polmoni di un assistente di volo che ha mangiato il maiale in agrodolce in uno di quei ristorantini alla moda, cari come il fuoco, vicino all’Hotel Raffles.

Infine, se siete credenti e non sapete più a che Santo votarvi, provate a rivolgere un pensiero al patrono contro le pandemie: si tratta di Santa Corona, spesso rappresentata con San Vittore, le cui reliquie sono custodite, fin dal IX secolo, proprio vicino alla zona più provata dalla pandemia del coronavirus, ovvero ad Anzù, in provincia di Belluno

 

Google, la Lotería Mexicana e Napoli

Oggi Google dedica il suo celeberrimo “doodle” (l’immagine in cima alla casella di testo per la ricerca del celebre motore di ricerca) alla Lotería Messicana!

In Messico, infatti, la tombola non si gioca con i numeri ma con 54 carte, ciascuna delle quali rappresenta personaggi, animali, frutta o verdura e diversi oggetti della cultura popolare: “il gallo”, “la luna”, “il ragno”, ma anche “la scala”, “la bottiglia” oppure “il soldato” sono alcune delle carte di questo antico gioco le cui regole però sono molti simili ad un gioco che a Napoli è diventato famossissimo nel corso degli ultimi anni, il Sinco!

Ogni giocatore, infatti, ha a disposizione una cartella con alcuni dei simboli riportati sulle carte, in genere 16 di essi, che il mazziere estrae dal suo mazzo. Come per il Sinco esistono diverse combinazioni per vincere i premi: i quattro angoli, i quattro simboli interni, le righe orizzontali, le righe diagonali, una riga intera di quattro oggetti e tante altre.

Vince il premio finale chi per primo completa l’intero tabellone.

Oggi Google ha voluto ricordare la Lotería Messicana, facendo conoscere questa tradizione a chi non ha mai avuto modo di giocarci e cogliendo l’occasione per unire persone di tutto il mondo: il gioco, infatti, sarà disponibile dal 9 dicembre per due giorni in 30 differenti Paesi e ciascuno potrà decidere di far partire una partita casuale o di giocare con gli amici.

Per giocare è necessario seguire le istruzioni a schermo: quando viene distribuita una carta, basterà cercare la stessa sulla propria scheda e in caso di corrispondenza basta mettere un fagiolo virtuale sulla carta in questione.

Se ci fossero state anche le bucce di mandarino o altri legumi secchi, sarebbe stato come giocare a tombola in una qualsiasi famiglia italiana!

Ad ogni gara la carta che si trova in alto a sinistra dello schermo mostra la combinazione di fagioli da realizzare per vincere ed è diversa ad ogni turno: quando il giocatore riuscirà a riempire la combinazione vincente, dovrà premere il pulsante “Lotería” per vincere.

Divertitevi a scoprire cosa accadrà quando completerete una combinazione!

In Messico è il grido di “¡lotería!” o “¡buenas!” a sancire la vittoria di un giocatore fortunato, concludendo il round.

I personaggi sulle carte di Lotería Mexicana sono stati aggiornati più volte dalla sua invenzione oltre cento anni fa per riflettere le norme sociali del tempo ed una delle versioni più conosciute fu creata dal francese Clemente Jacques nel 1887.

L’edizione “Don Clemente Gallo”, protetta da copyright nel 1913, presenta delle immagini che sono diventate una forma di arte popolare sinonimo di Lotería Mexicana e le immagini iconiche di questo gioco, unita all’esperienza condivisa che promuove tra persone di ogni generazione, sono diventate una fonte di orgoglio e celebrazione per la cultura messicana che gli utenti del famoso motore di ricerca possono riscoprire grazie al doodle di oggi!

Ritrovato un tesoro di amuleti a Pompei

Nella Casa del Giardino di Pompei è stata ritrovata una cassetta in legno contenente decine di amuleti restaurati dagli esperti del Parco archeologico, conservati quasi perfettamente grazie alle particolari condizioni di seppellimento degli ambienti nella lava del Vesuvio.

Nonostante l’ipotesi più accreditata è che si tratti di oggetti che potrebbero essere appartenute alla padrona di casa, è molto probabile che non sia così, poiché la cassetta è stata rinvenuta in un ambiente di servizio lontano dalla stanza da letto e anche dall’atrio della domus dove gli archeologi hanno ritrovato gli scheletri dell’intera famiglia sterminata dalla violenza dell’eruzione mentre tentava di mettersi in salvo, dieci persone in tutto.

Inoltre, mancando gli ori che a Pompei tutte le donne amavano esibire e che non sarebbero potute mancare nel portagioie di una signora, le collane ritrovate sembrerebbero quindi raccontare un’altra storia: «Si potrebbe trattare di monili da indossare per occasioni rituali, più che per mostrarsi elegante», dichiara Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei.

Insieme agli amuleti, anche gemme ed elementi decorativi in bronzo, maiolica, osso e ambra: si tratta di piccoli oggetti e monili legati al mondo femminile, utilizzati come ornamento personale o per proteggersi dalla cattiva sorte.

Oltre a bamboline e campanelle, nella scatola spiccano dei pendenti a forma di piccoli falli, antesignani del moderno cornetto napoletano, la spiga, il teschio, gli scarabei dell’oriente, bottoni in osso o un pugno chiuso: una collezione di strani oggetti che nel mondo romano avevano a che fare con la fertilità, la seduzione, il buon esito di un parto o di un matrimonio.

Tra questi anche delle piccole figure di Arpocrate, dio del silenzio e del segreto, fratello di Horus, ritratto come un giovane fanciullo che porta un dito alle labbra, la cui effige veniva riportata all’ingresso dei templi in Egitto: l’iniziato, al suo ingresso nel tempio, doveva necessariamente passare davanti l’immagine, simboleggiando l’accettazione e l’osservanza di un periodo di totale silenzio, oltre a rappresentare anche l’accesso a verità superiori, il passaggio da uno stato ordinario al sapere sovrannaturale e che Plutarco definiva «il patrono e il precettore della umana attività di comprensione del divino, che è imperfetta, immatura e inarticolata» leggendo quindi, in quel suo gesto, l’invito alla massima prudenza durante questo momento di evoluzione spirituale.

Osanna spiega che si tratterebbe di «simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione […] straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione».

Una raccolta di piccoli oggetti in qualche modo legati alla magia che potrebbero essere stati l’armamentario di una persona, magari una schiava, dotata di particolari poteri taumaturgici e di un rapporto privilegiato con gli aspetti più magici del vivere quotidiano.

Per conoscere la verità però bisognerà aspettare ancora: gli studi sulla Casa del Giardino, la stessa nella quale è stata ritrovata l’iscrizione che ha permesso di accertare la data dell’eruzione del Vesuvio cambiandola dal 24 agosto al 24 ottobre del 79 d.C) sono ancora agli inizi.

Gli oggetti che compongono il piccolo tesoro sono appena stati ripuliti e restaurati e a breve si potrà cominciare ad esaminarli e studiarli uno per uno. Il team di specialisti del Grande Progetto Pompei sta lavorando per fare luce sulla composizione della famiglia, il primo passo per cercare di ricostruirne la storia.

C’è un’enorme massa al centro della luna e gli astronomi non sanno cosa sia

La luna, il satellite della Terra, è anche il sito di uno dei più famosi crateri da impatto del nostro intero sistema solare.

In pratica qualcosa ha causato un enorme buco sulla luna miliardi di anni fa e gli astronomi hanno appena scoperto che c’è qualcosa di grande – praticamente enorme – sepolto sotto la superficie.

Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista “Geophysical Research Letters”, il bacino del South Pole-Aitken della luna nasconde una massa che è stimata in 2.18 quintilioni di chilogrammi (ovvero 2.180.000.000.000.000.000 kg!) .

“Immagina di prendere una pila di metallo cinque volte più grande della Big Island delle Hawaii e seppellirla sottoterra, è all’incirca la massa inattesa che abbiamo rilevato”, ha detto l’autore Peter B. James in un comunicato.

I ricercatori di Baylor hanno utilizzato diversi dati raccolti da veicoli spaziali che misurano la gravità attorno alla luna e li hanno confrontati con mappe e immagini della superficie lunare, rilevando una massa metallica densa che si abbatteva sul suolo.

Di cosa si tratta, allora? James e il suo team ipotizzano che potrebbe essere stato incorporato nel suolo della luna dall’impatto con l’asteroide che ha causato il cratere circa 4 miliardi di anni fa.

Se è vero, potrebbe essere una sorta di macchina del tempo – e una miniera d’oro – per gli scienziati che studiano la storia dell’universo. Tutto quel metallo, e fondamentalmente l’intera area che circonda la massa e il cratere, potrebbe dire loro molto su come è avvenuto l’impatto degli asteroidi e su come fosse il sistema solare quando ci fu l’impatto.

Il bacino sarebbe “uno dei migliori laboratori naturali per studiare eventi di impatto catastrofico, un antico processo che ha modellato tutti i pianeti rocciosi che vediamo oggi”, ha detto James.

Sfortunatamente il cratere – e la misteriosa sostanza sottostante – non sono visibili dalla terra, dal momento che sono letteralmente sul “dark side of the moon”, il lato più oscuro della luna!

Il mistero della Guardia Reale a Villa Ada

Nei giorni scorsi alcuni speleologi con il compito di svolgere un sopralluogo tecnico per la Sovrintendenza si sono avventurati nella fitta boscaglia del giardino di Villa Ada, a Roma, in un labirinto di cunicoli e strettoie profondo trecento metri.

Qui hanno scoperto un piccolo ipogeo che custodiva alcuni tesori risalenti alla Seconda Guerra Mondiale: una divisa militare con accanto, nella polvere, delle stellette, dei bottoni, alcuni bossoli di mitra e delle monete degli anni Quaranta.

Ad aiutare gli speleologi a risalire al proprietario a quei reperti è stata una una targhetta identificativa con inciso il nome di Michelangelo Benedetti, nato nel 1923: la divisa, quindi, apparteneva ad un carabiniere in servizio presso la scorta del re, ovvero nei Carabinieri Guardie del Re che avevano i compiti di servizio d’onore, vigilanza e sicurezza alla persona del sovrano, confluiti poi nel Reggimento Corazzieri.

«Erano tutti cimeli risalenti ai momenti cruciali della Seconda guerra mondiale, vissuti in quella che è stata a lungo la residenza privata romana della famiglia reale Savoia», racconta Lorenzo Grassi, coordinatore del Gruppo Ipogei bellici del Centro Ricerche Speleo Archeologiche – Sotterranei di Roma, che ha guidato l’esplorazione.

«Il colpo di fortuna è stato scoprire per caso una corrispondenza con un carabiniere originario di Negrar di Valpolicella, nel veronese, che aveva prestato servizio proprio a Villa Savoia ed è deceduto nel 1989 a 66 anni».

Grazie alla vedova Natalina Degani e i figli Lia e Silvano si è riusciti a risolvere il mistero: Michelangelo Benedetti, il cui fratello maggiore era già carabiniere, era partito per Roma il 18 settembre del 1942 per svolgere il servizio di leva, quindi era stato assegnato al servizio di guardia a protezione della residenza reale di Villa Savoia, dove era entrato in confidenza con Vittorio Emanuele III.

«Giocavano a carte, spesso in coppia. Erano imbattibili», racconta la famiglia.

Il 25 luglio 1943, Michelangelo è testimone dell’arresto di Mussolini a Villa Savoia. «Aveva come superiore diretto un maresciallo che gli aveva detto che il giorno che non lo avesse più visto arrivare al lavoro avrebbe dovuto abbandonare di corsa la Villa».

Purtroppo questa circostanza si verificò dopo l’armistizio dell’8 settembre, con la famiglia reale in fuga da Roma: «Enrico d’Assia, figlio di Mafalda di Savoia, ha riportato in un libro la testimonianza della governante di Villa Polissena che sosteneva di aver nascosto nelle catacombe alcuni carabinieri ricercati dalla Gestapo».

Catturato dai tedeschi e messo su un treno per la Germania, poco dopo la stazione di Mantova riuscì a farsi scaraventare giù dal treno fuori dal finestrino con l’aiuto di altri militari e a far perdere le proprie tracce.

Finché riuscì a tornare nel veronese, nel paese dove era nato e ad essere reintegrato nei carabinieri di Cremona nel 1944, dove rimarrà per tutta la carriera.

A mistero svelato, quindi, ci si augura solo che i cimeli possano essere riconsegnati ai familiari.

I fantasmi della Villa dei Quintili a Roma

Qualche giorno fa ho visitato l’Area Archeologica della Villa dei Quintili a Roma: si tratta dei ruderi di una Villa romana un tempo molto sfarzosa, che si trova tra Appia Antica ed Appia Nuova nel Parco Regionale dell’Appia Antica, teatro di un antico fatto di sangue.

I proprietari appartenevano ad una delle famiglie senatorie più importanti del tempo degli Antonini, nobili per cultura: i fratelli Quintili, Sesto Quintiliano Condiano e Sesto Quintiliano Valeriano Massimo, che si fecero onore nelle campagne in Asia e in Grecia e nominati consoli nel 151 d.C. con Marco Aurelio.

I fratelli Quintili avevano trasformato una villa dell’epoca di Adriano in una dimora lussuosa, una delle più grandi del suburbio, con l’ingresso poco dopo il V miglio dell’Appia Antica, dove si godevano comodità raffinate e, applicando il perfetto “otium” latino, scrivevano opere di agraria e di storia militare: questo luogo non era per niente casuale, perché segnava il confine tra Roma e Alba Longa, dove si combatté, sotto l’imperatore Tullio Ostilio, il famoso scontro tra gli Orazi e i Curiazi che vide il trionfo dei primi.

La posizione della villa, a terrazze nella piena campagna, era straordinaria ed aveva scatenato le invidie del giovane imperatore Commodo, figlio di Marco Aurelio, che pur di impossessarsene, accusò i due fratelli di aver cospirato contro di lui insieme a sua sorella Lucilla e nel 182 d.C. li fece giustiziare, impadronendosi ed insediandosi nella loro proprietà poiché, secondo l’uso dei tempi, dopo le esecuzioni avveniva la confisca di tutti i beni dei condannati, che entravano a far parte delle proprietà imperiali, trasformando la Villa in una vera reggia di campagna.

A quanto pare, però, dal giorno della loro morte, le ombre dei due fratelli macchiate di sangue apparirebbero dopo il tramonto del sole, secondo le tante testimonianze rese in tutti i tempi, silenziose e inquiete, accompagnate soltanto dal sonoro fruscio delle vesti.

Avvicinandosi all’ingresso principale della Villa, sull’Appia Antica, si trova il complesso di Santa Maria Nova intorno alla quale si intreccia una storia doppia, antica e moderna: costruito su un Castellum Acquae, una cisterna di età adrianea, è stato trasformato nei secoli in deposito agricolo, dimora di lusso e persino set cinematografico (vi si girò ”Che fine ha fatto Totò Baby?’‘) e sul quale, scorrendo in verticale, si possono riconoscere gli interventi medioevali, gotici, fino al tetto più moderno.

Passata ai monaci Olivetani, questi nel 1845 dissotterrarono nella campagna adiacente un sarcofago romano riccamente scolpito: al suo interno giaceva il corpo intatto di una giovinetta identificata come Tulliola, la figlioletta prediletta di Marco Tullio Cicerone: misteriosamente, al contatto con l’aria il corpo della fanciulla si disfece e divenne polvere.

Nel 1968 il casale di Santa Maria Nova fu venduto a una coppia di americani facoltosi che vi iniziarono una vita brillante ricca di inviti e di ospiti famosi fra i quali brillò anche la stella di Brigitte Bardot.

Gli ospiti, però, quasi inspiegabilmente non restavano mai a lungo nella casa e si sparse in seguito la voce che il fantasma di una bimba si aggirava di notte cantando nenie tristi e svegliando gli invitati nelle loro camere: era la piccola Tulliola disturbata a sua volta nel suo sonno eterno.

La coppia americana, stanca del piccolo fantasma canoro, dopo poco tempo si disfece del casale vendendolo alla Soprintendenza: oggi è possibile ascoltare la storia del fantasma anche in streaming a questo link.

Nonostante oggi i custodi del casale raccontino ai visitatori che il canto perfettamente udibile nel buio non sia altra cosa che il sibilo del vento che s’insinua tra i ruderi della Villa, per gli amanti del mistero la piccola Tulliola continua ad aggirarsi nei paraggi insieme ai fratelli Quintili…