Archivi categoria: magia rituale e cerimoniale

Il “presepe” rinvenuto a Pompei

Tredici piccole statuine in terracotta molto simili ai nostri pastori del Presepe, accompagnate da tracce di antichi rituali, sono emerse a Pompei da un ambiente adiacente alla casa di Leda e il cigno. Questo luogo è attualmente oggetto di un progetto di scavo, restauro e valorizzazione, come riportato nell’E-Journal degli scavi di Pompei.

Le statuette, che misurano circa 15-20 cm in altezza, includono rappresentazioni umane, nonché una mandorla, una noce, la testa di un gallo in argilla e una pigna in vetro. Sorprendentemente, sono state rinvenute in posizione eretta su un piano orizzontale all’interno di un vano delimitato da blocchi di travertino, indicando presumibilmente la presenza di un mobile scaffale.

Nonostante la pratica dei presepi sia storicamente più recente, gli archeologi hanno confermato che queste statuette appartengono ad un contesto rituale e religioso, ben distinto, ovviamente, dalla narrazione della nascita di Cristo.

L’ambiente che le ospitava, verosimilmente l’atrio della casa, presentava anche decorazioni che affioravano nella parte superiore delle pareti. Le prime analisi suggeriscono che alcuni soggetti rappresentati potrebbero essere collegati al mito di Cibele e Attis, connessi all’equinozio di primavera.

Il mito, originario della Frigia in Asia Minore, è legato al ciclo vitale delle stagioni e alla fertilità della terra. Nella regione italiana, il culto giunse attraverso la Magna Grecia e fu adottato soprattutto dalle classi sociali più elevate.

Il Mago di Toledo

Scorrendo i vecchi archivi fotografici napoletani, mi è capitato di soffermarmi su uno scorcio dei Quartieri Spagnoli: in questa immagine, scattata tra il 1960 ed il 1970 da Riccardo Carbone, infatti, c’è una strana insegna che ha attirato la mia curiosità…

Ci troviamo innanzitutto in Vico della Tofa, un vicolo che inizia da via Toledo e attraversa i Quartieri Spagnoli e che secondo alcune fonti in origine si chiamava “Vico della Pietra della Pazienza” perché in esso c’era una pietra su cui i napoletani si sedevano o poggiavano la testa quando erano tristi e impazienti.

Il vicolo venne quindi chiamato “vico della Tofa” perché in esso c’era una fontana che raffigurava il volto di un tritone che soffiava in una conchiglia detta, appunto, Tofa, e dalla quale usciva dell’acqua.

Tornando alla foto, pare che proprio in Vico della Tofa si trovasse lo studio del misterioso Mago di Toledo, che sembra avesse un seguito molto ampio e che arrivasse gente da tutto il Sud per incontrarlo.

Giuseppe Ianigro, questo il suo nome all’anagrafe, era di origine pugliese ed era nato il 13 maggio 1898 e praticava la cartomanzia, ovvero la divinazione attraverso la lettura delle carte.

Il mago era davvero una figura misteriosa e, come fu per il “Mago di Napoli” Achille D’Angelo, fu notato dal cinema: nel 1962, infatti, interpretò l’assessore Nicola De Bellis nella commedia di Luigi Zampa “Gli anni ruggenti”, satira sulle ipocrisie della politica locale in epoca fascista, pellicola con Nino Manfredi nella quale interpretava un funzionario del fascio marito di Angela Luce.

Anche Federico Fellini – appassionato di mistero ed esoterismo – lo stimava così tanto che lo volle nel suo film “Amarcord” e lo scelse per fargli recitare la parte del nonno.

Particolarmente evocativa è la scena, molto cara a Fellini, in cui il nonno si smarrisce nella nebbia sul viale davanti a casa sua: «Ma dov’è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto. Mo se la morte è così… non è mica un bel lavoro. Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino. Tè cul!»

Tra i film ai quali ha partecipato ricordiamo, oltre a quelli già citati, “Il giudizio universale” di Vittorio De Sica del 1961, “I clowns”, ancora di Fellini del 1970, “La linea del fiume”, di Aldo Scavarda del 1976 e “Viaggio con Anita”, di Mario Monicelli del 1978.

Lasciato il mondo del cinema, alla sua morte, avvenuta il 28 giugno 2008 a 110 anni,  il mestiere di veggente è stato tramandato alla figlia Grazia.

Scoperti dei fiori rituali nel Tempio del Serpente Piumato

Nella città mesoamericana di Teotihuacan, che si trova a circa un’ora d’auto a nord-est di Città del Messico gli archeologi hanno scoperto dei mazzi di fiori che venivano usati come offerte nei rituali quasi 2000 anni fa!

I bouquet sono stati trovati all’inizio di agosto in un tunnel sotto il Tempio del Serpente Piumato, la terza piramide più grande di Teotihuacan, come parte di una spedizione guidata da Sergio Gómez Chávez, un archeologo dell‘Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) del Messico, secondo un articolo pubblicato sul giornale La Jornada.

È la prima volta che degli esemplari botanici così ben conservati vengono recuperati dalle rovine di Teotihuacan, una città che ospitava circa 125.000 persone dal I al V secolo d.C., rendendolo uno dei più grandi centri urbani del mondo a quell’epoca.

Sebbene non sia ancora chiaro quali tipi di piante facciano parte dei bouquet, Gómez Chávez e i suoi colleghi ritengono che gli oggetti siano stati usati come parte di un evento rituale: il team ha infatti trovato diversi chili di carbone nel tunnel, il che lascia presumere che i fiori fossero disposti in un’area protetta sotto un falò.

“In totale ci sono quattro mazzi di fiori in ottime condizioni”, ha dichiarato Gómez Chávez a La Jornada . “Sono ancora legati con delle corde, probabilmente di cotone. Si tratta di un ritrovamento molto importante perché parla dei riti che si svolgevano in questo luogo”.

I fiori sono l’ultima scoperta di un tesoro di oggetti archeologici ritrovati in questo passaggio sotterraneo, in cui Chávez e i suoi colleghi si sono imbattuti per caso nel 2003: all’epoca i ricercatori avevano notato che delle forti piogge avevano aperto una voragine di fronte alla piramide dalla quale sono entrati nel tunnel, che si trova circa 12 metri sotto la superficie e sembra essere stata sigillata intorno all’anno 200.

Nel corso degli anni il team di Chávez ha identificato più di 100.000 reperti archeologici nel tunnel, che si estende per più di 100 metri. Questi oggetti evocativi includono sculture di animali e uomini, maschere di legno decorate con gemme e centinaia di sfere metalliche. Un’estremità del passaggio conduce ad una stanza inquietante con un paesaggio in miniatura completo di montagne e laghi fatti di mercurio liquido, che potrebbe essere stata una rappresentazione del mondo sotterraneo.

Gómez Chávez e i suoi colleghi sono alle fasi finali dell’esplorazione di questo incredibile tunnel e stanno ancora scoprendo oggetti inaspettati, come appunto i mazzi di fiori.

“È importante comprendere tutti questi tipi di oggetti nel loro insieme”, ha detto Gómez Chávez, poiché “ci permettono di comprendere molti aspetti della visione del mondo e della religione degli antichi popoli mesoamericani e, nello specifico, delle attività rituali che si svolgevano all’interno del tunnel”.

“C’è ancora molto lavoro da fare a Teotihuacan e ogni ritrovamento è un granello di sabbia di conoscenza in più su una delle società più importanti e complesse che esistessero nei tempi antichi”, ha concluso.

Resta soltanto da capire per quale genere di rituali venissero usati…

Ritrovato un tesoro di amuleti a Pompei

Nella Casa del Giardino di Pompei è stata ritrovata una cassetta in legno contenente decine di amuleti restaurati dagli esperti del Parco archeologico, conservati quasi perfettamente grazie alle particolari condizioni di seppellimento degli ambienti nella lava del Vesuvio.

Nonostante l’ipotesi più accreditata è che si tratti di oggetti che potrebbero essere appartenute alla padrona di casa, è molto probabile che non sia così, poiché la cassetta è stata rinvenuta in un ambiente di servizio lontano dalla stanza da letto e anche dall’atrio della domus dove gli archeologi hanno ritrovato gli scheletri dell’intera famiglia sterminata dalla violenza dell’eruzione mentre tentava di mettersi in salvo, dieci persone in tutto.

Inoltre, mancando gli ori che a Pompei tutte le donne amavano esibire e che non sarebbero potute mancare nel portagioie di una signora, le collane ritrovate sembrerebbero quindi raccontare un’altra storia: «Si potrebbe trattare di monili da indossare per occasioni rituali, più che per mostrarsi elegante», dichiara Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei.

Insieme agli amuleti, anche gemme ed elementi decorativi in bronzo, maiolica, osso e ambra: si tratta di piccoli oggetti e monili legati al mondo femminile, utilizzati come ornamento personale o per proteggersi dalla cattiva sorte.

Oltre a bamboline e campanelle, nella scatola spiccano dei pendenti a forma di piccoli falli, antesignani del moderno cornetto napoletano, la spiga, il teschio, gli scarabei dell’oriente, bottoni in osso o un pugno chiuso: una collezione di strani oggetti che nel mondo romano avevano a che fare con la fertilità, la seduzione, il buon esito di un parto o di un matrimonio.

Tra questi anche delle piccole figure di Arpocrate, dio del silenzio e del segreto, fratello di Horus, ritratto come un giovane fanciullo che porta un dito alle labbra, la cui effige veniva riportata all’ingresso dei templi in Egitto: l’iniziato, al suo ingresso nel tempio, doveva necessariamente passare davanti l’immagine, simboleggiando l’accettazione e l’osservanza di un periodo di totale silenzio, oltre a rappresentare anche l’accesso a verità superiori, il passaggio da uno stato ordinario al sapere sovrannaturale e che Plutarco definiva «il patrono e il precettore della umana attività di comprensione del divino, che è imperfetta, immatura e inarticolata» leggendo quindi, in quel suo gesto, l’invito alla massima prudenza durante questo momento di evoluzione spirituale.

Osanna spiega che si tratterebbe di «simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione […] straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione».

Una raccolta di piccoli oggetti in qualche modo legati alla magia che potrebbero essere stati l’armamentario di una persona, magari una schiava, dotata di particolari poteri taumaturgici e di un rapporto privilegiato con gli aspetti più magici del vivere quotidiano.

Per conoscere la verità però bisognerà aspettare ancora: gli studi sulla Casa del Giardino, la stessa nella quale è stata ritrovata l’iscrizione che ha permesso di accertare la data dell’eruzione del Vesuvio cambiandola dal 24 agosto al 24 ottobre del 79 d.C) sono ancora agli inizi.

Gli oggetti che compongono il piccolo tesoro sono appena stati ripuliti e restaurati e a breve si potrà cominciare ad esaminarli e studiarli uno per uno. Il team di specialisti del Grande Progetto Pompei sta lavorando per fare luce sulla composizione della famiglia, il primo passo per cercare di ricostruirne la storia.

Dalla divinazione al gioco d’azzardo, la misteriosa storia dei dadi

Cos’hanno in comune un giocatore d’azzardo seduto al tavolo verde di un casinò che gioca a craps ed un ragazzo nel soggiorno di casa con la sua famiglia intento a giocare ad un semplice gioco da tavolo?

Entrambi si preparano a lanciare i dadi!

Nonostante il fattore fortuna, entrambi si aspettano che i dadi siano “giusti”, perché ogni numero ha la stessa probabilità di essere tirato: un nuovo studio, però, dimostra che non è sempre stato così.

In epoca romana, molti dadi erano visibilmente asimmetrici, a differenza dei cubi perfetti di oggi, mentre nel medioevo erano spesso “sbilanciati” nella disposizione dei numeri, dove il numero 1 appare opposto al 2, il 3 opposto al 4 e il 5 opposto al 6.

Questo perché non importava di cosa fossero fatti gli oggetti (metallo, argilla, osso o avorio), o se fossero esattamente simmetrici o coerenti in termini di dimensioni o forma, i lanci erano predeterminati da dei o da altri elementi sovrannaturali: all’inizio, infatti, i dadi erano utilizzati come un sistema divinatorio – l’astragalomanzia – e solo in seguito si sono trasformati in un gioco d’azzardo.

I dadi più antichi ritrovati in Italia risalgono all’epoca etrusca: erano a sei facce, d’avorio ed erano ornati di lettere e non di numeri. Presso i romani i dadi erano utilizzati soprattutto per i giochi d’azzardo, strettamente connessi con Saturno: a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia, i giorni dedicati al dio.

Materiale e forma hanno cominciato a cambiare intorno al 1450, quando i produttori di dadi e i giocatori apparentemente hanno capito che la forma influiva sulla funzionalità, come spiega Jelmer Eerkens dell’Università della California, professore di antropologia e autore di un recente studio sui dadi.

“Stava emergendo una nuova visione del mondo: il Rinascimento. Persone come Galileo e Blaise Pascal stavano sviluppando idee sul caso e sulla probabilità, e sappiamo da documenti scritti che in alcuni casi stavano effettivamente consultando i giocatori”, ha dichiarato, “Pensiamo che chi utilizzava i dadi abbia anche adottato nuove idee sull’equità e sulle probabilità nei giochi”.

“Standardizzare gli attributi di un dado, come la simmetria e la disposizione dei numeri, potrebbe essere stato un metodo per diminuire la probabilità che un giocatore senza scrupoli potesse manipolare i dadi per cambiare le probabilità di un particolare tiro”, continua Eerkens.

I dadi non sono reperti comuni nei siti archeologici, si trovano in genere nelle aree domestiche o nei cimiteri e spesso vengono recuperati come oggetti solitari in un sito e molti non sono datati con precisione.

Dopo aver esaminato centinaia di dadi in dozzine di musei e depositi archeologici nei Paesi Bassi, Eerkens e il suo coautore, Alex de Voogt, dell’American Museum of Natural History di New York, sono stati in grado di assemblare e analizzare attentamente un set di 110 dadi datati attentamente.

Le loro scoperte sono state pubblicate sulla rivista Acta Archaeologica a dicembre.

I ricercatori hanno scoperto alcune cose interessanti:

– I dadi fatti prima del 400, o in epoca romana, sono molto variabili per forma, dimensione, materiale e disposizione dei numeri.

– I dadi sono molto rari tra il 400 e il 1100, corrispondenti al Medioevo.

– Quando i dadi riappaiono intorno al 1100 sono prevalentemente nella configurazione dove i numeri opposti corrispondono ai numeri primi (1-2; 3-4; 5-6), uno stile di numerazione che era popolare nell’antica Mesopotamia e in Egitto. Anche i primi dadi medievali tendono ad essere piuttosto piccoli rispetto ai loro predecessori romani.

– Intorno al 1450 il sistema di numerazione cambiò rapidamente in “sette”, dove i lati opposti si sommano fino a sette (6-1; 5-2; 3-4): i dadi sono diventati altamente standardizzati nella forma, e sono stati resi nuovamente più grandi. La standardizzazione potrebbe essere, in parte, un sottoprodotto della produzione di massa.

Eerkens ha dichiarato di aver studiato i dadi perché costituiscono un elemento conveniente in cui isolare la funzione dallo stile, al contrario di altri reperti trovati nei siti archeologici, come le punte di freccia, un oggetto funzionale utilizzato per la caccia.

Lo studio mostra anche che i dadi, come molti oggetti materiali, riflettono molto sulle mutevoli visioni del mondo delle persone, come conclude Eerkens, “in questo caso, crediamo che segua il cambiamento delle idee sul caso e sul destino”.

Insomma, studiando l’evoluzione dei dadi nel corso della storia dell’uomo è evidente che i giocatori d’azzardo abbiano visto i lanci di dadi come non più determinati dal destino o da forze sovrannaturali, ma come oggetti casuali governati dal caso…

Quando il diavolo andava in onda in prima serata

“Alcuni mesi fa qualcuno mi chiamò al telefono. Era mezzanotte. Una voce bassa, pacata, cortese mi domandò se fossi proprio il regista Enzo Trapani, si scusò per l’ora indebita, ma aggiunse che gli era particolarmente congeniale; e poi, sempre con lo stesso tono di voce, mi disse che era molto offeso, che la televisione non si occupava mai di lui e che era ora di dedicargli una trasmissione. Dopo tutto, con i tempi che corrono, non era il primo venuto… Io lo stavo ad ascoltare. Chi poteva essere questo sconosciuto? Un padrino, l’uomo in frac di Modugno, una guardia notturna? Alla fine il signore si presentò: “Perché vede” mi disse con malcelato imbarazzo, “io sono il diavolo!”. E riattaccò immediatamente. Era uno scherzo di un amico, la trovata di un rompiscatole? E se invece fosse stato il diavolo per davvero?”

Così il regista Enzo Trapani racconta la nascita del programma televisivo “Stryx”, andato in onda su Rete 2 (l’odierna Raidue) nell’autunno del 1978, e aggiunge: “l’idea mi è venuta mangiando salame e fichi. In tv c’è bisogno di una Canzonissima flambé, con personaggi non abusati e soprattutto non banali. Via i ritmi edulcorati e le cantanti “uso famiglia” con la gota rotonda e la bocca a cuore”.

Stryx era una sorta di un varietà neopagano con continui riferimenti al diavolo, dove le scenografie ricordavano il covo del signore degli inferi e, grazie al fatto che la TV a colori stava finalmente diventando disponibile per la maggior parte delle famiglie italiane, Trapani decise di utilizzare Stryx come  sperimentazione per le nuove tecnologie: chromakey, lenti deformanti, ghiaccio secco e effetti speciali simil-3D furono impiegati per rendere Stryx il massimo dell’esperienza visiva.

Al grido di “Signore e signori, il diavolo”, una processione di demoni, goblin, odalische e ballerini faceva ingresso sul palco e un esperto di tradizioni esoteriche napoletane spiegava i fondamenti della chiromanzia, della kabbalah e della tasseografia (la lettura dei fondi di tè e caffè).

Alcune performer dal seno scoperto ancheggiavano al ritmo di un adattamento della danza dei sette veli, altri facevano sacrifici umani mentre venivano marchiati da un sosia di Caligola.

La maggior parte della trasmissione, però, era occupata dalle esibizioni di cantanti come Grace Jones, una regina delle discoteche nata in Giamaica, spesso vestita con succinte pellicce di leopardo o bikini, e, accanto a successi come Fame, ha anche reinterpretato con il suo stile la canzone classica napoletana “Anima e Core”: per restare coerente allo stile della trasmissione, si è esibita in una vasca di cristallo, con una doccia che simulava una cascata sopra la testa e una quantità esagerata di bolle di sapone che venivano soffiate nella sua direzione, mentre la cantante che dava il meglio di sé era Patty Pravo.

Per rendere l’atmosfera più medievale, il menestrello Angelo Branduardi diventava “musicus diabolicus”, un folletto catturato da una foresta, che cantava mentre suonava lo strumento del diavolo, il violino: la maggior parte del suo repertorio si basava su testi e melodie ispirati al Medioevo e al Rinascimento.

Pur essendo atmosfere esoteriche e nudità non completamente nuove per gli spettatori italiani, grazie ad alcuni programmi televisivi degli anni ’70 come “Dirodorlando” oppure “Odeon”, la combinazione tra di questi due elementi si dimostrò piuttosto difficile da mandare giù: dopo il primo episodio di Stryx trasmesso il 15 ottobre 1978, la RAI fu sommersa da telefonate di spettatori indignati.

Lo spettatore televisivo medio, infatti, non era abituato a questo ironico apprezzamento del diavolo e dei goblin, dei sacrifici umani e della nudità e Stryx venne tagliato dopo appena sei episodi con la motivazione che nove milioni di telespettatori di ascolto non erano soddisfacenti per una trasmissione in prima serata.

Enzo Trapani, in seguito, ripropose un format simile, “C’era due volte”, all’interno del quale Ilona Staller narrava le favole più famose aggiungendo, però, un finale inedito e rivoluzionario (il principe di Cenerentola sposa una delle due sorellastre, il cavaliere de La bella addormentata nel bosco beve la pozione e si addormenta al fianco dell’amata, etc.), continuando con la sperimentazione e l’elaborazione di temi onirici e fantasiosi, aggiungendo quel tocco personale di provocazione audace già mostrato in Stryx.

Ossessionato da pensieri paranoici sull’invecchiamento che forse proprio demoni e goblin gli avevano ispirato, il 5 novembre del 1989 il regista si uccise sparandosi un colpo di pistola alla tempia, facendo calare definitivamente un velo di oscurità sulla sua vita terrena.

Il test della personalità dei cristalli

Molte persone credono nel potere delle pietre: nascoste nelle profondità della terra, sono connesse direttamente al mondo della natura e spesso le utilizzo personalmente nei miei spettacoli o nelle mie letture di Tarocchi.

Probabilmente è per questo che si crede che esse possano mostrare i propri desideri ed abbiano il potere di predire il futuro, rivelando anche i propri segreti più profondi.

Provare per credere: trova un angolo tranquillo in casa, fai un respiro profondo e scegli un cristallo.

 

1. Perla – Hai un cuore umile.

Sei una persona dignitosa e spirituale con un profondo senso di orgoglio. Tuttavia, hai un cuore umile. Potresti avere un’opinione su un argomento, ma se dovessi trovare dei fatti che lo confutano, probabilmente sarai il primo ad ammetterlo. Inoltre, è più probabile che tu possa cambiare la tua visione del mondo di conseguenza. Poiché la tua mente è così flessibile, sei in grado di connetterti con una vasta gamma di persone con diverse visioni del mondo.

2. Rubino – Sei una persona appassionata.

La tua personalità è appassionata, intensa e piena di vita. Hai una chiara visione di quale sia il tuo scopo nella vita. Per questo motivo dai molta meno importanza ad altre cose e sei disposto a rischiare di più per ciò che ritieni più importante e di cui sei maggiormente appassionato.

3. Topazio – Sei calmo.

Hai un’anima calma e riflessiva ed apprezzi i momenti tranquilli della vita. Hai la possibilità di utilizzare il tuo tempo libero per rilassarti invece di riempire ogni minuto libero con il lavoro, o preoccupandoti della prossima cosa che potrebbe andare male. È più probabile che tu ti ferma per goderti i tuoi successi e le cose belle che hai nella vita.

4. Quarzo citrino – Sei una persona creativa.

Uno spirito frizzante e creativo con una vera gioia per la vita. Mostri una grande curiosità per molte cose e fai costantemente domande su qualsiasi cosa. Potresti avere diversi interessi in molte aree ed hai un acuto senso dell’umorismo, riuscendo a vedere la comicità delle situazioni che potrebbero non sembrare divertenti per gli altri. A volte ciò che trovi divertente e comico può addirittura sembrare bizzarro, inappropriato o irriverente per gli altri.

5. Diamante – Sei volitivo.

Sei forte, determinato e fiero e vuoi bene alle persone che ti stanno a cuore nella buona e nella cattiva sorte. Stai sempre attento a non ferire qualcuno che ami intenzionalmente. Per te, i più grandi tradimenti nella vita sono mentire e imbrogliare. La tua mente è un vortice costante di informazioni, emozioni e analisi. Cerchi costantemente di mettere insieme i vari pezzi di informazioni nella tua mente perché vuoi dare un senso a quello che sta succedendo prima di esprimerti su qualcosa.

6. Tormalina rosa – Sei una persona compassionevole.

Sei un’anima tenera, sensibile, compassionevole. Sei molto empatico e sei gentile con te stesso e gli altri. Sai che quando ti comporti in maniera premurosa e amorevole ricevi più amore in cambio. Questo è il motivo per cui agisci con gentilezza, sia che si tratti di volontariato o semplicemente di una spalla su cui appoggiarsi – perché nel complesso sei molto più felice.

Quando il diavolo passeggiava per le strade di Napoli

Palazzo Penne è un edificio di costruzione rinascimentale, che si trova nel pieno centro storico di Napoli, nei pressi di Largo Banchi Nuovi.

Venne costruito nel 1406, da Antonio Penne, in prossimità del piccolo largo che rappresentava uno dei primi ingressi alla città.

Nel corso dei secoli il palazzo passò a diverse famiglie nobili, fino a quando venne acquistato nel 2002 dalla Regione Campania e poi ceduto nel 2004 all’Università Orientale, ma purtroppo il progetto ed i relativi lavori che prevedevano la realizzazione di un polo universitario d’eccellenza con laboratori, aule per seminari e convegni e servizi per studenti non furono mai avviati.

Non tutti sanno, però, che Palazzo Penne a Napoli è noto come “palazzo del diavolo”.

Antonio Penne, segretario e consigliere di Ladislao I di Napoli detto il Magnanimo, re di Napoli (1377 – 1414), arrivato a Napoli, si innamorò di una stupenda ragazza, alla quale chiese ovviamente di sposarlo.

La ragazza, avendo già altre offerte di matrimonio e dovendo già dare, il giorno dopo, una risposta ad altri corteggiatori, gli rispose che avrebbe acconsentito soltanto nel caso che le avesse costruito, in una sola notte, un palazzo quale pegno d’amore e dono di nozze.

Un’impresa del genere, nonostante la buona volontà di Antonio Penne, richiedeva un aiuto particolare, anzi, quasi sovrannaturale. Il giovane chiese allora aiuto al diavolo, che in cambio pretese la sua anima facendogli firmare inoltre un contratto col suo stesso sangue.

Penne, da esperto segretario quale era, riuscì comunque a farsi sottoscrivere una clausola che avrebbe rivelato a lavoro ultimato: completato il palazzo, infatti, il giovane chiese al diavolo di contare una grossa quantità di grano chicco per chicco. Alla fine del conteggio, il diavolo constatò che cinque chicchi mancavano all’appello, senza accorgersi che Antonio Penne, cospargendoli di pece, aveva fatto in modo che finissero inconsapevolmente tra le sue unghie.

Letteralmente preso in giro, il diavolo si infuriò iniziando una dura discussione con Antonio Penne che, a un certo punto, si fece il segno della croce, costringendo così il diavolo a sprofondare in un buco apertosi nel pavimento.

Quel buco, che per molti non è nient’altro che un pozzo chiuso, è ancora all’interno del cortile del palazzo…

Il Cimitero delle Fontanelle e le anime pezzentelle

Da alcuni giorni, a partire dal 2 ottobre 2017, il Cimitero delle Fontanelle di Napoli ha finalmente riaperto dopo alcune settimane di chiusura forzata dovuta alla caduta di alcuni pezzi di tufo dal portale di ingresso causata dalle forti piogge.

Il Cimitero delle Fontanelle sarà quindi di nuovo visitabile secondo l’orario ordinario, ovvero dalle 10.00 alle 17.00, tutti i giorni.

Ma cos’è che rende questo sito uno dei luoghi più misteriosi della città?

Diversamente da quello che si pensa, Napoli non è solo il mare o il panorama meraviglioso del Golfo, ma anche mistero, culto e suggestione, soprattutto la parte sotterranea come le Catacombe di San Gennaro o, appunto, il Cimitero delle Fontanelle: si tratta di un antico cimitero di Napoli, o meglio un ossario, che si trova nel cuore del Rione Sanità e che contiene migliaia di teschi.

L’ossario si sviluppa per circa 3.000 mq e le dimensioni della cavità sono di circa 30.000 metri cubi: in quest’area erano dislocate numerose cave, utilizzate fino al 1600 per reperire il tufo utilizzato per costruire la città ed è chiamato in questo modo per la presenza in passato di fonti d’acqua.

Il cimitero accoglie 40.000 resti di persone (anche se alcune fonti dicono 80000), vittime dell’epidemia di peste nel 1656 e di colera del 1836: verso la metà del 1600, infatti, la città di Napoli fu decimata dalla peste, un flagello che nemmeno San Gennaro riuscì a tenere lontano da Napoli, mentre due secoli più tardi fu invece il colera a provocare altre vittime e i resti dei morti di peste e colera venivano portati in queste cave di tufo, poiché non c’era altro posto che potesse contenerli tutti.

A questi si aggiunsero i morti che, dopo l’editto di Napoleone e la dominazione francese non potevano più essere sepolti nelle chiese: nacque così il Cimitero delle Fontanelle di Napoli, una enorme grotta di tufo dove nel corso degli anni vennero accatastati ossa e teschi dei morti napoletani.

Ma il vero significato del Cimitero delle Fontanelle di Napoli va ricercato nel rapporto che i napoletani hanno con l’Aldilà: passeggiando, infatti, nel Cimitero, è facile imbattersi in un teschio in una bara, che magari porta l’incisione “Per fede. Enzo e Carmela”.

Esiste una spontanea e significativa devozione popolare per questi defunti, nei quali i fedeli identificano le anime purganti bisognose di cura ed attenzione: nel cimitero, infatti, si svolgeva il particolare rito delle “anime pezzentelle”, di cui parlo spesso anche nei miei spettacoli, secondo cui veniva adottata una delle “capuzzelle”, ovvero i teschi, alla quale corrispondeva un’anima del purgatorio.

Queste ossa anonime, le anime pezzentelle, accatastate nelle caverne lontano dal suolo consacrato, rappresentavano per la gente della città le anime abbandonate, un mezzo di comunicazione tra il mondo dei morti e quello dei vivi.

Al teschio era associato un nome, un ruolo, una storia e spesso il napoletano si recava sul posto, adottava un teschio particolare che “si faceva scegliere” secondo una serie di segnali, spesso apparendo anche in sogno e da questo punto in poi il cranio diventava parte della famiglia del devoto.

Questo culto è durato fino agli anni ’50, quando la Chiesa decise di osteggiarlo accostandolo a rituali più vicini al paganesimo che alla religione cattolica, ma nonostante questo l’aura di mistero che circonda il Cimitero delle Fontanelle continua ad affascinare, al punto tale da essere scelto come location ufficiale di Sense8, la serie prodotta da Netflix, per il finale di stagione.

Questo luogo misterioso, ma al tempo stesso magico e sacro, tra leggenda e realtà, è uno dei più affascinanti di Napoli, e vi consiglio di visitarlo se siete in città anche solo per qualche giorno!

La leggenda di Virgilio Mago

L’epitaffio di Publio Virgilio Marone, il poeta il cui monumento funebre si trova a Napoli nel Parco Virgiliano a Piedigrotta, recita: “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua rura duces”.

“Mantova mi ha generato, il Salento mi ha strappato alla vita, ora Napoli conserva i miei resti; ho cantato pascoli, campi, eroi”: non tutti sanno, infatti, che Virgilio era noto, oltre che per le sue doti artistiche, anche per i suoi poteri magici che utilizzava per proteggere la sua amata Partenope che lo aveva adottato.

La sua leggenda era così grande che i napoletani lo consideravano il protettore della città, fino a quando non venne soppiantato dal vescovo Ianuario, San Gennaro, soprattutto grazie all’influsso della Chiesa che voleva estirpare qualsiasi forma di paganesimo dalla storia della città, e ai Normanni che intendevano sottomettere Napoli sopprimendo il protettore Virgilio, del quale profanarono le ossa.

Tra le opere magiche attribuite a Virgilio, la più celebre riguarda l’apertura in una sola notte della Crypta Neapolitana e l’aver messo nelle fondamenta di Castel dell’Ovo una piccola gabbia contenente l’uovo da cui il nome della fortezza, che avrebbe protetto Partenope fin quando fosse rimasto intatto.

Inoltre, ricordiamo la leggendaria costruzione delle mura, a protezione delle quali aveva posto un piccolo modello della città racchiuso in una bottiglia dal collo strettissimo: se l’incantesimo non aveva funzionato, è perché si era prodotta una screpolatura nel cristallo che lo conteneva.

Dalle lettere di Corrado di Querfurt (di cui avevo già parlato sul mio articolo a proposito delle leggende di Ischia) apprendiamo che i napoletani attribuivano a Virgilio anche un cavallo di bronzo capace di mantenere sani i cavalli, una mosca di bronzo col potere di allontanare le mosche dalla città, un macello nel quale la carne poteva mantenersi intatta per sei settimane.

Virgilio pensò anche a difendere Napoli dalla minaccia del Vesuvio, costruendo una statua di bronzo, che rappresentava un uomo con l’arco teso e la freccia pronta a scoccare in direzione del monte, per tenerlo sotto controllo. Un giorno però un contadino, incuriosito da quell’arco sempre teso, fece scoccare la freccia, che colpì l’orlo del vulcano, rimettendolo così in attività!

Secondo alcuni storici, però, nella leggenda virgiliana confluirono nient’altro che favole e racconti prodigiosi che alimentarono l’immagine di un Virgilio guaritore, taumaturgo e mago, soprattutto in epoca medievale, dominata più dalle favole e dalle superstizioni che dalla religione o dalla scienza.

Infine, antiche leggende e superstizioni narrano che il sepolcro del poeta in realtà sia vuoto, mentre alcune cronache napoletane dell’epoca raccontano che per evitare ogni tentativo di penetrazione del feretro, le ceneri del profeta furono trasportate e murate in gran segreto in un sotterraneo del Castel dell’Ovo.

Ancora oggi, però, sono numerose le leggende sulla cripta virgiliana e il mistero della tomba di Virgilio resta ancora irrisolto…