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Le incredibili coincidenze nella vita di due gemelli separati alla nascita

Un giorno qualunque in Ohio il signor Springer ricevette un messaggio in segreteria e quando lo ascoltò provò uno strano brivido lungo la schiena.

Il messaggio era generico e molto breve: chi aveva telefonato, infatti, disse semplicemente il proprio nome (“Mi chiamo Lewis…”) e lasciò il suo numero di telefono, senza dilungarsi ulteriormente sul motivo di quella telefonata.

E il signor Springer dopo averlo ascoltato richiamò immediatamente, come preso da uno strano presentimento che il suo intuito confermò non appena il signor Lewis rispose alla sua telefonata con il classico “Pronto?”.

In quel momento, infatti, il signor Springer riconobbe immediatamente quella voce, anche se non l’aveva mai sentita prima d’allora: era la voce di suo fratello gemello, che non aveva mai conosciuto poiché erano stati separati alla nascita!

La madre dei due gemelli era una ragazzina di 15 anni che decise di dare in adozione anonimamente i suoi piccoli che, pur essendo stati separati, mantennero un contatto attraverso un filo invisibile.

Crescendo, ad entrambi i bambini i genitori raccontarono che erano stati adottati e che avevano avuto un fratello gemello, sfortunatamente morto alla nascita.

Le due coppie di genitori – che non ebbero mai alcun contatto tra di loro, nemmeno in ospedale – decisero di dare al loro figlio lo stesso nome: Jim, dando inizio, in quel momento, alla vita “parallela” di Jim Springer e Jim Lewis e rendendoli protagonisti di una serie di incredibili coincidenze, così come scoprirono nel 1977, 39 anni dopo, con quella famosa telefonata.

  • Tutti e due avevano un fratello adottivo che si chiamava Larry;
  • Da piccoli entrambi avevano chiamato il loro cane Toy;
  • A scuola entrambi andavano bene nelle stesse materie (matematica e applicazioni tecniche) e malissimo in grammatica e ortografia;
  • Entrambi si erano sposati due volte, e con donne che avevano gli stessi nomi: Linda, la loro prima moglie, e Betty, la seconda;
  • Entrambi avevano dato al loro primo figlio lo stesso doppio nome, James Allen;
  • Entrambi avevano fatto il vice-sceriffo, seppur in contee differenti dell’Ohio;
  • Entrambi avevano poi svolto lavori inerenti la sicurezza.

Inoltre i due gemelli amavano il mare, mentre per entrambi il luogo preferito era St. Petersburg, in Florida, 1641 chilometri più a sud: anche se non si erano mai incrociati, visto che andavano in due spiagge differenti.

Negli anni, com’era prevedibile, Jim Springer e Jim Lewis sono stati oggetto di approfonditi studi da parte di varie Università americane e anche gli esami medici sono stati sorprendenti: le loro cartelle cliniche, per esempio, sono praticamente identiche, così come sono del tutto sovrapponibili le loro onde cerebrali.

Le loro risposte ai test sono state sempre talmente simili (se non identiche), tanto da sembrare frutto della stessa persona e da dubitare che questi fossero stati compilati in stanze differenti.

Ora i fratelli gemelli Jim Springer e Jim Lewis hanno 75 anni, abitano sempre in due città diverse e quando si rivedono, si divertono a raccontare davanti ai loro figli e nipoti increduli, i continui episodi identici accaduti nei mesi in cui non si sono visti.

I gemelli e le coppie molto affiatate sono spesso oggetto dei miei numeri sulle coincidenze: clicca qui per saperne di più sul mio spettacolo.

Perché è così difficile interpretare le emozioni altrui

Vi è mai capitato di avere difficoltà nel capire se la persona che avete di fronte è arrabbiata o triste, oppure di scambiare le occhiate amichevoli di qualcuno per un flirt, magari cacciandovi in una situazione particolarmente imbarazzante?

Ebbene, sappiate che capita molto spesso ad ognuno di noi.

Come esseri umani, infatti, dobbiamo socializzare con altre persone, il che significa essere in grado di comunicare sia verbalmente che attraverso il linguaggio del corpo. Siccome le emozioni da comunicare e le relative sfumature sono tantissime, diventa complicato esprimerle con il linguaggio non verbale e, di conseguenza, interpretarle per chi abbiamo di fronte.

È molto facile, ad esempio, riconoscere le sei emozioni universali: felicità, disgusto, paura, sorpresa, tristezza e rabbia, ma che dire di emozioni secondarie, come imbarazzo, orgoglio, dolore, vergogna, senso di colpa, ecc?

La ragione principale per cui spesso potremmo avere difficoltà a interpretare le emozioni altrui è il cosiddetto “affect blend”, quando, cioè, un’emozione viene mostrata dal nostro interlocutore da un solo lato del viso, mentre un’altra emozione viene mostrata da entrambi i lati: il nostro cervello, infatti, interpreta entrambi i lati del volto di chi ci sta di fronte per riconoscere l’emozione che viene espressa, come dimostrato dall’esperimento “Cortical Systems for the Recognition of Emotion in Facial Expressions” (sistemi corticali per il riconoscimento dell’emozione nelle espressioni facciali).

Chi invece ha subito incidenti che hanno danneggiato un lato del cervello potrebbe avere difficoltà a riconoscere le emozioni negative, in particolar modo la paura, mentre, riconosce senza problemi la felicità.

Un altro motivo per cui spesso tendiamo a fraintendere le emozioni è la cultura di provenienza: nella cultura occidentale, infatti, agli uomini viene insegnato a non piangere ed a non mostrarsi fragili, mentre alle donne viene chiesto sempre più spesso di essere felici e sorridenti, mentre nella cultura giapponese, viceversa, alle persone viene insegnato a mostrare meno espressioni facciali ed alle donne è insegnato a nascondere il sorriso.

Infine, la ragione per spesso abbiamo difficoltà a interpretare le emozioni altrui è perché chi ci sta di fronte potrebbe avere degli “schemi” – ovvero quei concetti cognitivi che ci aiutano a organizzare le informazioni per aiutarci a interpretare il mondo che ci circonda – diversi su come mostrare alcune specifiche emozioni: se qualcuno ad esempio cresce pensando che una persona debba sgranare gli occhi per mostrare sorpresa, confonderà sempre la sorpresa con la paura perché si limiterà a focalizzare l’attenzione solo sugli occhi di chi ha di fronte!

Per saperne di più sulle emozioni, sul linguaggio del corpo e se sia possibile leggere nel pensiero di chi abbiamo di fronte, prenota subito un mio spettacolo.

Quando l’ipnosi è meglio dell’anestesia

Quelli che ad oggi sono considerati esami molto invasivi come colonscopia o gastroscopia, che spesso possono comportare ansia, paura e disagio nei pazienti, presto potrebbero addirittura trasformarsi in esperienze piacevoli “in una dimensione di estraneità e benessere” grazie all’ipnosi.

Giampietro Ibba, del servizio di Endoscopia Digestiva dell’Azienda Ospedaliera Brotzu di Cagliari, spiega che il successo dell’esame dipenderebbe innanzitutto dal paziente, dalla sue condizioni fisiche e dal livello della sua soglia del dolore: può infatti capitare che, nonostante la normale sedazione, il paziente abbia un rifiuto inconscio o sia esposto a effetti collaterali importanti.

L’operatore deve quindi valutare attentamente i rischi di un’anestesia, riducendo o eliminando del tutto l’intervento farmacologico, ed è in questo caso che si ricorre all’ipnosi: dopo una preparazione mirata, l’esame endoscopico viene affrontato in uno stato di serenità interiore: fobie, ansia, panico e soglia del dolore vengono fortemente ridotti quando non rimossi del tutto e cresce la collaborazione tra il medico ed il paziente fino a lasciare un ricordo positivo dell’esperienza.

“L’ipnosi consente infatti di dissociare l’esperienza corporea da quella mentale”, spiega il dottor Danilo Sirigu, del servizio di Radiologia del Brotzu, “nel senso che mente e corpo finiscono per trovarsi, contemporaneamente, su due diversi livelli di attenzione e di consapevolezza”.

Una nuova tecnica che si sta sperimentando anche in cardiologia, nelle ecocardiografie transesofagee, in eco-endoscopia per visualizzare meglio organi interni oppure nelle procedure radiologiche interventistiche come biopsie epatiche e termoablazioni su neoformazioni del fegato.

Ibba ribadisce l’importanza di questi esami, espressione del confronto di tre variabili molto complesse: paziente, strumentazione e operatore, ma soprattutto “il fatto che, grazie alla sedazione cosciente il paziente supera senza alcun trauma l’indagine endoscopica utilizzando capacità fino allora sconosciute”.

Insomma, nell’attesa che venga resa disponibile la nuova terapia ipnotica come alternativa all’anestesia nel resto delle strutture ospedaliere della penisola, venite pure a godervi con tranquillità il mio spettacolo di suggestione e ipnosi!

È possibile guarire sognando?

Molto spesso nei miei spettacoli racconto del significato dei sogni e di alcuni simboli legati ad essi, spesso introducendo anche il tema dei sogni lucidi, ovvero quel tipo di sogni in cui non solo chi dorme si accorge di sognare, ma può di fatto controllarne lo svolgimento e ciò che accade con la consapevolezza che in realtà sta tranquillamente dormendo nel proprio letto.

Nonostante gli esseri umani facciano sogni lucidi da migliaia di anni, solo recentemente si è riuscito a capire molto meglio cosa succede durante questi sogni: confrontando, infatti, le risonanze magnetiche delle persone addormentate, sveglie, o mentre fanno sogni lucidi, i ricercatori hanno accertato che questi ultimi avvengono in uno stato a metà strada tra il sonno REM, in cui avviene la maggior parte dei sogni, e la veglia.

A differenza dei sogni normali, però, quelli lucidi implicano un’attività cerebrale in aree associate alla memoria e in regioni con un ruolo nelle cosiddette funzioni cognitive superiori, come il controllo del comportamento.

Nel corso del tempo gli psicologi si sono sempre interessati all’utilizzo dei sogni per riscrivere gli incubi o per aiutare alcuni pazienti a superare le loro paure, ma la possibilità di usare i sogni lucidi è sempre stata limitata dal fatto che è particolarmente complesso attivarli e – come succede con tutti i sogni – per il fatto che il loro ricordo svanisce al risveglio.

Oggi, però, grazie alla scoperta di sistemi efficaci per indurre questo genere di sogni, la situazione potrebbe cambiare e sta persino diventando possibile comunicare con chi sogna e registrare cosa succede, aprendo la strada alla prospettiva di poter entrare volontariamente in questo stato mentale e creare delle terapie per chi ha gli incubi, soffre di ansia o ha altri disturbi, rendendo di fatto possibile curare la gente mentre sogna.

I primi indizi che l’esperienza del sogno lucido potesse rafforzare o addirittura espandere l’uso terapeutico dei sogni sono arrivati nello scorso decennio, quando gli psicologi hanno scoperto che le persone in grado di fare sogni lucidi hanno più probabilità di resistere ai traumi e di evitare gli incubi.

Poi, nel 2015, Brigitte Holzinger ed i suoi colleghi dell’istituto per la ricerca della coscienza e del sogno di Vienna hanno dimostrato che i sogni lucidi rendono più efficace la terapia per gli incubi.

Holzinger ha chiesto ad alcuni pazienti di provare ad avere sogni lucidi: ebbene, chi ci riusciva smetteva di avere paura di dormire e cominciava ad apprezzare i propri soni.

Un paziente ha addirittura scoperto che poteva tornare al momento precedente l’inizio della minaccia in un incubo e proseguire il sogno nella direzione opposta: secondo i pazienti, i sogni lucidi davano una sensazione di controllo e di potere che si rifletteva anche sulla vita da svegli, un cambiamento particolarmente apprezzato rispetto alla sensazione di impotenza avvertita negli incubi.

Si tratta del risultato ottimale per questo tipo di terapia, ovvero consentire ai pazienti di affrontare la causa del loro trauma o delle loro ansie guidando o cambiando il corso dei sogni, magari comunicando con il paziente proprio mentre è addormentato, per fornire un aiuto esterno quando affronta la causa di un trauma: a molti sarà capitato, infatti, di avvertire in sogno un suono del mondo esterno, come ad esempio la musica di una radio o un rumore proveniente dalla strada, ma è davvero possibile mandare di proposito dei messaggi nei sogni di qualcuno?

Per scoprirlo Kristofer Appel, studioso del sonno e dell’attività onirica all’Università di Osnabrück, in Germania, ha messo insieme alcune persone in grado di fare sogni lucidi e ne ha monitorato le onde cerebrali e i movimenti oculari mentre dormivano: durante i sogni lucidi, infatti, è possibile muovere volontariamente gli occhi, perciò Appel ha chiesto ai volontari di fargli capire quando stavano facendo dei sogni lucidi guardando due volte da sinistra verso destra.

Una volta ricevuta questa conferma, Appel inviava dei messaggi nei loro sogni utilizzando un segnale acustico o una luce lampeggiante: sette volontari su dieci hanno riferito di aver inserito i segnali acustici o luminosi nei loro sogni.

Oltre ad avere molte applicazioni terapeutiche, controllare i sogni lucidi potrebbe consentire di sfruttare meglio la propria creatività: molte persone, infatti, trovano ispirazione nel sonno, come Paul McCartney che ebbe lo spunto per la melodia di Yesterday proprio mentre dormiva.

Insomma, con il miglioramento delle tecniche per indurre i sogni lucidi e comunicare con i pazienti le possibilità potranno solo aumentare: superare una fobia mentre si ricevono messaggi di sostegno dall’esterno oppure mettere fine a un incubo ricorrente scegliendo un finale diverso sarà possibile davvero molto presto.

Dimmi che cellulare usi e ti dirò chi sei

Il cellulare che usiamo può svelare la nostra personalità?

Come ho recentemente spiegato in uno dei miei spettacoli, gli psicologi della University of Lincoln e della Lancaster University in Inghilterra hanno condotto una ricerca pubblicata sulla rivista “Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking” sottoponendo un questionario a 500 persone, scegliendoli fra i proprietari di iPhone e sistemi Android.

“Nonostante i dispositivi siano simili nel funzionamento, considerazioni frequenti e campagne pubblicitarie indicano che esistono delle diversità chiave tra gli utilizzatori dei due tipi di smartphone”, dichiarano.

A seconda del sistema operativo utilizzato, infatti, hanno scoperto alcune differenze: i proprietari di un cellulare Apple, pare siano di solito più giovani, più estroversi, per due terzi donne, e considerano il telefono come un oggetto che svela il proprio status.

A differenza di chi sceglie Android, in genere maschio, più onesto, meno preoccupato dello status sociale, più anziano, più gradevole e meno disposto a infrangere le regole per il proprio tornaconto.

Inoltre, tra gli utilizzatori di iPhone ci sarebbero più laureati, più professionisti e lavoratori nel settore business che utilizzano molto il cellulare per lavoro, mentre un numero maggiore di utenti Android lavora in campo tecnologico e segue gli sviluppi del settore.

Nei miei spettacoli spesso parlo delle capacità di capire chi mente e chi dice la verità: probabilmente da oggi sarà più facile farlo, basterà chiedere che cellulare ha lo spettatore!

Come ricordare qualunque cosa

Qualche anno fa Longanesi ha pubblicato in Italia “L’arte di ricordare tutto”, un saggio di Joshua Foer sul funzionamento della memoria ricco di aneddoti e storie interessanti, in cui l’autore racconta anche di come si è fatto istruire da un campione di esercizi mnemonici ed ha vinto i campionati americani di memoria nel 2006.

Con quel libro Foer ha dimostrato come, con un po’ di costanza nell’esercitarsi ed in poco tempo, si possono apprendere le tecniche usate per ricordare a memoria molte informazioni, come un numero lungo centinaia di cifre.

Una ricerca condotta presso la Radboud Universiteit Nijmegen nei Paesi Bassi ha dimostrato – con metodi più scientifici e test su un maggior numero di persone – che la capacità di ricordare molte informazioni può essere alla portata di tutti, e che non dipende da un particolare dono in possesso di pochi.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Neuron” ed ha suscitato molto interesse: Martin Dresler, che ha guidato la ricerca, ha notato che nel cervello degli dei campioni di memoria si attivano connessioni molto particolari, ma che possono essere attivate con poche settimane di allenamento. Insomma, con un po’ di esercizio questa capacità può essere acquisita più o meno da chiunque e non ci sono particolari differenze con i campioni, tranne il loro maggior allenamento.

Ma come ci si può allenare per migliorare la propria memoria?

Se pensiamo al fatto che raccogliamo la maggior parte delle informazioni sul mondo che ci circonda attraverso i sensi e principalmente la vista, il nostro stesso modo di ricordare le cose si basa proprio su ciò che abbiamo visto. Una tecnica di memoria molto utilizzata, ad esempio, consiste nell‘immaginare un luogo di cui si ha una conoscenza perfetta, per esempio casa propria, e di creare un percorso al suo interno, lungo il quale inserire le cose da ricordare e che possono essere facilmente associate a un quadro o a un altro oggetto già presente nella casa.

La tecnica viene affinata trovando legami e associazioni tra le informazioni da ricordare, in modo da fissarle ancora meglio nel ricordo: se, ad esempio, dovessi ricordare la sequenza 2 – 6 – 9 – 5, posso pensare a un percorso che passi davanti alle 2 fotografie nell’ingresso di casa, sotto le quali ci sono 6 scarpe comprate da mio figlio di 9 anni per una partita di calcio a 5.

I campioni di memoria utilizzano e affinano tecniche di questo tipo, basate su luoghi e storie assurde e per questo più semplici da ricordare, creando col tempo con la loro immaginazione degli enormi grattacieli che possono contenere migliaia di informazioni.

Personalmente eseguo poche dimostrazioni di memoria nei miei spettacoli di mentalismo, ma posso suggerirvi un libro che mi ha aiutato a sviluppare la capacità di ricordare a memoria l’ordine esatto di un mazzo di carte appena mescolato: l’autore è Harry Lorayne e credo sia stato il primo libro mai pubblicato in Italia sull’argomento, dal titolo “Come sviluppare una memoria prodigiosa” e ripubblicato negli anni con titoli diversi.

Se riuscite a trovarlo, prendetelo e grazie agli esercizi contenuti sarete in grado di migliorare la vostra capacità di ricordare qualunque cosa!

Viaggi nel tempo oltre il mentalismo

A breve i viaggi nel tempo non saranno più solo un argomento dei miei spettacoli di mentalismo: i cunicoli che permetterebbero di viaggiare nello spazio e nel tempo, i “wormhole” previsti da Einstein e Rosen negli anni ’30, adesso possono essere costruiti in laboratorio e, sebbene su scala piccolissima, dimostrerebbero per la prima volta che è possibile viaggiare nel tempo.

Il prototipo, descritto online sul sito ArXiv e in via di pubblicazione sull’International Journal of Modern Physics D, darà luogo ad un esperimento condotto in Italia, presso l’università di Napoli Federico II.

Il coordinatore del gruppo internazionale autore della ricerca, il fisico Salvatore Capozziello dell’Università Federico II di Napoli, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e presidente delle Società Italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione (Sigrav), ha raccontato di aver ottenuto il prototipo collegando due foglietti del materiale più sottile del mondo, il grafene, con legami molecolari e un nanotubo.

Le possibili applicazioni vanno oltre la fantascienza di film come “Ritorno al futuro” (una scena del film nella foto sopra) o “Donnie Darko” e sono molto concrete: “I foglietti di grafene permettono di controllare correnti in entrata e in uscita” e ora l’obiettivo è ottenere un prototipo riproducibile su scala industriale. Produrre una struttura simile significa poter trasmettere segnali in modo estremamente preciso a livello di atomi”, continua Capozziello, “Il progetto è in via di definizione con il gruppo di Francesco Tafuri, del dipartimento di Fisica della Federico II”. Si potrebbero ottenere, ad esempio, nanostrutture capaci di trasmettere segnali in modo praticamente istantaneo poiché la corrente elettrica passerebbe nel vuoto.

Intanto, finché non verrà realizzato un prototipo funzionante che ci consenta di viaggiare nel tempo, non vi resta che ingaggiarmi per uno spettacolo all’insegna dei viaggi nel tempo e nello spazio!

Perché abbiamo provato imbarazzo per l’errore agli Oscar

In occasione della notte degli Oscar si è tornato a parlare del perché proviamo imbarazzo per gli altri: in un articolo su “Science of Us”, il blog del New York Magazine, la giornalista Melissa Dahl ha riflettuto sulle implicazioni di una ricerca tedesca del 2011 dal titolo “Your flaws are my pain: linking empathy to vicarious embarrassment”.

Secondo questa ricerca, ci sarebbero delle motivazioni legate all’empatia, argomento che tratto spesso nei miei spettacoli, se posti davanti a qualcuno che si mette in ridicolo ci sentiamo male per lui, ad esempio quando uno dei nostri amici fa una gaffe senza accorgersene: vorremmo quasi scomparire, anche se l’umiliazione in realtà non ci riguarda.

Ebbene, alcuni neuroscienziati dell’Università di Marburgo hanno condotto una serie di studi su questa sensazione, scoprendo che quando ci sentiamo in imbarazzo per gli altri vengono attivate le stesse sezioni del cervello che vengono attivate quando siamo coinvolti da una sofferenza altrui, oltre al fatto che le persone che tendono ad avvertire maggiormente questo “imbarazzo per procura” sono tendenzialmente quelle più empatiche.

Ecco perché molte persone hanno descritto la scena dalla gaffe agli Oscar come “difficile da guardare”: quando i presentatori hanno annunciato il vincitore sbagliato per la categoria di miglior film, hanno causato un notevole imbarazzo nel cast della pellicola premiata erroneamente, oltre a mettere in imbarazzo se stessi!

(Foto del Wall Street Journal).

Uri Geller, la CIA e il progetto Stargate

Un mese fa la CIA ha reso pubblici circa tredici milioni di documenti desecretati, che contengono, tra le altre cose, i resoconti di alcuni esperimenti che avrebbero coinvolto Uri Geller negli anni ’70.

Dai documenti emerge che Geller fu condotto allo Stanford Research Institute nell’agosto del 1973, dove rimase per otto giorni a disposizione di esperti che attraverso dei test avrebbero dovuto certificarne le presunte abilità paranormali: gli scienziati sceglievano alcune parole a caso da un dizionario e facevano alcuni disegni, mentre Geller era in una stanza isolata e doveva cercare di descrivere di quali immagini si trattasse, esperimenti a cui mi sono ispirato per i miei spettacoli.

uri geller mentalista napoli cia stargate

Al termine di questi test, gli esperti della CIA dichiararono che Uri Geller aveva dimostrato in maniera convincente le sue abilità paranormali.

Tra i primi a certificarne i poteri ci fu il Dottor Christopher C. Green, fino al 2013 professore di radiologia diagnostica e psichiatria al Detroit Medical Center, oltre che assistente alla Wayne State School of Medicine, la più grande scuola di medicina negli Stati Uniti: dopo aver vissuto in prima persona un esperimento di Uri Geller, rimase sconvolto al punto da autorizzare un programma da venti milioni di dollari sulla visione a distanza che in seguito sarebbe diventato il progetto “Stargate”.

Negli anni ’70, infatti, Green fu contattato attraverso una linea riservata da una delle agenzie di intelligence degli USA, a causa di alcune abilità che un ragazzo stava dimostrando di avere e che non riuscivano a spiegarsi, come la capacità di alterare strumenti elettronici altamente sofisticati a suo piacimento, inclusi strumenti di imaging eletronico, oppure la capacità di vedere a distanza.

Da profondo scettico quale era, il Dr. Green decise di metterlo alla prova al telefono: “Ho qui un libro, una raccolta di illustrazioni mediche del sistema nervoso, e l’ho aperto su una pagina a caso che sto guardando in questo momento. Sai dirmi cosa sto vedendo, Uri?”

“Beh, non co cosa pensare, sembra quasi un piatto di uova strapazzate, ma riesco a vedere anche la parola architettura…”

Il Dr. Green non riusciva a spiegarsi come fosse possibile: la pagina che stava fissando, infatti, mostrava l’illustrazione di una sezione trasversale del cervello umano dove in cima lo stesso Green aveva annotato “architettura di un’infezione virale”.

Questo genere di esperimento, noto come il test del libro, fa parte da sempre del mio repertorio e non smette mai di stupire il pubblico dei miei spettacoli.

Dopo aver appreso della diffusione di questi documenti, Uri Geller ha dichiarato al Daily Telegraph che i suoi esperimenti di piegatura dei metalli e il suo ruolo come intrattenitore televisivo fossero una buona copertura per il suo lavoro di spionaggio e che il film “L’uomo che fissava le capre” fosse in realtà ispirato ai suoi poteri paranormali.

I documenti della CIA contengono anche altre informazioni interessanti sull’argomento, ma ne scriverò in un altro articolo…