Archivi categoria: Napoli del Mistero

Il “presepe” rinvenuto a Pompei

Tredici piccole statuine in terracotta molto simili ai nostri pastori del Presepe, accompagnate da tracce di antichi rituali, sono emerse a Pompei da un ambiente adiacente alla casa di Leda e il cigno. Questo luogo è attualmente oggetto di un progetto di scavo, restauro e valorizzazione, come riportato nell’E-Journal degli scavi di Pompei.

Le statuette, che misurano circa 15-20 cm in altezza, includono rappresentazioni umane, nonché una mandorla, una noce, la testa di un gallo in argilla e una pigna in vetro. Sorprendentemente, sono state rinvenute in posizione eretta su un piano orizzontale all’interno di un vano delimitato da blocchi di travertino, indicando presumibilmente la presenza di un mobile scaffale.

Nonostante la pratica dei presepi sia storicamente più recente, gli archeologi hanno confermato che queste statuette appartengono ad un contesto rituale e religioso, ben distinto, ovviamente, dalla narrazione della nascita di Cristo.

L’ambiente che le ospitava, verosimilmente l’atrio della casa, presentava anche decorazioni che affioravano nella parte superiore delle pareti. Le prime analisi suggeriscono che alcuni soggetti rappresentati potrebbero essere collegati al mito di Cibele e Attis, connessi all’equinozio di primavera.

Il mito, originario della Frigia in Asia Minore, è legato al ciclo vitale delle stagioni e alla fertilità della terra. Nella regione italiana, il culto giunse attraverso la Magna Grecia e fu adottato soprattutto dalle classi sociali più elevate.

“Epitaffio” di Tito Aprea

Nel corso della trasmissione televisiva “Propaganda Live” di stasera, ho ascoltato l’attore Valerio Aprea recitare un componimento in rima del nonno Tito, pianista e compositore napoletano, che ricorda la celebre Livella di Totò.

Purtroppo, non riuscendo a trovare il testo in rete, ho provato, riguardando la registrazione disponibile a questo link, a trascriverla io: augurandomi di aver riportato la metrica corretta, spero che possa essere cosa gradita agli amanti di Napoli e dei suoi personaggi insoliti.

 

Epitaffio di Tito Aprea

Che silenzio armunioso
e che addore e pace.
Da n’albero a n’ato,
se jettano l’aucielle
senza cantà.

Na ‘nfilacciata janca
a vista d’uocchie
ammassa tutte ‘e casarelle ‘e marmo
addò, aqquietati,
se po’
in eternità
finalmente durmì.

Su ogni casarella
ce sta scritto quaccosa.
“Qui giace Tizio o Caio,
fu tanto buono,
amò Dio e famiglia”.

Ma che brava persona,
che peccato.
E, a n’ata parte,
“Gran lavoratore,
sacrificò la vita per i figli”
e i figli che facetteno?
O lassaino murì!

Nu poco cchiù ‘nnanz ancora
“Amò solo la moglie,
fu fedele tutta la vita”
Vai mò a sapè ‘e cufecchie
ca facette ‘stu sant’ommo.

E tutte ‘e scritte
nessuna esclusa
dicono ‘a stessa cosa
ossia ca ‘o muorto
era sicuramente
o meglio ‘e tutte ‘e vive

E va bene
dico io
tutto va bene,
ma ‘e carogne
addò stanne ‘nterrate?

Chelli carogne
‘ca ‘a matina se scetano sultanto
c’a speranza
‘e fa male ‘a coccheduno
diciteme
addò stanno?

Pecché sinnò,
me vene ‘nu pensiero
assai maligno:
o ‘e carogne nun moreno mai
o queste cose pie
scurpite dinto ‘o marmo
‘so tutte fesserie.

Svelato il mistero del coccodrillo di Napoli

Quando accompagno qualche amico in giro a Napoli, mi piace fermarmi davanti il portale del Maschio Angioino e raccontare una delle leggende trascritte da Benedetto Croce nel suo “Storie e leggende napoletane”, che riguarda delle misteriose sparizioni: «Era in quel castello una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si volevano più rigidamente castigare: quando a un tratto si cominciò a notare con istupore che, di là, i prigionieri sparivano».

Secondo un’antica leggenda, infatti, il re aragonese Ferrante, figlio di Alfonso il Magnanimo, utilizzava una cella, detta la Fossa del Miglio, ricavata nello spazio sottostante la Cappella Palatina e utilizzata dagli Aragonesi per il deposito del grano: la Fossa del Miglio divenne la cella dove venivano rinchiusi i prigionieri condannati alle pene più dure. Durante il regno di Giovanna II le prigioni ospitarono illustri personaggi, ma raggiunsero il gran completo durante la famosa Congiura dei Baroni. In quella fossa, infatti, sostarono i baroni ribelli prima di andare a morte.

Come raccontava Benedetto Croce, pare che molti dei prigionieri rinchiusi nella Fossa del Miglio scomparissero nel nulla, dalla sera alla mattina. Aumentata la vigilanza, si scoprì la causa delle sparizioni: da un’apertura che si trovava sotto il livello dell’acqua entrava un coccodrillo, che azzannava i prigionieri trascinandoli in mare. Forse arrivato dall’Egitto nella scia di una nave, l’animale venne per qualche tempo utilizzato per liberarsi, senza troppa pubblicità, dei prigionieri più scomodi.

Secondo la leggenda, esaurito il suo compito, la bestia fu poi catturata con un’esca gigante, una coscia di cavallo, quindi uccisa, impagliata e esposta in bella vista sulla porta d’ingresso del Castello.

In effetti fino al 1875 un coccodrillo fu realmente esposto sulla sommità della porta di bronzo di Castel Nuovo, come testimonia la celebre foto di Robert Rive: quell’anno il macabro trofeo fu donato dal comandante del Forte a Giuseppe Fiorelli, che nel 1866 aveva fondato il Museo di San Martino.

Benedetto Croce, inoltre, aggiunge come l’animale venisse «additato ai fanciulli, che ne restavano atterriti».

In realtà le leggende relative ad un «immondo rettile» (come lo definì Alexandre Dumas nella “Storia dei Borbone di Napoli”) sono ben tre, diverse, ma ambientate tutte in epoca medievale.

Oltre a quella relativa a Ferrante d’Aragona, che regnò a Napoli dal 1458 al 1494, la seconda riguarda la regina Giovanna, dipinta come una ninfomane dispotica, perfida e perennemente affamata di sesso. Giovanna II, o Giovanna di Durazzo, sorella di re Ladislao, regnò a Napoli dal 1414 al 1435, anno della sua morte: secondo la leggenda che la vede protagonista, dopo aver ospitato nella sua alcova amanti di ogni estrazione sociale per soddisfare le sue voglie, li faceva cadere in un pozzo attraverso una botola segreta, perché non lasciassero tracce: in fondo al pozzo, ad attenderli, ci sarebbe stato il coccodrillo della leggenda.

La terza versione riguarda un coccodrillo impagliato offerto come ex voto da un soldato di ritorno dall’Egitto, durante il Medioevo, all’immagine della Madonna del Parto che si trovava nella cappella palatina, come racconta Pompeo Sarnelli in una delle prime “guide turistiche” di Napoli del 1685.

Oggi però, grazie ad uno studio di Vincenzo Caputo Barucchi, ordinario di Anatomia comparata all’università politecnica delle Marche, insieme a Tatiana Fioravanti, esperta di Dna antico, e a Emanuele Casafredda, laureato in Restauro presso l’Accademia di belle arti di Napoli, che si è occupato del restauro di quanto era rimasto del coccodrillo, rimasto per oltre 150 anni nei depositi del Museo di San Martino, si è scoperto che è proprio quest’ultima leggenda ad essere vera!

Analizzando il Dna antico prelevato dalla radice di un dente dell’animale e del radiocarbonio, è stato possibile chiarire l’origine del coccodrillo impagliato, classificato come “Crocodylus niloticus”, riconducendolo alla popolazione attuale del lago Nasser, in Egitto, mentre, secondo il metodo del radiocarbonio, il reperto risalirebbe ad un periodo compreso tra il 1296 e il 1419, del tutto compatibile con la leggenda dell’ex voto.

“Siamo orgogliosi di aver contribuito a riscrivere un pezzo marginale ma significativo della storia di Napoli, una città che non smette mai di sorprendere”, ha detto lo specialista.

Lo studio avrebbe inoltre stabilito che, mummie a parte, il coccodrillo egiziano di Napoli è il più antico reperto tassidermizzato giunto fino a noi dall’antichità.

Il Mago di Toledo

Scorrendo i vecchi archivi fotografici napoletani, mi è capitato di soffermarmi su uno scorcio dei Quartieri Spagnoli: in questa immagine, scattata tra il 1960 ed il 1970 da Riccardo Carbone, infatti, c’è una strana insegna che ha attirato la mia curiosità…

Ci troviamo innanzitutto in Vico della Tofa, un vicolo che inizia da via Toledo e attraversa i Quartieri Spagnoli e che secondo alcune fonti in origine si chiamava “Vico della Pietra della Pazienza” perché in esso c’era una pietra su cui i napoletani si sedevano o poggiavano la testa quando erano tristi e impazienti.

Il vicolo venne quindi chiamato “vico della Tofa” perché in esso c’era una fontana che raffigurava il volto di un tritone che soffiava in una conchiglia detta, appunto, Tofa, e dalla quale usciva dell’acqua.

Tornando alla foto, pare che proprio in Vico della Tofa si trovasse lo studio del misterioso Mago di Toledo, che sembra avesse un seguito molto ampio e che arrivasse gente da tutto il Sud per incontrarlo.

Giuseppe Ianigro, questo il suo nome all’anagrafe, era di origine pugliese ed era nato il 13 maggio 1898 e praticava la cartomanzia, ovvero la divinazione attraverso la lettura delle carte.

Il mago era davvero una figura misteriosa e, come fu per il “Mago di Napoli” Achille D’Angelo, fu notato dal cinema: nel 1962, infatti, interpretò l’assessore Nicola De Bellis nella commedia di Luigi Zampa “Gli anni ruggenti”, satira sulle ipocrisie della politica locale in epoca fascista, pellicola con Nino Manfredi nella quale interpretava un funzionario del fascio marito di Angela Luce.

Anche Federico Fellini – appassionato di mistero ed esoterismo – lo stimava così tanto che lo volle nel suo film “Amarcord” e lo scelse per fargli recitare la parte del nonno.

Particolarmente evocativa è la scena, molto cara a Fellini, in cui il nonno si smarrisce nella nebbia sul viale davanti a casa sua: «Ma dov’è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto. Mo se la morte è così… non è mica un bel lavoro. Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino. Tè cul!»

Tra i film ai quali ha partecipato ricordiamo, oltre a quelli già citati, “Il giudizio universale” di Vittorio De Sica del 1961, “I clowns”, ancora di Fellini del 1970, “La linea del fiume”, di Aldo Scavarda del 1976 e “Viaggio con Anita”, di Mario Monicelli del 1978.

Lasciato il mondo del cinema, alla sua morte, avvenuta il 28 giugno 2008 a 110 anni,  il mestiere di veggente è stato tramandato alla figlia Grazia.

Halloween napoletano (e non solo!)

Devo confessare che quando il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca ha definito Halloween “americanata che è monumento all’imbecillità” ho avuto un sussulto. Eh si, perché in realtà a Napoli la tradizione del “dolcetto o scherzetto” non è qualcosa che abbiamo importato dai paesi anglosassoni, ma un’usanza molto più radicata nella cultura partenopea di quanto si possa credere.

Esiste, infatti, una vecchia poesia di Domenico Iaccarino del 1875, che racconta del venditore di cascettelle, un’usanza scomparsa che risaliva al giorni dei morti: i bambini, con salvadanai di legno, cartone o latta a forma di bara, si divertivano ad andare in giro per i vicoli agitandole e scorrazzando in gruppetti per fermare i passanti al cui indirizzo intonavano una cantilena:

Signurì ‘e Muorte
sott ‘â Péttola Che Nce Puorte
e Nce Puorte ‘e Cunfettiélle
signurì ‘e Murticiélle!

Molti, un po’ intimoriti dei bambini o temendo di essere scherniti davanti agli altri o soltanto per simpatia e divertimento, contribuivano inserendo qualche spicciolo nella preziosa urna. E il contenuto, via via, tintinnava sempre di più. Poi quelle monetine o si usavano per acquistare il torroni dei morti o si davano in beneficenza a quelle chiese come Santa Maria del Purgatorio ad Arco, dedicate soprattutto al culto dei morti, oppure venivano investiti in bomboloni e fili di liquirizia, torroni e radici da succhiare.

Anche Eduardo De Filippo, in “Filumena Marturano”, racconta delle “cascettelle”: “…ambo due e con tre figli da crescere, andai ad abitare al vicolo San Liborio, basso numero 80, e mi misi a vendere sciosciamosche, cascettelle p’’e muorte e cappielle ‘e Piererotta”, mentre su “Il Giorno” del 1 novembre 1904 ne da notizia anche Matilde Serao: “Domani mattina, a Dio piacendo, saremo svegliati da un’orchestrina originale di strumenti non molto melodiosi, ma per compenso sufficientemente assordanti. Centomila scatolette di cartone, debitamente segnate col teschio tradizionale e le immancabili ossa incrociate, faranno risuonare per tutte le vie di Napoli, per tutti i vicoli, per tutti i cortili, per i pianerottoli delle nostre scale, i soldini che vi sono piovuti dentro, attraverso la sottile fenditura, ed il rullo di questo strano tamburino ci accompagnerà da per tutto, e, dovunque, un bambino, due bambini, dieci bambini ci affronteranno, ci stringeranno in mezzo, ci sgusceranno tra i piedi, agitando la cascettella e strillando in tutti i toni: “Signurì, ‘e muorte!”. E’ nel nome dei morti, che l’infanzia chiede la sua mancia, domani: è con questa invocazione pietosa che essa vi domanda il piccolo obolo. E gli occhietti vi interrogano ansiosi, e spiano le vostre mosse; e lampeggiano felici quando la vostra mano si tende, e l’obolo è dato: “Signurì, ‘e muorte!”. Oh, date pure un soldino a questi bimbi che ve lo chiedono gaiamente, agitando la cascettella crocesegnata, e si sparpagliano con un grido di gioia, quando sono contentati…”.

L’anno scorso, durante lo spettacolo “Le Stelle della Magia” al chiostro della chiesa di San Domenico Maggiore, ho portato in scena un numero di mentalismo facendo rivivere, a modo mio, questa antica usanza ormai perduta.

Altro che americanata! Su Identità Insorgenti trovate molto materiale sui festeggiamenti dei morti a Napoli.

La festa di Halloween, invece, da qualche anno diffusa anche in Italia, ha origini oscure, ma alcune tracce possono essere identificate in alcune feste celtiche diventate poi cattoliche, oltre ad alcuni riti medievali che probabilmente si sono poi diffusi in tutta Europa.

Halloween, infatti, ha origine dall’antica festa celtica precristiana di Samhain, che veniva celebrata la notte del 31 ottobre. I Celti, vissuti oltre duemila anni fa nell’area oggi identificabile come Irlanda, Regno Unito e Francia settentrionale, credevano che i morti tornassero sulla terra a Samhain. Nella notte sacra, le persone si riunivano per accendere falò, offrire sacrifici e rendere omaggio ai morti.

Durante le celebrazioni celtiche di Samhain, gli abitanti del villaggio si travestivano con costumi fatti di pelli di animali per scacciare i fantasmi e preparavano banchetti lasciando del cibo per placare gli spiriti indesiderati. Nei secoli successivi, le persone iniziarono a vestirsi da fantasmi, demoni e altre creature malvagie, esibendosi in buffonate in cambio di cibo e bevande. Questa usanza, nota come mumming, risale al Medioevo e si pensa che sia un antecedente della pratica oggi nota come “dolcetto o scherzetto”.

A partire dal IX secolo, il cristianesimo si diffuse nelle terre celtiche, dove gradualmente si mescolò e sostituì i riti pagani ben più antichi. Nel 1000 d.C. la Chiesa designò il 2 novembre come il giorno dei morti, le cui celebrazioni in Inghilterra somigliavano alle commemorazioni celtiche di Samhain, complete di falò e mascherate.

I poveri visitavano le case delle famiglie più ricche e ricevevano dolci chiamati “torte dell’anima” in cambio della promessa di pregare per le anime dei parenti defunti dei proprietari di casa. Conosciuta come “souling”, la pratica è stata successivamente ripresa dai bambini, che andavano di porta in porta chiedendo doni come denaro e cibo.

Anche in Italia, e nello specifico al Sud, troviamo usanze simili: si apparecchiava la tavola per la cena aggiungendo un posto in più per i defunti e fino a pochi anni fa, in molte zone della Campania (e in altre regioni italiane) era assolutamente normale lasciare cibo e bevande per i visitatori della notte speciale, così come il commentare, il giorno dopo, vedendo i piatti lasciati intatti, che i morti non avevano avuto appetito e avevano solo bevuto un po’ d’acqua (quella evaporata).

Usanze antiche e complesse – testimoniate tra l’altro anche da sant’Agostino – che prevedevano anche piatti particolari, come le fave. Un legume assai singolare, come si scopre leggendo Ovidio e Plinio: “In essa si trovano le anime dei morti e per questo viene adoperata nei sacrifici in onore dei propri defunti”.

In Scozia e in Irlanda, i giovani prendevano parte ad una tradizione chiamata “guising”, ovvero vestirsi in costume e accettare offerte da varie famiglie: invece di impegnarsi a pregare per i morti, però, cantavano una canzone, recitavano una poesia o raccontavano una barzelletta prima di raccogliere il loro dolcetto, che in genere consisteva in frutta, noci o denaro.

Nel Sud Italia questo passaggio di doni si può ritrovare in Sicilia, dove sono proprio gli spiriti che nella notte tra il primo e il 2 novembre lasciano la loro dimora e vanno a rubare a pasticcieri e mercanti quanto poi doneranno a bambini loro parenti che siano stati buoni. Anche in Puglia i regali si scambiavano in quella data, con i bimbi che trovavano una calza piena di regali ai piedi del letto.

All’inizio del XX secolo, le comunità irlandesi e scozzesi hanno fatto rivivere le tradizioni del Vecchio Mondo di “souling” e “guising” negli Stati Uniti. Negli anni ’20, tuttavia, gli “scherzetti” erano diventati l’attività di Halloween preferita dai giovani turbolenti, al punto che molte città vietarono di festeggiarlo.

Durante la Grande Depressione, infatti, i festeggiamenti per Halloween si trasformarono in atti di vandalismo, aggressioni fisiche e sporadici atti di violenza ed alcune teorie ipotizzano che gli scherzi eccessivi ad Halloween abbiano portato all’adozione diffusa di una tradizione di “dolcetto o scherzetto” organizzata e basata sulla comunità negli anni ’30, tendenza bruscamente ridotta con lo scoppio della seconda guerra mondiale, quando il razionamento dello zucchero significava che c’erano ben poche prelibatezze da distribuire.

Al culmine del baby boom del dopoguerra, “dolcetto o scherzetto” tornò a far parte a pieno titolo delle usanze di Halloween, diventando rapidamente una pratica normalissima per milioni di bambini nelle città americane e nei sobborghi di nuova costruzione. Non più vincolate dal razionamento dello zucchero, le aziende di caramelle hanno lanciato campagne pubblicitarie nazionali specificamente mirate per Halloween, portando gli americani a spendere, oggi, circa 2,6 miliardi di dollari in caramelle e il giorno stesso è diventato la seconda festa commerciale più grande della nazione!

Ritrovato un tesoro di amuleti a Pompei

Nella Casa del Giardino di Pompei è stata ritrovata una cassetta in legno contenente decine di amuleti restaurati dagli esperti del Parco archeologico, conservati quasi perfettamente grazie alle particolari condizioni di seppellimento degli ambienti nella lava del Vesuvio.

Nonostante l’ipotesi più accreditata è che si tratti di oggetti che potrebbero essere appartenute alla padrona di casa, è molto probabile che non sia così, poiché la cassetta è stata rinvenuta in un ambiente di servizio lontano dalla stanza da letto e anche dall’atrio della domus dove gli archeologi hanno ritrovato gli scheletri dell’intera famiglia sterminata dalla violenza dell’eruzione mentre tentava di mettersi in salvo, dieci persone in tutto.

Inoltre, mancando gli ori che a Pompei tutte le donne amavano esibire e che non sarebbero potute mancare nel portagioie di una signora, le collane ritrovate sembrerebbero quindi raccontare un’altra storia: «Si potrebbe trattare di monili da indossare per occasioni rituali, più che per mostrarsi elegante», dichiara Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei.

Insieme agli amuleti, anche gemme ed elementi decorativi in bronzo, maiolica, osso e ambra: si tratta di piccoli oggetti e monili legati al mondo femminile, utilizzati come ornamento personale o per proteggersi dalla cattiva sorte.

Oltre a bamboline e campanelle, nella scatola spiccano dei pendenti a forma di piccoli falli, antesignani del moderno cornetto napoletano, la spiga, il teschio, gli scarabei dell’oriente, bottoni in osso o un pugno chiuso: una collezione di strani oggetti che nel mondo romano avevano a che fare con la fertilità, la seduzione, il buon esito di un parto o di un matrimonio.

Tra questi anche delle piccole figure di Arpocrate, dio del silenzio e del segreto, fratello di Horus, ritratto come un giovane fanciullo che porta un dito alle labbra, la cui effige veniva riportata all’ingresso dei templi in Egitto: l’iniziato, al suo ingresso nel tempio, doveva necessariamente passare davanti l’immagine, simboleggiando l’accettazione e l’osservanza di un periodo di totale silenzio, oltre a rappresentare anche l’accesso a verità superiori, il passaggio da uno stato ordinario al sapere sovrannaturale e che Plutarco definiva «il patrono e il precettore della umana attività di comprensione del divino, che è imperfetta, immatura e inarticolata» leggendo quindi, in quel suo gesto, l’invito alla massima prudenza durante questo momento di evoluzione spirituale.

Osanna spiega che si tratterebbe di «simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione […] straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione».

Una raccolta di piccoli oggetti in qualche modo legati alla magia che potrebbero essere stati l’armamentario di una persona, magari una schiava, dotata di particolari poteri taumaturgici e di un rapporto privilegiato con gli aspetti più magici del vivere quotidiano.

Per conoscere la verità però bisognerà aspettare ancora: gli studi sulla Casa del Giardino, la stessa nella quale è stata ritrovata l’iscrizione che ha permesso di accertare la data dell’eruzione del Vesuvio cambiandola dal 24 agosto al 24 ottobre del 79 d.C) sono ancora agli inizi.

Gli oggetti che compongono il piccolo tesoro sono appena stati ripuliti e restaurati e a breve si potrà cominciare ad esaminarli e studiarli uno per uno. Il team di specialisti del Grande Progetto Pompei sta lavorando per fare luce sulla composizione della famiglia, il primo passo per cercare di ricostruirne la storia.

I simboli del presepe napoletano – seconda parte

Qualche giorno fa mi sono occupato dei misteri e dei simboli legati al presepe napoletano tradizionale: con questo articolo concludo affrontando il significato dei restanti quarantadue simboli essenziali.

Philippe Daverio, intanto, ha scritto il seguente post su Facebook relativo alle origini del presepe:

Storia assolutamente incredibile quella del Presepe. Unica, fra le varie simbologie che accompagnano il Natale, nella notte pagana del solstizio invernale trasformata nella più familiare delle feste cristiane e forse nella più fondativa fra le celebrazioni della cultura d’Occidente, compresa la prassi inarrestabile dei suoi commercianti, che vi trovano il momento più propizio a trasformare le tredicesime degli stipendi in una miriade di oggetti, regali e cibi.

Riti, miti e simboli che si declinano fra panettone, albero di Natale, Befana, Babbo Natale, lingue di Menelik di capo d’anno in una tale confusione che nel 1953 il papa Pio XII decise d’instaurare la “Universalis Foederatio Praesipistica” per sancire il Presepe sopra tutto. Il quale Presepe così si chiama solo in Italia, o in latino o, curiosità assoluta in Ungheria, perché lì la parola arrivò via Napoli nel XIV secolo quando un discendente Angiò divenne re da quelle parti.

Si chiama così perché viene dal latino praesepire che vuol dire recingere ed è proprio in un recinto che Gesù è nato, anzi con più precisione nella greppia del recinto, che nel latino tardo delle prime vulgate evangeliche viene chiamata cripia (Luca 2,7) e che ha generato l’ altro nome del presepe: in tedesco Krippe, in inglese Crib, in svedese Krubba e in francese Crèche, che e anche la parola con la quale vengono a loro volta chiamati oggi gli asili nido.

Di solito si attribuisce la nascita del presepe a San Francesco d’Assisi, in una versione bonaria che fa del santo una sorta di sempliciotto del comportamento religioso. Niente di più equivoco. E’ vero che, nella notte del Natale del lontano 1223, egli compie la prima rappresentazione celebrando una messa in mezzo alle montagne dinnanzi ad una greppia coinvolgendo un asino e un bue. Adorabile gesto naif che avrà conseguenze illimitate? La questione è molto più densa.

Fra tre anni Francesco morirà, nel frattempo il suo gruppo di frati è già cresciuto con la regola di vita da lui indicata e Papa Onorio III il 29 Novembre 1223 con la Bolla “Solet annuere” l’ha approvata e resa Legge per la Santa Chiesa. Di ritorno da Fonte Colombo San Francesco si ferma a Greccio. Greccio è un eremo tra Rieti e Terni donato ai Francescani dal Conte Giovanni Velita. È il 10 dicembre 1223 a San Francesco viene l’idea di fare una rappresentazione della Natività in grotta ovvero realizza il primo Presepio della storia.

Ma attenzione lui non è affatto naif, è uomo coltissimo. Porta in questa operazione di sublime comunicazione moderna l’immagine già esistente dal VII secolo in Santa Maria Maggiore a Roma che conserva la Sacra Culla e per questo si chiama “Ad Presepe”, vi aggiunge le tradizioni provenzali e cortesi della sua mamma Pica nata a Beaucaire dove già allora e oggi ancora si celebrano riti analoghi e completa il tutto con una tradizione iconografica che è già documentata nel IV secolo in Grecia, bue asino e greppia appunto, e che ha già migrato nella corte di Carlomagno che vuole essere il sacro romano imperatore per le tribù dei nordici.

Anzi della corte di Carlomagno il museo del Louvre conserva uno splendido ed imperiale scrigno d’avorio che raffigura già una natività come la vediamo oggi, accanto ad una Annunciazione così militare da mettere la barba all’angelo annunziante. Ma dal gesto propagandistico di Francesco nasce una miriade di percorsi, scultorei, pittorici e teatrali. A Napoli dove i francescani conteranno moltissimo e dove la parte guelfa inseminerà il meglio dell’arte centro italiana nel gusto gotico dei francesi angioini, Nicola Pisano e Arnolfo di Cambio scolpiscono i primi presepi per il convento di Santa Chiara.

Cent’anni dopo Luca della Robbia combina le sue sculture di terra cotta policroma con gli affreschi di Benozzo Gozzoli nel Duomo di Volterra e poco dopo arriva a Firenze il primo grande quadro all’olio dalle Fiandre, sempre con una natività-presepe, quella di Hugo van der Goes, che lascerà basiti i nostri pittori per la tecnica nuova ma anche per il contenuto: si sono aggiunti i magi, di cui il Duomo di Colonia conserva le reliquie.

La scena è completa e la si recita anche sotto forma di teatro, con tale foga da inserirvi allegre scurrilità e tradizioni vicine assai all’antico paganesimo, sibille comprese. Sicché il Concilio di Trento, nel suo tentativo di rimettere ordine in chiesa, vieterà le rappresentazioni recitate e stimolerà quelle scultoree: i gesuiti, che sono figli del Concilio, le diffonderanno assieme ai loro concorrenti teatini, dei quali il fondatore San Gaetano di Tiene ha già fatto eseguire in legno scolpito il primo presepe moderno per l’ospedale degli “Incurabili” a Napoli nel 1534. Napoli diventa una sorta di capitale del presepe e quando diventa pure capitale d’un regno autonomo con l’arrivo dei primi re Borbone, la creatività esplode con esempi clamorosi, architetti e scenografi al lavoro coi decoratori e gli esperti di macchine.

Il presepe di Ferdinando IV conservato nella Reggia di Caserta è un esempio clamoroso dove per la prima volta il contadino mangia da vero Natale e degusta il cibo moderno appena inventato, gli spaghetti. Una tradizione che è diventata oggi per centinaia di artigiani artisti napoletani un lavoro regolare di intagliatori di figure che rappresentano il loro mito di sempre e vi aggiungono ogni anno le persone più famose d’oggi.

Torniamo ora ad occuparci dei simboli del presepe napoletano tradizionale.

I carabinieri rappresentano il trentunesimo elemento e, insieme ai pastori, sono i guardiani delle anime che chiedono l’aiuto delle preghiere e delle opere dei vivi.

Armenzio, trentaduesimo elemento, è un anziano pastore, padre di Benino ed insieme a lui rappresentano rispettivamente, l’anno che volge al termine e quello che sta per cominciare.

Il trentatreesimo elemento è costituito dalla monaca, che evoca la storia di Lisabetta da Messina o quella di Mafalda Ciccinelli: la donna è rappresentata, infatti, con un pugnale conficcato nel petto e con una bisaccia a tracolla che contiene la testa di un giovane. La leggenda vuole che la ragazza fosse stata costretta dal padre a prendere il velo monacale, ma era innamorata di un paggio, col quale furtivamente amoreggiava di notte. Una volta i due amanti decisero di incontrarsi nella notte di Natale, sicuri di non essere sorpresi e si diedero appuntamento presso un ponte, ma il padre di lei, sorprese il paggio e gli tagliò la testa: quando giunse la ragazza, raccolse la testa e si trafisse con lo stesso pugnale. Si diceva che la fanciulla apparisse la notte di Natale presso il ponte della Maddalena a Napoli.

A questo punto del percorso nel presepe appaiono gli Orientali, ovvero i Mori, il trentaquattresimo elemento, anch’essi collegati alla morte per via del loro volto scuro: essi però fanno parte del seguito dei Magi.

Il trentacinquesimo elemento, invece, è il simbolo del cuore e dell’intelletto purificati attraverso gli spaventi della notte: il cercatore con la lampada.

Il trentaseiesimo elemento è il primo di quelli che introduce il corteo dei Re Magi, ma anche al Mistero dell’Incarnazione: il corteo dei Magi, infatti, rappresenta la definitiva sconfitta degli dei “falsi e bugiardi”.

Trentasettesimo elemento è rappresentato dal carro trainato dai buoi con alla guida Ciccibacco (ovvero Dioniso), che introduce la processione dei nomi che vanno a prostrarsi al Nome che è al di sopra di ogni altro nome. Ciccibacco è rappresentato su una botte ed è la figura dionisiaca centrale di un vero e proprio corteo di uomini in vesti di lana di pecora o di capra che suonano zampogne, tamburi e pifferi, associato alla Festa di Piedigrotta ed ai baccanali.

Le vecchie che filano, tessono, adoperando il fuso, non sono altro che le Parche, trentottesimo elemento.

I due vecchi, forse marito e moglie, che si riscaldano al fuoco del braciere rappresentano Saturno e Rea e costituiscono il trentanovesimo elemento.

Il quarantesimo elemento è una donna d’alto lignaggio seduta in portantina e facente parte del seguito dei Re Magi, detta la Georgiana, rappresenta invece la dea Diana, ma allude anche e soprattutto alla Regina di Saba.

Quarantunesimo elemento essenziale che introduce l’ultimo livello, il più basso, del presepe, è la Taverna. La Taverna ha un duplice significato, infero in senso proprio, ma anche positivo, legato alle benedizioni lungo la Via Spirituale, che allude immediatamente al peregrinare di Maria e San Giuseppe alla vana ricerca di un alloggio. La Taverna è, inoltre, il simbolo per eccellenza della riunione della famiglia spirituale attorno alla mensa e richiama direttamente il banchetto offerto in onore di un defunto, i pasti delle feste natalizie ed indirettamente allude alla stessa Eucarestia.

L’oste, quarantaduesimo elemento, ha un significato sinistro, legato alla vita di uno dei Santi maggiormente connesso al Natale, San Nicola di Mira: mentre Nicola si recava al concilio di Nicea, fermatosi ad un’osteria, gli fu presentata una pietanza a base di pesce, almeno a quanto diceva l’oste. Nicola, divinamente ispirato, si accorse che si trattava invece di carne umana. Chiamato l’oste, espresse il desiderio di vedere come era conservato quel “pesce”. L’oste lo accompagnò presso due botticelle piene della carne salata di tre bambini da lui uccisi. Nicola si fermò in preghiera ed ecco che le carni si ricomposero e i bambini saltarono allegramente fuori dalle botti. La preghiera di Nicola spinse l’oste alla conversione, anche se in un primo momento questi aveva cercato di nascondere il suo misfatto.

Il quarantatreesimo elemento è costituito da Maria ‘a purpetta: una donna che avvelena, nell’osteria, con le polpette i mariti infedeli. Anche l’elemento delle polpette allude ai pasti rituali di scambio tra i vivi e i morti, specie quando queste uniscono la carne, che è un alimento dei vivi, a semi quali noci e pinoli, che sono il cibo dei morti.

Uno degli elementi centrali della Taverna e di tutto il presepe è costituito dalla coppia formata dai Giocatori che giocano a carte nell’osteria e che sono legati ai solstizi: si tratta di Zi’ Vicienz’, simbolo, in Campania, del Carnevale e della Morte e Zi’ Pascale, che rappresenta la Pasqua e la Resurrezione.

Il quarantaseiesimo elemento è il barbiere, che insieme al macellaio e l’oste, è una figura marcatamente demoniaca che si riferisce ad un periodo “pieno di diavolerie” dove il mondo appare “sottosopra”, cosa che nel fluire ciclico del tempo, richiama il fenomeno tradizionale del rovesciamento dei poli, che permette alla fine di un ciclo il manifestarsi con l’approssimarsi di un nuovo inizio.

Il quarantasettesimo elemento essenziale del presepe è il pescivendolo, che è direttamente collegato col banchetto della Taverna e rimanda direttamente al simbolismo eucaristico. L’esclamazione tipica del pescivendolo “il mio pesce è vivo” richiama la nascita della coscienza dei Cristiani, i piccoli pesci usciti vivi dal Fonte battesimale da che erano morti.

I Re Magi, invece, dal punto di vista del simbolismo cosmologico, rappresentano il viaggio notturno del sole, proveniente da oriente, che termina solo con la nascita del “nuovo sole”: il Bambino. I nomi ad essi attribuiti dalla tradizione sono Gaspare, MelchiorreBaldassarre.

Il cinquantaduesimo elemento essenziale è rappresentato dal corteo dei pastori ed in passato tutti i pastori erano raffigurati in atteggiamento orante ed il gesto delle mani doveva esprimere i diversi “stati d’animo” che questi sperimentavano in quella veglia di quella notte.

Questo corteo arriverà al Bambino, attraverso una spelonca, cinquantatreesimo elemento,  che si trova allo stesso livello della Grotta della Natività e attraverso la quale  tutti questi  elementi e personaggi saranno introdotti nel cuore del presepe.

Il cinquantaquattresimo elemento essenziale del presepe è costituito dalla grotta, che si trova sempre nel punto più basso del presepe e sempre al termine di un lungo e tortuoso percorso, spesso a spirale o labirintico. In quanto grotta può considerarsi come il confine fra le tenebre e la luce, fra l’inconscio – nella duplice possibile accezione di ciò che si trova al di sopra del razionale e di ciò che, invece, è illogico, caotico, al di sotto di ciò che è razionale – e il razionale.

“Core cuntento ‘a loggia”, personaggio ilare e positivo, rappresenta il cinquantacinquesimo elemento, per quanto collegato anche col Timor di Dio, particolarmente evidente sul volto di alcuni pastori: si veda, ad esempio, qualche rappresentazione di quello che viene indicato con il nome specifico di pastore della paura e non della meraviglia.

Di tutti gli angeli che discendono sulla grotta proteggendo e glorificano il Bambino, cinque sono quelli essenziali: il primo, cinquantaseiesimo elemento, con la scritta: “Gloria in Excelsis”, che rappresenta la “Gloria del Padre” posto sulla grotta al centro.

Alla sua destra, cinquantasettesimo elemento un angelo con un Incensiere e che rappresenta la “Gloria del Figlio” .

Alla sinistra dell’angelo della Gloria del Padre, un angelo rappresentato con una Tromba e che rappresenta la “Gloria dello Spirito Santo” .

Gli altri due non sono sempre raffigurati e non sono così essenziali come i primi tre: uno con i piatti metallici esprime l’osanna dei Re, cinquantanovesimo elemento, mentre l’altro angelo, sessantesimo elemento, raffigurato con un tamburo, esprime l’osanna del popolo.

Il sessantunesimo elemento essenziale è la mangiatoia, termine dal quale deriva etimologicamente il presepe. Il richiamo al deserto del quale la mangiatoia è espressione indica la dimensione ascetica della Via cristiana di vittoria e liberazione dalla morte e dalla corruzione. Tutto il percorso del presepe allude a ciò che la mangiatoia richiama: la Natività con tutto ciò che essa comporta e che sarà ulteriormente chiarito dalle fasce.

Il sessantaduesimo elemento essenziale, collegato con la mangiatoia e con le due lavandaie, sono le fasce.

Il sessantatreesimo elemento essenziale del presepe è il bue che, assieme all’asinello, rappresenta le forze cosmiche presenti alla nascita di Gesù. In genere queste forze sono polari e opposte e per questo si è attribuito a questa coppia di animali, tra gli altri, anche il significato simbolico di esprimere le forze benefiche e malefiche, delle quali il bue rappresenterebbe quelle benefiche e l’asinello quelle malefiche.

L’asinello, il sessantaquattresimo elemento del presepe, si ricollega, come descritto, al bue, con il quale forma una coppia inscindibile. All’asino viene attribuito, come espressione marcatamente sinistra di forze diaboliche, il raglio.

Le lavandaie o le levatrici costituiscono il sessantacinquesimo elemento: sono due e lavano il Bambino, che poi fasceranno e i panni del parto. Sono, tra l’altro, testimoni della Verginità di Maria prima e dopo il parto.

A quest’ultima coppia di personaggi, si collega l’ennesima presenza demoniaca nel presepe, ripresa da alcuni racconti apocrifi. Si tratta della lavandaia col piede di capra: sessantaseiesimo elemento. È il demonio stesso che vuole capire se è nato veramente il Messia e se la Vergine ha realmente partorito.

Per esorcizzare e difendersi dai tanti elementi demoniaci presenti nel presepe il sessantasettesimo elemento è costituito dalla presenza di erbe “apotropaiche”: secondo la tradizione partenopea non bisogna mai porre il presepe in una camera da letto, mentre bisogna sempre contornarlo di erbe magiche, per la precisione il muschio, il mirto o il bosso (la mortella), il rosmarino, il pungitopo, il rosmarino, il timo serpillo e soprattutto le spine del vepere, detto anche “restina” o la spina cardella.

Il sessantottesimo elemento del presepe è costituito dalla vergine Stefania, che voleva vedere il Bambino, ma non essendo né sposata, né madre le fu impedito dagli Angeli: Stefania prese allora con se una pietra e l’avvolse in fasce fingendo che si trattasse di suo figlio e riuscì ad entrare nella grotta. Alla presenza della Vergine la pietra starnutì e nacque Santo Stefano, che è rapèresentato all’interno del presepe come pietra e poi bambino, un elemento che può essere preso assieme o separatamente da quello di Stefania.

Il sessantanovesimo elemento del presepe è rappresentato dallaluminosa nube vivente che porta la pioggia celeste viene per farla stillare sulla terra, e irrigarne il volto. La rondine spirituale che porta in seno la primavera della grazia, per ineffabile disposizione la partorisce, dissipando l’inverno ateo. La reggia pura ed incontaminata introduce in una grotta il Re incarnato”.

Il settantesimo elemento è costituito da San Giuseppe, che nel presepe è rappresentato sia nella grotta che fuori, turbato e pensieroso.

Il settantunesimo elemento essenziale del presepe è il vecchio tentatore di San Giuseppe,  il demonio stesso che cerca di insinuare il dubbio nel Santo circa la concezione di quel bambino. Nella tradizione popolare, talvolta, in modo consapevole, gli spettatori delle rappresentazioni popolari danno voce a questo tentatore.

Infine, il settantaduesimo ed ultimo elemento essenziale del presepe, dal quale dipendono tutti gli altri, è Gesù bambino.

I simboli del presepe napoletano

Nel suo “Viaggio in Italia”, Goethe  scriveva “Ecco il momento di accennare ad uno svago caratteristico dei Napoletani: il Presepe”: lo scrittore tedesco, infatti, aveva intuito che il presepe napoletano rappresenta un incredibile insieme di simboli dal sorprendente valore spirituale il cui significato rimanda al cammino di realizzazione iniziatico dell’uomo.

Mio nonno, come la maggioranza dei napoletani più legati alle tradizioni popolari, amava costruirsi da solo il proprio presepe, ed ogni anno ne costruiva uno nuovo, da regalare poi a noi nipotini.

Rappresentazione a tutto tondo della nascita di Gesù, il presepe prende il nome dal latino praesepe o praesepium, ovvero “mangiatoia”, “stalla, grotta” e conta 72 elementi fondamentali : per cominciare, tutta la rappresentazione è misterica e vi sono due aspetti fondamentali a sottolinearlo, ovvero il tempo sospeso e l’ambientazione notturna.

Il primo elemento essenziale del presepe napoletano è la sua struttura, che prevede uno “scoglio”, costituito da un sughero il cui colore scuro,  che è già segno di un aspetto notturno ed è legato ai misteri. Questo simbolo del presepe rappresenta anche il viaggio interiore che affronta l’uomo, che si esprime in due figure cardine (anche se si tratta di due aspetti diversi di un unico personaggio) ovvero Benino e l’uomo della meraviglia.

Il secondo elemento essenziale  è il cielo stellato, che evoca una certa corrispondenza – evidente nell’iconografia della Natività – con la stella: il cielo evoca il viaggio, il percorso misterico in ciò che era “celato”.

Il terzo elemento è il primo personaggio “umano” del presepe: Benino, nella tradizione napoletana raffigurato come dormiente, che qualcuno erroneamente è convinto rappresenti l’umanità indifferente al messaggio di salvezza che viene dalla grotta, in realtà ha una particolare corrispondenza con l’icona dell’Anapesson, ovvero una raffigurazione di Gesù bambino reclinato sul fianco destro e come addormentato, ma con gli occhi aperti, prefigurazione della Passione. Inoltre, il significato onirico dei novanta numeri della Smorfia napoletana coincidono con gli elementi ed i personaggi del presepe come il pozzo (67), la fontana(76), il ponte (68), il mulino (15) o la Morte (5).

Il quarto elemento è il Mulino, che si trova sullo stesso livello di Benino e del castello di Erode, ovvero quello più alto dello scoglio. Il Mulino ha una doppia valenza: è un riferimento al tempo e alla morte (nella smorfia napoletana, infatti, il significato del mulino (15) contiene anche quello della Morte (5)) . La farina e poi il Mugnaio  sono anch’essi riferimenti alla morte e così anche il bianco, il candore della neve nel presepe, richiamano la morte e il mondo dei defunti.

Il quinto elemento essenziale del presepe è il castello di Erode, colui che rappresenta l’autorità illegittima ed iniqua, che oltre ad essere avversario è definito liturgicamente “il forte” – e per questo il Cristo sarà “il Più Forte” – che si oppone al percorso che conduce alla mangiatoia o che, nelle vesti di un falso pellegrino, vuole trovarlo per ucciderlo.

Il cammino intrapreso da Benino comincia con l’assimilazione dei ritmi annuali e cosmici: per questo motivo, al secondo livello, scendendo verso la grotta e le altre grotte troviamo i “venditori”, ognuno dei quali legato ad un singolo mese dell’anno, come nelle cosiddette “quadriglie carnevalesche”, cioè le rappresentazioni che si tenevano fino al 1700 a Napoli.

Tenendo presente questa prospettiva, quindi, il sesto elemento essenziale è il salumiere che rappresenta gennaio.

Il settimo  è il venditore di ricotta e formaggio che rappresenta febbraio, mentre il pollivendolo e venditore di uccelli  rappresenta marzo.

L’ottavo elemento è il venditore di uova, che rappresenta aprile, mentre il nono è una coppia di sposi, che porta un cesto di ciliegie e di frutta e che rappresenta maggio, il decimo è il panettiere o fornaio, che rappresenta giugno, l’undicesimo è il venditore di pomodori, legato a luglio, il dodicesimo è il venditore di meloni, che rappresenta agosto, il tredicesimo elemento è il venditore di fichi o seminatore, che rappresentano, entrambi, settembre, il quattordicesimo elemento essenziale è il vinaio o il cacciatore, che rappresentano ottobre,  il quindicesimo elemento è il venditore di castagne, che  rappresenta novembre,  il sedicesimo elemento è il pescivendolo o il pescatore , che rappresentano dicembre.

Molti personaggi, secondo la lettura possibile a diversi livelli di ogni simbolo, assumono significati diversi: in particolare, il pescivendolo e il pescatore, ricompariranno ad un altro livello di lettura come elementi ugualmente essenziali del presepe e collocabili in un’altra e diversa prospettiva. Il salumiere, poi, si sovrappone spesso al macellaio, che rappresenta però il Diavolo, che ha permesso, tentando l’uomo, che la Morte, “che disfa ogni carne”, entrasse nel Mondo.

Il diciassettesimo elemento è il fiume, che si rapporta alla sacralità dell’acqua che scorre: segno presente in tutte le mitologie legate alla morte e alla nascita divina, le acque rimandano al liquido che avvolge il bambino nel seno materno, ma rimandano anche all’Aldilà, ai fiumi sui quali vengono traghettate le anime dei defunti e non c’è struttura di presepe a Napoli dove il fiume non sia rappresentato con cascate impetuose che precipitano da fenditure della roccia e dove esso non scorra addirittura con acqua autentica attivata da meccanismi tradizionale.

Questo elemento è legato ai successivi, come ad esempio, il diciottesimo, il ponte.

Il diciannovesimo elemento è il pozzo, un punto di passaggio particolarmente temibile: nell’avellinese e nel beneventano, infatti, ai bambini si diceva di fare attenzione ad avvicinarsi ai pozzi, perché si rischiava di essere trascinati giù dalla mano nera. La notte di Natale nell’est Europa, invece, non si beve l’acqua del pozzo e nella stessa area geografica si sosteneva che la notte di Natale in fondo ai pozzi apparissero i volti delle persone che sarebbero morte durante l’anno, a confermare, ancora una volta, che il pozzo è elemento di collegamento col mondo degli inferi.

Il ventesimo elemento essenziale è il cacciatore: qualcuno potrebbe far notare che questa figura sia anacronistica, poiché di solito imbraccia un fucile, mentre, in realtà, le figure in coppia del cacciatore e del pescatore rinviano ad arcaiche rappresentazioni dei cicli ed in genere il cacciatore si colloca in alto, mentre il pescatore è situato in basso, vicino il fiume.

Inoltre, in tutte le antiche tombe egizie, etrusche e italiche sono ricorrenti le raffigurazioni funerarie della caccia e della pesca.

Il ventunesimo elemento è la lavandaia, che si trova nei pressi del fiume, associata all’idea di purificazione.

Il ventiduesimo elemento essenziale è il pescatore, in diretto collegamento con i primi cristiani, che designavano se stessi come pesciolini, perché nati a nuova vita nelle acque battesimali. Gesù stesso, nei primi tempi cristiani, era indicato con il simbolo del “pesce”.

Il ventitreesimo elemento essenziale che appare nel presepe è quello costituito dai mendicanti, che rappresentano i morti (le anime pezzentelle): così come le anime pezzentelle essi appaiono in parte privi dell’uso del proprio corpo e simboleggiano i defunti che attendono di essere aiutati attraverso le preghiere e le opere dei vivi.

Il ventiquattresimo elemento è costituito dalle pecore – e molto spesso le capre – che rappresentano le anime in un percorso che talvolta assume caratteri non solo paradisiaci, ma anche infernali.

Il venticinquesimo elemento è il pastore, che rappresenta uno psicopompo, ovvero la una figura che svolge la funzione di accompagnare le anime dei morti nell’oltretomba, nell’atto di condurre le pecore, che ha spesso alcuni elementi di Ermes/Mercurio.

Il ventiseiesimo elemento essenziale del presepe è la zingara, spesso associata alla chiaroveggenza, che porta con se dei ferri, che preannunciano la crocifissione: la sua presenza è drammatica, poiché essa porta in mano e nel cesto arnesi di ferro, metallo usato per i chiodi della crocifissione. Questo personaggio è collocato vicino all’osteria o in un luogo del presepe lontano dalla grotta: in un certo senso la zingara richiama anche la figura e la funzione della Sibilla Cumana.

Il ventisettesimo elemento essenziale è il monaco: il “munaciello” è uno spirito spesso demoniaco ma anche benigno protagonista di leggende e storie napoletane. Si narra che il munaciello una volta infestata la casa regala i numeri da giocare al lotto a patto che si mantenga il segreto, ma molto spesso fa solo dispetti o addirittura porta la gente alla follia e pesino alla morte. Nelle leggende napoletane questo personaggio è anche messo in relazione con i pozzi, che addirittura amministrerebbe e talvolta avvelenerebbe. Personaggi, non sempre presenti, che appaiono a questo livello della rappresentazione assieme al monaco, sono i monacelli, posti spesso sul ponte e che rappresentano i 12 mesi dell’anno che passano.

Il ventottesimo elemento sono i bambini, considerati alla stregua dei poveri e che nel folclore sono considerati vicari dei morti perché sono privati della possibilità di bere e di mangiare: per tale motivo le offerte di cibarie e di bevande ai defunti possono effettuarsi mediante elemosine o elargizioni ai mendicanti e ai poveri, che ne sono equivalenti simbolici. Quindi anche i doni alimentari elargiti ai bambini equivalgono ad offerte funerarie e questo spiega la distribuzione di doni e di dolciumi ai bambini nel periodo natalizio e chiarisce il ruolo di protagonisti che essi assumono durante le feste di Natale e dell’Epifania.

Il ventinovesimo elemento essenziale del presepe è l’uomo sulla scala che coglie i fichi, che, assieme al trentesimo elemento, il mugnaio, imbiancato e pallido come un morto, rappresentano la morte.

Per il momento concludo questa prima parte dedicata ai primi trenta simboli del presepe napoletano, clicca qui per leggere la seconda parte.

Quando il diavolo passeggiava per le strade di Napoli

Palazzo Penne è un edificio di costruzione rinascimentale, che si trova nel pieno centro storico di Napoli, nei pressi di Largo Banchi Nuovi.

Venne costruito nel 1406, da Antonio Penne, in prossimità del piccolo largo che rappresentava uno dei primi ingressi alla città.

Nel corso dei secoli il palazzo passò a diverse famiglie nobili, fino a quando venne acquistato nel 2002 dalla Regione Campania e poi ceduto nel 2004 all’Università Orientale, ma purtroppo il progetto ed i relativi lavori che prevedevano la realizzazione di un polo universitario d’eccellenza con laboratori, aule per seminari e convegni e servizi per studenti non furono mai avviati.

Non tutti sanno, però, che Palazzo Penne a Napoli è noto come “palazzo del diavolo”.

Antonio Penne, segretario e consigliere di Ladislao I di Napoli detto il Magnanimo, re di Napoli (1377 – 1414), arrivato a Napoli, si innamorò di una stupenda ragazza, alla quale chiese ovviamente di sposarlo.

La ragazza, avendo già altre offerte di matrimonio e dovendo già dare, il giorno dopo, una risposta ad altri corteggiatori, gli rispose che avrebbe acconsentito soltanto nel caso che le avesse costruito, in una sola notte, un palazzo quale pegno d’amore e dono di nozze.

Un’impresa del genere, nonostante la buona volontà di Antonio Penne, richiedeva un aiuto particolare, anzi, quasi sovrannaturale. Il giovane chiese allora aiuto al diavolo, che in cambio pretese la sua anima facendogli firmare inoltre un contratto col suo stesso sangue.

Penne, da esperto segretario quale era, riuscì comunque a farsi sottoscrivere una clausola che avrebbe rivelato a lavoro ultimato: completato il palazzo, infatti, il giovane chiese al diavolo di contare una grossa quantità di grano chicco per chicco. Alla fine del conteggio, il diavolo constatò che cinque chicchi mancavano all’appello, senza accorgersi che Antonio Penne, cospargendoli di pece, aveva fatto in modo che finissero inconsapevolmente tra le sue unghie.

Letteralmente preso in giro, il diavolo si infuriò iniziando una dura discussione con Antonio Penne che, a un certo punto, si fece il segno della croce, costringendo così il diavolo a sprofondare in un buco apertosi nel pavimento.

Quel buco, che per molti non è nient’altro che un pozzo chiuso, è ancora all’interno del cortile del palazzo…

Il Cimitero delle Fontanelle e le anime pezzentelle

Da alcuni giorni, a partire dal 2 ottobre 2017, il Cimitero delle Fontanelle di Napoli ha finalmente riaperto dopo alcune settimane di chiusura forzata dovuta alla caduta di alcuni pezzi di tufo dal portale di ingresso causata dalle forti piogge.

Il Cimitero delle Fontanelle sarà quindi di nuovo visitabile secondo l’orario ordinario, ovvero dalle 10.00 alle 17.00, tutti i giorni.

Ma cos’è che rende questo sito uno dei luoghi più misteriosi della città?

Diversamente da quello che si pensa, Napoli non è solo il mare o il panorama meraviglioso del Golfo, ma anche mistero, culto e suggestione, soprattutto la parte sotterranea come le Catacombe di San Gennaro o, appunto, il Cimitero delle Fontanelle: si tratta di un antico cimitero di Napoli, o meglio un ossario, che si trova nel cuore del Rione Sanità e che contiene migliaia di teschi.

L’ossario si sviluppa per circa 3.000 mq e le dimensioni della cavità sono di circa 30.000 metri cubi: in quest’area erano dislocate numerose cave, utilizzate fino al 1600 per reperire il tufo utilizzato per costruire la città ed è chiamato in questo modo per la presenza in passato di fonti d’acqua.

Il cimitero accoglie 40.000 resti di persone (anche se alcune fonti dicono 80000), vittime dell’epidemia di peste nel 1656 e di colera del 1836: verso la metà del 1600, infatti, la città di Napoli fu decimata dalla peste, un flagello che nemmeno San Gennaro riuscì a tenere lontano da Napoli, mentre due secoli più tardi fu invece il colera a provocare altre vittime e i resti dei morti di peste e colera venivano portati in queste cave di tufo, poiché non c’era altro posto che potesse contenerli tutti.

A questi si aggiunsero i morti che, dopo l’editto di Napoleone e la dominazione francese non potevano più essere sepolti nelle chiese: nacque così il Cimitero delle Fontanelle di Napoli, una enorme grotta di tufo dove nel corso degli anni vennero accatastati ossa e teschi dei morti napoletani.

Ma il vero significato del Cimitero delle Fontanelle di Napoli va ricercato nel rapporto che i napoletani hanno con l’Aldilà: passeggiando, infatti, nel Cimitero, è facile imbattersi in un teschio in una bara, che magari porta l’incisione “Per fede. Enzo e Carmela”.

Esiste una spontanea e significativa devozione popolare per questi defunti, nei quali i fedeli identificano le anime purganti bisognose di cura ed attenzione: nel cimitero, infatti, si svolgeva il particolare rito delle “anime pezzentelle”, di cui parlo spesso anche nei miei spettacoli, secondo cui veniva adottata una delle “capuzzelle”, ovvero i teschi, alla quale corrispondeva un’anima del purgatorio.

Queste ossa anonime, le anime pezzentelle, accatastate nelle caverne lontano dal suolo consacrato, rappresentavano per la gente della città le anime abbandonate, un mezzo di comunicazione tra il mondo dei morti e quello dei vivi.

Al teschio era associato un nome, un ruolo, una storia e spesso il napoletano si recava sul posto, adottava un teschio particolare che “si faceva scegliere” secondo una serie di segnali, spesso apparendo anche in sogno e da questo punto in poi il cranio diventava parte della famiglia del devoto.

Questo culto è durato fino agli anni ’50, quando la Chiesa decise di osteggiarlo accostandolo a rituali più vicini al paganesimo che alla religione cattolica, ma nonostante questo l’aura di mistero che circonda il Cimitero delle Fontanelle continua ad affascinare, al punto tale da essere scelto come location ufficiale di Sense8, la serie prodotta da Netflix, per il finale di stagione.

Questo luogo misterioso, ma al tempo stesso magico e sacro, tra leggenda e realtà, è uno dei più affascinanti di Napoli, e vi consiglio di visitarlo se siete in città anche solo per qualche giorno!