Tutti gli articoli di vito

Uri Geller aprirà un museo personale a Jaffa

Il “fenomeno paranormale” e star televisiva israeliana Uri Geller sta per aprire un museo a Jaffa.

“The Uri Geller Museum”, questo il nome dell’imponente struttura, occuperà uno spazio risalente a tremila anni fa, situato in Mazal Dagim Street nella città vecchia di Jaffa, e rimasto abbandonato negli ultimi 800 anni.

“Ho visitato il sito l’anno scorso e l’ho visto come un’occasione unica per acquistare uno spazio incredibile in cui mostrare molti artefatti e oggetti provenienti dalla mia casa in Inghilterra e in altri luoghi”, dichiarava Geller qualche tempo fa, “il primo stadio è quello di ristrutturare l’edificio, che ha bisogno di elettricità, illuminazione e altri lavori, con un piano per l’apertura al pubblico tra circa un anno”.

 

Lo spazio espositivo di cinquecento metri quadri esporrà la collezione personale di Geller, inclusi oggetti di David Bowie, Michael Jackson, astronauti, cristalli e rocce raccolte da un’isola scozzese di proprietà di Geller nel Firth of the Forth, la profonda insenatura creata nella costa orientale della Scozia dall’estuario del fiume Forth che sfocia nel Mare del Nord.

Nel museo troveranno spazio anche le copertine delle riviste che ritraggono Geller e i resoconti dei viaggi e degli incontri con le varie personalità nel periodo che va dagli anni ’70 fino ai giorni nostri, oltre ad articoli ed articoli di giornale legati alla sua esperienza con la CIA ed il Mossad di cui avevo già parlato sul mio blog.

“Credo che una delle attrazioni più imponenti sarà il cucchiaio d’acciaio di 18,5 metri posizionato fuori dal museo. Mi sto occupando del processo di creazione dell’opera che pesa circa cinque o sei tonnellate e sarà l’unico cucchiaio d’acciaio delle sue dimensioni nel mondo”, spiega Geller, aggiungendo: “Ho intenzione di farlo fotografare da una stazione satellitare nello spazio”.

Il museo esporrà anche la Cadillac di Uri Geller del 1976, chiamata “The Geller Effect Cadillac”: un’automobile con circa duemila posate rimodellate che ne compongono la carrozzeria, oltre a pietre semipreziose e cristalli, che è stata esposta in alcuni musei internazionali tra cui l’Israel Museum di Gerusalemme, l’American Visionary Arts Museum di Baltimora e il Jewish Museum di Londra.

“Il Museo di Uri Geller si trova nel cuore di Jaffa, un luogo che vede ogni anno centinaia di migliaia di turisti e visitatori”, sottolinea Geller, “sono certo che attirerà una miriade di visitatori internazionali da tutto il mondo”.

Nell’attesa che il museo venga completato ed apra le sue porte al pubblico, non ci resta che goderci alcune immagini del sito e le elaborazioni 3D del museo a questo indirizzo.

L’alchimista arabo che inventò l’alcool

Nonostante i principi base della distillazione fossero conosciuti dagli antichi studiosi greci ed egiziani, incluso Aristotele, prima dell’età dell’oro islamica in tutto il mondo venivano usati metodi di distillazione grezzi, come lasciare il liquore al freddo e bere quello che non si congelava.

Le radici della moderna tecnologia di distillazione, però, sono da ricercare nella storia del mitico alchimista persiano Abu Musa Jabir ibn Hayyan.

Nato intorno al 721 d.C. nell’odierno Iran, visse principalmente a Kufa, nell’Iraq moderno. Fu un periodo tumultuoso, e le fortune di Jabir erano strettamente connesse al potere della dinastia degli Abbasidi: suo padre, una sorta di chimico farmaceutico fu condannato a morte per aver sostenuto l’ascesa della famiglia Abbasid, che, quando prese il potere, conferì a Jabir l’incarico di alchimista di corte del califfo Harun Al-Rashid.

Molti dei metodi e delle classificazioni di Jabir sono ancora in uso al giorno d’oggi, poiché era particolarmente in anticipo sui tempi per le sue ricerche su acidi e alcali. Conosciuto come “padre della chimica” e “padre dell’alchimia”, divenne così famoso che gli storici credono che in realtà molte persone scrivessero usando il suo nome in merito ad una serie di argomenti diversi.

Per confondere ulteriormente gli studiosi, molte delle opere attribuite a Jabir sono state scritte in un linguaggio oscuro e criptico.

Il risultato più importante di Jabir, però, fu l’invenzione dell’alambicco.

L’alambicco è un contenitore pieno di liquido posto sopra una fonte di calore che, collegato da un tubo a un’altra recipiente, consente ai vapori della sostanza riscaldata di passare attraverso di esso, condensare e gocciolare nell’altro contenitore.

Quella condensa, che è l’essenza del materiale distillato, divenne nota come “lo spirito”: poiché l’alcol ha un punto di ebollizione più basso dell’acqua, il riscaldamento del vino in un alambicco provoca l’evaporazione dell’alcool, separandolo dall’acqua.

La scoperta di Jabir fu la chiave per produrre liquori ad alta gradazione: per quanto strano possa sembrare al giorno d’oggi, la società islamica durante l’età dell’oro oscillava tra divieti e una permissività sorprendente quando si trattava di bere, come testimoniato dallo stile di vita del famoso poeta e matematico Omar Khayyam, che ha scritto “una brocca di vino, una pagnotta di pane, e te”.

Ma l’alcol derivato dalla distillazione era spesso usato anche per altri scopi, ad esempio come combustibile per lampade oppure come antisettico.

La conoscenza della distillazione si diffuse rapidamente in tutto il mondo musulmano, che, durante l’età dell’oro islamica, comprendeva parti della penisola iberica e della Sicilia: dal XII secolo, infatti, la distillazione avveniva presso la grande scuola medica di Salerno, la prima del suo genere in Occidente.

Gli scritti di Jabir non furono tradotti in latino fino al 1144, ma nel 1200 il liquore destinato al consumo veniva distillato in Spagna, a cui veniva dato il nome alquanto alchemico di aqua vini: l’acqua della vita.

L’influenza araba nella distillazione del liquore è testimoniata anche dal termine “alcool”, che deriva dalla parola araba “al-kuhul”, inizialmente “polvere per tingere le sopracciglia”, tra gli alchimisti “polvere finissima, impalpabile”, prima che Paracelso gli desse il significato di “elemento essenziale”, da cui “alcohol vini” ovvero  “spirito di vino”.

I riferimenti alle origini dell’alcol nell’età dell’oro islamica abbondano ancora: “eau de vie” è ancora il nome francese del brandy, e persino la parola “brandy” nasconde un indizio per la sua distillazione. Deriva dalla parola olandese brandewijn ovvero “vino bruciato”, il vino che viene riscaldato usando un alambicco.

Così, nonostante Jabir non sia riuscito a scoprire il segreto per trasformare i metalli in oro o della vita eterna, il suo lavoro ha aperto la strada alla produzione di bevande che molte persone considerano proprio l’elisir di lunga vita!

Dalla divinazione al gioco d’azzardo, la misteriosa storia dei dadi

Cos’hanno in comune un giocatore d’azzardo seduto al tavolo verde di un casinò che gioca a craps ed un ragazzo nel soggiorno di casa con la sua famiglia intento a giocare ad un semplice gioco da tavolo?

Entrambi si preparano a lanciare i dadi!

Nonostante il fattore fortuna, entrambi si aspettano che i dadi siano “giusti”, perché ogni numero ha la stessa probabilità di essere tirato: un nuovo studio, però, dimostra che non è sempre stato così.

In epoca romana, molti dadi erano visibilmente asimmetrici, a differenza dei cubi perfetti di oggi, mentre nel medioevo erano spesso “sbilanciati” nella disposizione dei numeri, dove il numero 1 appare opposto al 2, il 3 opposto al 4 e il 5 opposto al 6.

Questo perché non importava di cosa fossero fatti gli oggetti (metallo, argilla, osso o avorio), o se fossero esattamente simmetrici o coerenti in termini di dimensioni o forma, i lanci erano predeterminati da dei o da altri elementi sovrannaturali: all’inizio, infatti, i dadi erano utilizzati come un sistema divinatorio – l’astragalomanzia – e solo in seguito si sono trasformati in un gioco d’azzardo.

I dadi più antichi ritrovati in Italia risalgono all’epoca etrusca: erano a sei facce, d’avorio ed erano ornati di lettere e non di numeri. Presso i romani i dadi erano utilizzati soprattutto per i giochi d’azzardo, strettamente connessi con Saturno: a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia, i giorni dedicati al dio.

Materiale e forma hanno cominciato a cambiare intorno al 1450, quando i produttori di dadi e i giocatori apparentemente hanno capito che la forma influiva sulla funzionalità, come spiega Jelmer Eerkens dell’Università della California, professore di antropologia e autore di un recente studio sui dadi.

“Stava emergendo una nuova visione del mondo: il Rinascimento. Persone come Galileo e Blaise Pascal stavano sviluppando idee sul caso e sulla probabilità, e sappiamo da documenti scritti che in alcuni casi stavano effettivamente consultando i giocatori”, ha dichiarato, “Pensiamo che chi utilizzava i dadi abbia anche adottato nuove idee sull’equità e sulle probabilità nei giochi”.

“Standardizzare gli attributi di un dado, come la simmetria e la disposizione dei numeri, potrebbe essere stato un metodo per diminuire la probabilità che un giocatore senza scrupoli potesse manipolare i dadi per cambiare le probabilità di un particolare tiro”, continua Eerkens.

I dadi non sono reperti comuni nei siti archeologici, si trovano in genere nelle aree domestiche o nei cimiteri e spesso vengono recuperati come oggetti solitari in un sito e molti non sono datati con precisione.

Dopo aver esaminato centinaia di dadi in dozzine di musei e depositi archeologici nei Paesi Bassi, Eerkens e il suo coautore, Alex de Voogt, dell’American Museum of Natural History di New York, sono stati in grado di assemblare e analizzare attentamente un set di 110 dadi datati attentamente.

Le loro scoperte sono state pubblicate sulla rivista Acta Archaeologica a dicembre.

I ricercatori hanno scoperto alcune cose interessanti:

– I dadi fatti prima del 400, o in epoca romana, sono molto variabili per forma, dimensione, materiale e disposizione dei numeri.

– I dadi sono molto rari tra il 400 e il 1100, corrispondenti al Medioevo.

– Quando i dadi riappaiono intorno al 1100 sono prevalentemente nella configurazione dove i numeri opposti corrispondono ai numeri primi (1-2; 3-4; 5-6), uno stile di numerazione che era popolare nell’antica Mesopotamia e in Egitto. Anche i primi dadi medievali tendono ad essere piuttosto piccoli rispetto ai loro predecessori romani.

– Intorno al 1450 il sistema di numerazione cambiò rapidamente in “sette”, dove i lati opposti si sommano fino a sette (6-1; 5-2; 3-4): i dadi sono diventati altamente standardizzati nella forma, e sono stati resi nuovamente più grandi. La standardizzazione potrebbe essere, in parte, un sottoprodotto della produzione di massa.

Eerkens ha dichiarato di aver studiato i dadi perché costituiscono un elemento conveniente in cui isolare la funzione dallo stile, al contrario di altri reperti trovati nei siti archeologici, come le punte di freccia, un oggetto funzionale utilizzato per la caccia.

Lo studio mostra anche che i dadi, come molti oggetti materiali, riflettono molto sulle mutevoli visioni del mondo delle persone, come conclude Eerkens, “in questo caso, crediamo che segua il cambiamento delle idee sul caso e sul destino”.

Insomma, studiando l’evoluzione dei dadi nel corso della storia dell’uomo è evidente che i giocatori d’azzardo abbiano visto i lanci di dadi come non più determinati dal destino o da forze sovrannaturali, ma come oggetti casuali governati dal caso…

Il linguaggio del corpo a San Valentino

Nel corso di  un appuntamento si cerca di raccogliere più elementi possibili per formarsi una prima impressione dell’altro: tono della voce, sorriso, sguardo, persino il modo di muovere le mani.

Nella fase del corteggiamento una buona impressione reciproca nasce dall’utilizzare in modo simile il linguaggio del corpo: un certo tipo di sguardo, ridere o protendersi verso l’altro sono solo alcune delle spie che comunicano una buona intesa innescata da una prima impressione positiva.

Non importa essere belli: conta di più saper comunicare!

Scopri come leggere i segnali del corpo del tuo partner ascoltando il mio intervento nel corso della trasmissione “Italiani”, condotta da Marco Critelli e Pino Valito, in onda su Radio Punto Nuovo, mentre a questo link ci sono tutti gli altri interventi.

https://www.magiadellamente.it/mnap/rpn1.mp3?_=1

 

Il misterioso magazzino dei libri da salvare

Nel romanzo “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón, il giovane protagonista Daniel Sempere viene accompagnato dal padre nel misterioso Cimitero dei Libri Dimenticati, una labirintica e gigantesca biblioteca nella quale vengono conservati migliaia di volumi sottratti all’oblio.

Ebbene, a Milano, in viale Cassala 39 c’è un posto molto simile, un vero punto di riferimento segreto per i bibliofili.

Si tratta di un magazzino enorme che scorre sotto terra, dove gli amanti dell’universo di carta, previo appuntamento, possono trascorrere le ore scovando i libri che cercano fra gli oltre sessantamila titoli esauriti e non più in commercio.

Giovanni Biancardi, è il collezionista e filologo che, insieme a Massimo Smedile e Luca Belloni, ha dato vita nel 2004 allo studio bibliografico “Il Muro di Tessa”.

Per reperire i libri vengono spesso contattati dagli eredi subito dopo la scomparsa dei collezionisti e la conseguente vendita dei volumi, anche se non mancano le visite ai mercatini hobbistici, dove ci sono gli oggetti recuperati dagli sgomberi delle case.

A Milano, ad esempio, è facile scorgere i tre soci al Borsino in Cordusio.

Tra i maggiori clienti i collezionisti, ma anche veri e propri maniaci che i libri che “neanche li leggono per non deturparli”: gran parte della clientela è formata da studiosi a cui interessa il contenuto di titoli fuori catalogo, non è raro, infatti che libri usciti anche solo cinque anni fa siano già irreperibili e i lettori di quell’autore si rivolgano allo studio.

Le tendenze più recenti, riferisce Biancardi, sono i libri illustrati, quelli che hanno pregi tipografici o si contraddistinguono per una grafica creativa, oppure quelli futuristi e i libri “mito”, come la prima edizione Feltrinelli de “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa: una copia smagliante arriva a costare 1.500 euro.

Rispetto alla vendita online, Biancardi aggiunge di essere favorevole alla digitalizzazione dei contenuti, in modo che “certi libracci che adesso occupano spazio nelle nostre librerie viaggeranno liberi nell’etere”.

Un libro, invece, con cui si ha un intenso rapporto “fisico”, deve rimanere stampato se se lo merita per contenuto, per la bellezza dell’oggetto in sé o perché è necessario il supporto fisico per la sua fruizione.

Insomma, lunga vita a misteriosi luoghi come questo, che consentono a libri rari e antichi di non andare perduti: avrei già in mente qualche titolo da salvare, voi invece quale libro vorreste salvare dall’oblio?

Il test della personalità del labirinto

In rete esistono milioni di test, ma questo, basato su un labirinto giapponese, potrebbe rivelarvi degli aspetti nascosti della vostra personalità di cui non eravate a conoscenza.

Per cominciare, procuratevi un foglio di carta, una penna, una buona dose di immaginazione: il test della personalità che segue vi condurrà attraverso un viaggio molto suggestivo e vi sarà chiesto di immaginare di essere davvero nelle scene descritte, quindi per ottenere dei risultati ottimali scrivete sul foglio la prima cosa che vi viene in mente senza pensarci troppo.

Dopo aver scritto le vostre risposte, alla fine scopriremo a quale aspetto della personalità corrisponde ogni risposta che avrete dato.

Pronti? Cominciamo!

  • Per prima cosa, prendetevi un momento per immaginare di passeggiare attraverso una foresta misteriosa con qualcuno di vostra scelta. Scrivete il nome della persona con cui state passeggiando.
  • Dopo aver attraversato la foresta per un po’, arrivate, insieme alla persona che è con voi, al cospetto di un animale. Scrivete di quale animale si tratta.
  • Scrivete ora il tipo di interazione che avete con l’animale.
  • Mentre continuate la vostra avventura, arrivate in una radura e vi accorgete che al centro di essa c’è un labirinto abbandonato. Quanto è grande il labirinto? Scrivetelo.
  • Vi fermate per qualche momento e osservate questo misterioso labirinto davanti a voi, soffermandovi sulle pareti e sui muri dei vari percorsi: scrivete quanto sono alti.
  • Decidete di entrare nel labirinto, ma la persona che è con voi non vuole farlo: siete costretti ad entrare da soli. Dopo aver girovagato all’interno del labirinto, arrivate al centro di esso, in uno spazio molto ampio che porta ad altri percorsi. Al centro di questo spazio c’è un bicchiere. Scrivete di che materiale è il bicchiere e cosa fate con esso.
  • Alla fine, trovate l’uscita del labirinto. Quale di queste frasi descrive meglio la vostra avventura?
  1. “Era quasi troppo facile. Sono riuscito ad attraversare il labirinto in poco tempo e non ho avuto alcun problema a trovare la strada giusta”
  2. “C’è voluto un po’ per attraversare il labirinto, ma ripensandoci non era poi così difficile”
  3. “Ero davvero in difficoltà, mi sono perso. Ci sono state diverse occasioni in cui ho creduto di non riuscire ad uscire mai più dal labirinto”
  4. “La persona con cui stavo passeggiando ha deciso di entrare nel labirinto e mi è venuta a prendere:se non l’avesse fatto, probabilmente sarei ancora lì dentro”

Ecco ora spiegati i significati relativi alla vostra personalità!

La persona che scegliete per passeggiare nella foresta è quella più importante nella vostra vita in questo momento.

Ricordate l’animale in cui vi siete imbattuti? La grandezza di quell’animale rappresenta la vostra percezione delle dimensioni dei problemi che incontrate nella vostra vita.

Il tipo di interazione che avete con questo animale è un indicatore di come affrontate i problemi.

Il labirinto è una metafora dei percorsi e delle direzioni che affrontiamo nella nostra vita: considerando che molte persone si sentono smarrite durante l’adolescenza, l’esperienza del labirinto è un indicatore di come ricordate gli anni che vi hanno condotto verso l’età adulta.

L’altezza dei muri e delle pareti del labirinto rappresentano la dimensione della vostra ambizione nel risolvere le sfide che la vita vi propone: muri più bassi indicano una personalità aperta, mentre muri molto alti una personalità piuttosto chiusa.

Ricordate il bicchiere? Bene, la durevolezza del materiale che avete immaginato rappresenta la forza percepita della relazione che avete con la persona che vi ha accompagnato nella foresta: se avete immaginato un bicchiere di plastica o di carta, si tratta di una relazione “usa e getta”, mentre materiali più durevoli come il metallo significano che quella persona è affidabile e sicura. Un bicchiere di vetro indica una relazione fragile.

Quello che avete fatto al bicchiere rappresenta il vostro atteggiamento nei confronti di questa persona: se l’avete lasciato lì dov’era potreste avvertire una certa distanza da essa, mentre se l’avete raccolto si tratta di qualcuno che volete avere sempre accanto.

Infine, la descrizione dell’esperienza nel labirinto:

  1. Questo significa che vi siete divertiti alla grande durante l’adolescenza. Non siete stati bistrattati dalle solite pressioni e dai traumi che la maggior parte delle persone affrontano durante questi anni formativi. Comunque questo può voler dire che la vita potrebbe riservarvi una prova più difficile in futuro.
  2. Se avete scelto la seconda opzione, significa che l’adolescenza non è stata semplice per voi. Probabilmente avete passato molto più tempo del necessario preoccupandovi di problemi abbastanza comuni come amicizia, amore o il futuro. In ogni caso, queste esperienze vi sono servite per fare di voi quello che siete e vi aiuteranno ad affrontare i problemi in futuro.
  3. Se vi siete sentiti persi vuol dire che avete affrontato delle gravi insicurezze durante la vostra adolescenza. Probabilmente la vostra giovinezza è stata segnata dal chiudervi troppo in voi stessi e nel mettere in dubbio tutto ciò che vi veniva detto. In ogni caso questa esperienza vi ha fatto diventare molto profondi e sinceri.
  4. Se la persona che passeggiava con voi è dovuta venire a salvarvi, questo vuol dire che la serenità che provate in questo momento della vostra vita è dovuta alle amicizie ed alle relazioni che avete stretto durante la giovinezza. Nonostante gli screzi ed i problemi personali c’è sempre qualcuno che vi aiuta a superare qualsiasi prova.

I risultati del test rispecchiano la vostra personalità?

Fatemelo sapere mandandomi una mail o un messaggio su Facebook.

Quando il diavolo andava in onda in prima serata

“Alcuni mesi fa qualcuno mi chiamò al telefono. Era mezzanotte. Una voce bassa, pacata, cortese mi domandò se fossi proprio il regista Enzo Trapani, si scusò per l’ora indebita, ma aggiunse che gli era particolarmente congeniale; e poi, sempre con lo stesso tono di voce, mi disse che era molto offeso, che la televisione non si occupava mai di lui e che era ora di dedicargli una trasmissione. Dopo tutto, con i tempi che corrono, non era il primo venuto… Io lo stavo ad ascoltare. Chi poteva essere questo sconosciuto? Un padrino, l’uomo in frac di Modugno, una guardia notturna? Alla fine il signore si presentò: “Perché vede” mi disse con malcelato imbarazzo, “io sono il diavolo!”. E riattaccò immediatamente. Era uno scherzo di un amico, la trovata di un rompiscatole? E se invece fosse stato il diavolo per davvero?”

Così il regista Enzo Trapani racconta la nascita del programma televisivo “Stryx”, andato in onda su Rete 2 (l’odierna Raidue) nell’autunno del 1978, e aggiunge: “l’idea mi è venuta mangiando salame e fichi. In tv c’è bisogno di una Canzonissima flambé, con personaggi non abusati e soprattutto non banali. Via i ritmi edulcorati e le cantanti “uso famiglia” con la gota rotonda e la bocca a cuore”.

Stryx era una sorta di un varietà neopagano con continui riferimenti al diavolo, dove le scenografie ricordavano il covo del signore degli inferi e, grazie al fatto che la TV a colori stava finalmente diventando disponibile per la maggior parte delle famiglie italiane, Trapani decise di utilizzare Stryx come  sperimentazione per le nuove tecnologie: chromakey, lenti deformanti, ghiaccio secco e effetti speciali simil-3D furono impiegati per rendere Stryx il massimo dell’esperienza visiva.

Al grido di “Signore e signori, il diavolo”, una processione di demoni, goblin, odalische e ballerini faceva ingresso sul palco e un esperto di tradizioni esoteriche napoletane spiegava i fondamenti della chiromanzia, della kabbalah e della tasseografia (la lettura dei fondi di tè e caffè).

Alcune performer dal seno scoperto ancheggiavano al ritmo di un adattamento della danza dei sette veli, altri facevano sacrifici umani mentre venivano marchiati da un sosia di Caligola.

La maggior parte della trasmissione, però, era occupata dalle esibizioni di cantanti come Grace Jones, una regina delle discoteche nata in Giamaica, spesso vestita con succinte pellicce di leopardo o bikini, e, accanto a successi come Fame, ha anche reinterpretato con il suo stile la canzone classica napoletana “Anima e Core”: per restare coerente allo stile della trasmissione, si è esibita in una vasca di cristallo, con una doccia che simulava una cascata sopra la testa e una quantità esagerata di bolle di sapone che venivano soffiate nella sua direzione, mentre la cantante che dava il meglio di sé era Patty Pravo.

Per rendere l’atmosfera più medievale, il menestrello Angelo Branduardi diventava “musicus diabolicus”, un folletto catturato da una foresta, che cantava mentre suonava lo strumento del diavolo, il violino: la maggior parte del suo repertorio si basava su testi e melodie ispirati al Medioevo e al Rinascimento.

Pur essendo atmosfere esoteriche e nudità non completamente nuove per gli spettatori italiani, grazie ad alcuni programmi televisivi degli anni ’70 come “Dirodorlando” oppure “Odeon”, la combinazione tra di questi due elementi si dimostrò piuttosto difficile da mandare giù: dopo il primo episodio di Stryx trasmesso il 15 ottobre 1978, la RAI fu sommersa da telefonate di spettatori indignati.

Lo spettatore televisivo medio, infatti, non era abituato a questo ironico apprezzamento del diavolo e dei goblin, dei sacrifici umani e della nudità e Stryx venne tagliato dopo appena sei episodi con la motivazione che nove milioni di telespettatori di ascolto non erano soddisfacenti per una trasmissione in prima serata.

Enzo Trapani, in seguito, ripropose un format simile, “C’era due volte”, all’interno del quale Ilona Staller narrava le favole più famose aggiungendo, però, un finale inedito e rivoluzionario (il principe di Cenerentola sposa una delle due sorellastre, il cavaliere de La bella addormentata nel bosco beve la pozione e si addormenta al fianco dell’amata, etc.), continuando con la sperimentazione e l’elaborazione di temi onirici e fantasiosi, aggiungendo quel tocco personale di provocazione audace già mostrato in Stryx.

Ossessionato da pensieri paranoici sull’invecchiamento che forse proprio demoni e goblin gli avevano ispirato, il 5 novembre del 1989 il regista si uccise sparandosi un colpo di pistola alla tempia, facendo calare definitivamente un velo di oscurità sulla sua vita terrena.

I simboli del presepe napoletano – seconda parte

Qualche giorno fa mi sono occupato dei misteri e dei simboli legati al presepe napoletano tradizionale: con questo articolo concludo affrontando il significato dei restanti quarantadue simboli essenziali.

Philippe Daverio, intanto, ha scritto il seguente post su Facebook relativo alle origini del presepe:

Storia assolutamente incredibile quella del Presepe. Unica, fra le varie simbologie che accompagnano il Natale, nella notte pagana del solstizio invernale trasformata nella più familiare delle feste cristiane e forse nella più fondativa fra le celebrazioni della cultura d’Occidente, compresa la prassi inarrestabile dei suoi commercianti, che vi trovano il momento più propizio a trasformare le tredicesime degli stipendi in una miriade di oggetti, regali e cibi.

Riti, miti e simboli che si declinano fra panettone, albero di Natale, Befana, Babbo Natale, lingue di Menelik di capo d’anno in una tale confusione che nel 1953 il papa Pio XII decise d’instaurare la “Universalis Foederatio Praesipistica” per sancire il Presepe sopra tutto. Il quale Presepe così si chiama solo in Italia, o in latino o, curiosità assoluta in Ungheria, perché lì la parola arrivò via Napoli nel XIV secolo quando un discendente Angiò divenne re da quelle parti.

Si chiama così perché viene dal latino praesepire che vuol dire recingere ed è proprio in un recinto che Gesù è nato, anzi con più precisione nella greppia del recinto, che nel latino tardo delle prime vulgate evangeliche viene chiamata cripia (Luca 2,7) e che ha generato l’ altro nome del presepe: in tedesco Krippe, in inglese Crib, in svedese Krubba e in francese Crèche, che e anche la parola con la quale vengono a loro volta chiamati oggi gli asili nido.

Di solito si attribuisce la nascita del presepe a San Francesco d’Assisi, in una versione bonaria che fa del santo una sorta di sempliciotto del comportamento religioso. Niente di più equivoco. E’ vero che, nella notte del Natale del lontano 1223, egli compie la prima rappresentazione celebrando una messa in mezzo alle montagne dinnanzi ad una greppia coinvolgendo un asino e un bue. Adorabile gesto naif che avrà conseguenze illimitate? La questione è molto più densa.

Fra tre anni Francesco morirà, nel frattempo il suo gruppo di frati è già cresciuto con la regola di vita da lui indicata e Papa Onorio III il 29 Novembre 1223 con la Bolla “Solet annuere” l’ha approvata e resa Legge per la Santa Chiesa. Di ritorno da Fonte Colombo San Francesco si ferma a Greccio. Greccio è un eremo tra Rieti e Terni donato ai Francescani dal Conte Giovanni Velita. È il 10 dicembre 1223 a San Francesco viene l’idea di fare una rappresentazione della Natività in grotta ovvero realizza il primo Presepio della storia.

Ma attenzione lui non è affatto naif, è uomo coltissimo. Porta in questa operazione di sublime comunicazione moderna l’immagine già esistente dal VII secolo in Santa Maria Maggiore a Roma che conserva la Sacra Culla e per questo si chiama “Ad Presepe”, vi aggiunge le tradizioni provenzali e cortesi della sua mamma Pica nata a Beaucaire dove già allora e oggi ancora si celebrano riti analoghi e completa il tutto con una tradizione iconografica che è già documentata nel IV secolo in Grecia, bue asino e greppia appunto, e che ha già migrato nella corte di Carlomagno che vuole essere il sacro romano imperatore per le tribù dei nordici.

Anzi della corte di Carlomagno il museo del Louvre conserva uno splendido ed imperiale scrigno d’avorio che raffigura già una natività come la vediamo oggi, accanto ad una Annunciazione così militare da mettere la barba all’angelo annunziante. Ma dal gesto propagandistico di Francesco nasce una miriade di percorsi, scultorei, pittorici e teatrali. A Napoli dove i francescani conteranno moltissimo e dove la parte guelfa inseminerà il meglio dell’arte centro italiana nel gusto gotico dei francesi angioini, Nicola Pisano e Arnolfo di Cambio scolpiscono i primi presepi per il convento di Santa Chiara.

Cent’anni dopo Luca della Robbia combina le sue sculture di terra cotta policroma con gli affreschi di Benozzo Gozzoli nel Duomo di Volterra e poco dopo arriva a Firenze il primo grande quadro all’olio dalle Fiandre, sempre con una natività-presepe, quella di Hugo van der Goes, che lascerà basiti i nostri pittori per la tecnica nuova ma anche per il contenuto: si sono aggiunti i magi, di cui il Duomo di Colonia conserva le reliquie.

La scena è completa e la si recita anche sotto forma di teatro, con tale foga da inserirvi allegre scurrilità e tradizioni vicine assai all’antico paganesimo, sibille comprese. Sicché il Concilio di Trento, nel suo tentativo di rimettere ordine in chiesa, vieterà le rappresentazioni recitate e stimolerà quelle scultoree: i gesuiti, che sono figli del Concilio, le diffonderanno assieme ai loro concorrenti teatini, dei quali il fondatore San Gaetano di Tiene ha già fatto eseguire in legno scolpito il primo presepe moderno per l’ospedale degli “Incurabili” a Napoli nel 1534. Napoli diventa una sorta di capitale del presepe e quando diventa pure capitale d’un regno autonomo con l’arrivo dei primi re Borbone, la creatività esplode con esempi clamorosi, architetti e scenografi al lavoro coi decoratori e gli esperti di macchine.

Il presepe di Ferdinando IV conservato nella Reggia di Caserta è un esempio clamoroso dove per la prima volta il contadino mangia da vero Natale e degusta il cibo moderno appena inventato, gli spaghetti. Una tradizione che è diventata oggi per centinaia di artigiani artisti napoletani un lavoro regolare di intagliatori di figure che rappresentano il loro mito di sempre e vi aggiungono ogni anno le persone più famose d’oggi.

Torniamo ora ad occuparci dei simboli del presepe napoletano tradizionale.

I carabinieri rappresentano il trentunesimo elemento e, insieme ai pastori, sono i guardiani delle anime che chiedono l’aiuto delle preghiere e delle opere dei vivi.

Armenzio, trentaduesimo elemento, è un anziano pastore, padre di Benino ed insieme a lui rappresentano rispettivamente, l’anno che volge al termine e quello che sta per cominciare.

Il trentatreesimo elemento è costituito dalla monaca, che evoca la storia di Lisabetta da Messina o quella di Mafalda Ciccinelli: la donna è rappresentata, infatti, con un pugnale conficcato nel petto e con una bisaccia a tracolla che contiene la testa di un giovane. La leggenda vuole che la ragazza fosse stata costretta dal padre a prendere il velo monacale, ma era innamorata di un paggio, col quale furtivamente amoreggiava di notte. Una volta i due amanti decisero di incontrarsi nella notte di Natale, sicuri di non essere sorpresi e si diedero appuntamento presso un ponte, ma il padre di lei, sorprese il paggio e gli tagliò la testa: quando giunse la ragazza, raccolse la testa e si trafisse con lo stesso pugnale. Si diceva che la fanciulla apparisse la notte di Natale presso il ponte della Maddalena a Napoli.

A questo punto del percorso nel presepe appaiono gli Orientali, ovvero i Mori, il trentaquattresimo elemento, anch’essi collegati alla morte per via del loro volto scuro: essi però fanno parte del seguito dei Magi.

Il trentacinquesimo elemento, invece, è il simbolo del cuore e dell’intelletto purificati attraverso gli spaventi della notte: il cercatore con la lampada.

Il trentaseiesimo elemento è il primo di quelli che introduce il corteo dei Re Magi, ma anche al Mistero dell’Incarnazione: il corteo dei Magi, infatti, rappresenta la definitiva sconfitta degli dei “falsi e bugiardi”.

Trentasettesimo elemento è rappresentato dal carro trainato dai buoi con alla guida Ciccibacco (ovvero Dioniso), che introduce la processione dei nomi che vanno a prostrarsi al Nome che è al di sopra di ogni altro nome. Ciccibacco è rappresentato su una botte ed è la figura dionisiaca centrale di un vero e proprio corteo di uomini in vesti di lana di pecora o di capra che suonano zampogne, tamburi e pifferi, associato alla Festa di Piedigrotta ed ai baccanali.

Le vecchie che filano, tessono, adoperando il fuso, non sono altro che le Parche, trentottesimo elemento.

I due vecchi, forse marito e moglie, che si riscaldano al fuoco del braciere rappresentano Saturno e Rea e costituiscono il trentanovesimo elemento.

Il quarantesimo elemento è una donna d’alto lignaggio seduta in portantina e facente parte del seguito dei Re Magi, detta la Georgiana, rappresenta invece la dea Diana, ma allude anche e soprattutto alla Regina di Saba.

Quarantunesimo elemento essenziale che introduce l’ultimo livello, il più basso, del presepe, è la Taverna. La Taverna ha un duplice significato, infero in senso proprio, ma anche positivo, legato alle benedizioni lungo la Via Spirituale, che allude immediatamente al peregrinare di Maria e San Giuseppe alla vana ricerca di un alloggio. La Taverna è, inoltre, il simbolo per eccellenza della riunione della famiglia spirituale attorno alla mensa e richiama direttamente il banchetto offerto in onore di un defunto, i pasti delle feste natalizie ed indirettamente allude alla stessa Eucarestia.

L’oste, quarantaduesimo elemento, ha un significato sinistro, legato alla vita di uno dei Santi maggiormente connesso al Natale, San Nicola di Mira: mentre Nicola si recava al concilio di Nicea, fermatosi ad un’osteria, gli fu presentata una pietanza a base di pesce, almeno a quanto diceva l’oste. Nicola, divinamente ispirato, si accorse che si trattava invece di carne umana. Chiamato l’oste, espresse il desiderio di vedere come era conservato quel “pesce”. L’oste lo accompagnò presso due botticelle piene della carne salata di tre bambini da lui uccisi. Nicola si fermò in preghiera ed ecco che le carni si ricomposero e i bambini saltarono allegramente fuori dalle botti. La preghiera di Nicola spinse l’oste alla conversione, anche se in un primo momento questi aveva cercato di nascondere il suo misfatto.

Il quarantatreesimo elemento è costituito da Maria ‘a purpetta: una donna che avvelena, nell’osteria, con le polpette i mariti infedeli. Anche l’elemento delle polpette allude ai pasti rituali di scambio tra i vivi e i morti, specie quando queste uniscono la carne, che è un alimento dei vivi, a semi quali noci e pinoli, che sono il cibo dei morti.

Uno degli elementi centrali della Taverna e di tutto il presepe è costituito dalla coppia formata dai Giocatori che giocano a carte nell’osteria e che sono legati ai solstizi: si tratta di Zi’ Vicienz’, simbolo, in Campania, del Carnevale e della Morte e Zi’ Pascale, che rappresenta la Pasqua e la Resurrezione.

Il quarantaseiesimo elemento è il barbiere, che insieme al macellaio e l’oste, è una figura marcatamente demoniaca che si riferisce ad un periodo “pieno di diavolerie” dove il mondo appare “sottosopra”, cosa che nel fluire ciclico del tempo, richiama il fenomeno tradizionale del rovesciamento dei poli, che permette alla fine di un ciclo il manifestarsi con l’approssimarsi di un nuovo inizio.

Il quarantasettesimo elemento essenziale del presepe è il pescivendolo, che è direttamente collegato col banchetto della Taverna e rimanda direttamente al simbolismo eucaristico. L’esclamazione tipica del pescivendolo “il mio pesce è vivo” richiama la nascita della coscienza dei Cristiani, i piccoli pesci usciti vivi dal Fonte battesimale da che erano morti.

I Re Magi, invece, dal punto di vista del simbolismo cosmologico, rappresentano il viaggio notturno del sole, proveniente da oriente, che termina solo con la nascita del “nuovo sole”: il Bambino. I nomi ad essi attribuiti dalla tradizione sono Gaspare, MelchiorreBaldassarre.

Il cinquantaduesimo elemento essenziale è rappresentato dal corteo dei pastori ed in passato tutti i pastori erano raffigurati in atteggiamento orante ed il gesto delle mani doveva esprimere i diversi “stati d’animo” che questi sperimentavano in quella veglia di quella notte.

Questo corteo arriverà al Bambino, attraverso una spelonca, cinquantatreesimo elemento,  che si trova allo stesso livello della Grotta della Natività e attraverso la quale  tutti questi  elementi e personaggi saranno introdotti nel cuore del presepe.

Il cinquantaquattresimo elemento essenziale del presepe è costituito dalla grotta, che si trova sempre nel punto più basso del presepe e sempre al termine di un lungo e tortuoso percorso, spesso a spirale o labirintico. In quanto grotta può considerarsi come il confine fra le tenebre e la luce, fra l’inconscio – nella duplice possibile accezione di ciò che si trova al di sopra del razionale e di ciò che, invece, è illogico, caotico, al di sotto di ciò che è razionale – e il razionale.

“Core cuntento ‘a loggia”, personaggio ilare e positivo, rappresenta il cinquantacinquesimo elemento, per quanto collegato anche col Timor di Dio, particolarmente evidente sul volto di alcuni pastori: si veda, ad esempio, qualche rappresentazione di quello che viene indicato con il nome specifico di pastore della paura e non della meraviglia.

Di tutti gli angeli che discendono sulla grotta proteggendo e glorificano il Bambino, cinque sono quelli essenziali: il primo, cinquantaseiesimo elemento, con la scritta: “Gloria in Excelsis”, che rappresenta la “Gloria del Padre” posto sulla grotta al centro.

Alla sua destra, cinquantasettesimo elemento un angelo con un Incensiere e che rappresenta la “Gloria del Figlio” .

Alla sinistra dell’angelo della Gloria del Padre, un angelo rappresentato con una Tromba e che rappresenta la “Gloria dello Spirito Santo” .

Gli altri due non sono sempre raffigurati e non sono così essenziali come i primi tre: uno con i piatti metallici esprime l’osanna dei Re, cinquantanovesimo elemento, mentre l’altro angelo, sessantesimo elemento, raffigurato con un tamburo, esprime l’osanna del popolo.

Il sessantunesimo elemento essenziale è la mangiatoia, termine dal quale deriva etimologicamente il presepe. Il richiamo al deserto del quale la mangiatoia è espressione indica la dimensione ascetica della Via cristiana di vittoria e liberazione dalla morte e dalla corruzione. Tutto il percorso del presepe allude a ciò che la mangiatoia richiama: la Natività con tutto ciò che essa comporta e che sarà ulteriormente chiarito dalle fasce.

Il sessantaduesimo elemento essenziale, collegato con la mangiatoia e con le due lavandaie, sono le fasce.

Il sessantatreesimo elemento essenziale del presepe è il bue che, assieme all’asinello, rappresenta le forze cosmiche presenti alla nascita di Gesù. In genere queste forze sono polari e opposte e per questo si è attribuito a questa coppia di animali, tra gli altri, anche il significato simbolico di esprimere le forze benefiche e malefiche, delle quali il bue rappresenterebbe quelle benefiche e l’asinello quelle malefiche.

L’asinello, il sessantaquattresimo elemento del presepe, si ricollega, come descritto, al bue, con il quale forma una coppia inscindibile. All’asino viene attribuito, come espressione marcatamente sinistra di forze diaboliche, il raglio.

Le lavandaie o le levatrici costituiscono il sessantacinquesimo elemento: sono due e lavano il Bambino, che poi fasceranno e i panni del parto. Sono, tra l’altro, testimoni della Verginità di Maria prima e dopo il parto.

A quest’ultima coppia di personaggi, si collega l’ennesima presenza demoniaca nel presepe, ripresa da alcuni racconti apocrifi. Si tratta della lavandaia col piede di capra: sessantaseiesimo elemento. È il demonio stesso che vuole capire se è nato veramente il Messia e se la Vergine ha realmente partorito.

Per esorcizzare e difendersi dai tanti elementi demoniaci presenti nel presepe il sessantasettesimo elemento è costituito dalla presenza di erbe “apotropaiche”: secondo la tradizione partenopea non bisogna mai porre il presepe in una camera da letto, mentre bisogna sempre contornarlo di erbe magiche, per la precisione il muschio, il mirto o il bosso (la mortella), il rosmarino, il pungitopo, il rosmarino, il timo serpillo e soprattutto le spine del vepere, detto anche “restina” o la spina cardella.

Il sessantottesimo elemento del presepe è costituito dalla vergine Stefania, che voleva vedere il Bambino, ma non essendo né sposata, né madre le fu impedito dagli Angeli: Stefania prese allora con se una pietra e l’avvolse in fasce fingendo che si trattasse di suo figlio e riuscì ad entrare nella grotta. Alla presenza della Vergine la pietra starnutì e nacque Santo Stefano, che è rapèresentato all’interno del presepe come pietra e poi bambino, un elemento che può essere preso assieme o separatamente da quello di Stefania.

Il sessantanovesimo elemento del presepe è rappresentato dallaluminosa nube vivente che porta la pioggia celeste viene per farla stillare sulla terra, e irrigarne il volto. La rondine spirituale che porta in seno la primavera della grazia, per ineffabile disposizione la partorisce, dissipando l’inverno ateo. La reggia pura ed incontaminata introduce in una grotta il Re incarnato”.

Il settantesimo elemento è costituito da San Giuseppe, che nel presepe è rappresentato sia nella grotta che fuori, turbato e pensieroso.

Il settantunesimo elemento essenziale del presepe è il vecchio tentatore di San Giuseppe,  il demonio stesso che cerca di insinuare il dubbio nel Santo circa la concezione di quel bambino. Nella tradizione popolare, talvolta, in modo consapevole, gli spettatori delle rappresentazioni popolari danno voce a questo tentatore.

Infine, il settantaduesimo ed ultimo elemento essenziale del presepe, dal quale dipendono tutti gli altri, è Gesù bambino.

I simboli del presepe napoletano

Nel suo “Viaggio in Italia”, Goethe  scriveva “Ecco il momento di accennare ad uno svago caratteristico dei Napoletani: il Presepe”: lo scrittore tedesco, infatti, aveva intuito che il presepe napoletano rappresenta un incredibile insieme di simboli dal sorprendente valore spirituale il cui significato rimanda al cammino di realizzazione iniziatico dell’uomo.

Mio nonno, come la maggioranza dei napoletani più legati alle tradizioni popolari, amava costruirsi da solo il proprio presepe, ed ogni anno ne costruiva uno nuovo, da regalare poi a noi nipotini.

Rappresentazione a tutto tondo della nascita di Gesù, il presepe prende il nome dal latino praesepe o praesepium, ovvero “mangiatoia”, “stalla, grotta” e conta 72 elementi fondamentali : per cominciare, tutta la rappresentazione è misterica e vi sono due aspetti fondamentali a sottolinearlo, ovvero il tempo sospeso e l’ambientazione notturna.

Il primo elemento essenziale del presepe napoletano è la sua struttura, che prevede uno “scoglio”, costituito da un sughero il cui colore scuro,  che è già segno di un aspetto notturno ed è legato ai misteri. Questo simbolo del presepe rappresenta anche il viaggio interiore che affronta l’uomo, che si esprime in due figure cardine (anche se si tratta di due aspetti diversi di un unico personaggio) ovvero Benino e l’uomo della meraviglia.

Il secondo elemento essenziale  è il cielo stellato, che evoca una certa corrispondenza – evidente nell’iconografia della Natività – con la stella: il cielo evoca il viaggio, il percorso misterico in ciò che era “celato”.

Il terzo elemento è il primo personaggio “umano” del presepe: Benino, nella tradizione napoletana raffigurato come dormiente, che qualcuno erroneamente è convinto rappresenti l’umanità indifferente al messaggio di salvezza che viene dalla grotta, in realtà ha una particolare corrispondenza con l’icona dell’Anapesson, ovvero una raffigurazione di Gesù bambino reclinato sul fianco destro e come addormentato, ma con gli occhi aperti, prefigurazione della Passione. Inoltre, il significato onirico dei novanta numeri della Smorfia napoletana coincidono con gli elementi ed i personaggi del presepe come il pozzo (67), la fontana(76), il ponte (68), il mulino (15) o la Morte (5).

Il quarto elemento è il Mulino, che si trova sullo stesso livello di Benino e del castello di Erode, ovvero quello più alto dello scoglio. Il Mulino ha una doppia valenza: è un riferimento al tempo e alla morte (nella smorfia napoletana, infatti, il significato del mulino (15) contiene anche quello della Morte (5)) . La farina e poi il Mugnaio  sono anch’essi riferimenti alla morte e così anche il bianco, il candore della neve nel presepe, richiamano la morte e il mondo dei defunti.

Il quinto elemento essenziale del presepe è il castello di Erode, colui che rappresenta l’autorità illegittima ed iniqua, che oltre ad essere avversario è definito liturgicamente “il forte” – e per questo il Cristo sarà “il Più Forte” – che si oppone al percorso che conduce alla mangiatoia o che, nelle vesti di un falso pellegrino, vuole trovarlo per ucciderlo.

Il cammino intrapreso da Benino comincia con l’assimilazione dei ritmi annuali e cosmici: per questo motivo, al secondo livello, scendendo verso la grotta e le altre grotte troviamo i “venditori”, ognuno dei quali legato ad un singolo mese dell’anno, come nelle cosiddette “quadriglie carnevalesche”, cioè le rappresentazioni che si tenevano fino al 1700 a Napoli.

Tenendo presente questa prospettiva, quindi, il sesto elemento essenziale è il salumiere che rappresenta gennaio.

Il settimo  è il venditore di ricotta e formaggio che rappresenta febbraio, mentre il pollivendolo e venditore di uccelli  rappresenta marzo.

L’ottavo elemento è il venditore di uova, che rappresenta aprile, mentre il nono è una coppia di sposi, che porta un cesto di ciliegie e di frutta e che rappresenta maggio, il decimo è il panettiere o fornaio, che rappresenta giugno, l’undicesimo è il venditore di pomodori, legato a luglio, il dodicesimo è il venditore di meloni, che rappresenta agosto, il tredicesimo elemento è il venditore di fichi o seminatore, che rappresentano, entrambi, settembre, il quattordicesimo elemento essenziale è il vinaio o il cacciatore, che rappresentano ottobre,  il quindicesimo elemento è il venditore di castagne, che  rappresenta novembre,  il sedicesimo elemento è il pescivendolo o il pescatore , che rappresentano dicembre.

Molti personaggi, secondo la lettura possibile a diversi livelli di ogni simbolo, assumono significati diversi: in particolare, il pescivendolo e il pescatore, ricompariranno ad un altro livello di lettura come elementi ugualmente essenziali del presepe e collocabili in un’altra e diversa prospettiva. Il salumiere, poi, si sovrappone spesso al macellaio, che rappresenta però il Diavolo, che ha permesso, tentando l’uomo, che la Morte, “che disfa ogni carne”, entrasse nel Mondo.

Il diciassettesimo elemento è il fiume, che si rapporta alla sacralità dell’acqua che scorre: segno presente in tutte le mitologie legate alla morte e alla nascita divina, le acque rimandano al liquido che avvolge il bambino nel seno materno, ma rimandano anche all’Aldilà, ai fiumi sui quali vengono traghettate le anime dei defunti e non c’è struttura di presepe a Napoli dove il fiume non sia rappresentato con cascate impetuose che precipitano da fenditure della roccia e dove esso non scorra addirittura con acqua autentica attivata da meccanismi tradizionale.

Questo elemento è legato ai successivi, come ad esempio, il diciottesimo, il ponte.

Il diciannovesimo elemento è il pozzo, un punto di passaggio particolarmente temibile: nell’avellinese e nel beneventano, infatti, ai bambini si diceva di fare attenzione ad avvicinarsi ai pozzi, perché si rischiava di essere trascinati giù dalla mano nera. La notte di Natale nell’est Europa, invece, non si beve l’acqua del pozzo e nella stessa area geografica si sosteneva che la notte di Natale in fondo ai pozzi apparissero i volti delle persone che sarebbero morte durante l’anno, a confermare, ancora una volta, che il pozzo è elemento di collegamento col mondo degli inferi.

Il ventesimo elemento essenziale è il cacciatore: qualcuno potrebbe far notare che questa figura sia anacronistica, poiché di solito imbraccia un fucile, mentre, in realtà, le figure in coppia del cacciatore e del pescatore rinviano ad arcaiche rappresentazioni dei cicli ed in genere il cacciatore si colloca in alto, mentre il pescatore è situato in basso, vicino il fiume.

Inoltre, in tutte le antiche tombe egizie, etrusche e italiche sono ricorrenti le raffigurazioni funerarie della caccia e della pesca.

Il ventunesimo elemento è la lavandaia, che si trova nei pressi del fiume, associata all’idea di purificazione.

Il ventiduesimo elemento essenziale è il pescatore, in diretto collegamento con i primi cristiani, che designavano se stessi come pesciolini, perché nati a nuova vita nelle acque battesimali. Gesù stesso, nei primi tempi cristiani, era indicato con il simbolo del “pesce”.

Il ventitreesimo elemento essenziale che appare nel presepe è quello costituito dai mendicanti, che rappresentano i morti (le anime pezzentelle): così come le anime pezzentelle essi appaiono in parte privi dell’uso del proprio corpo e simboleggiano i defunti che attendono di essere aiutati attraverso le preghiere e le opere dei vivi.

Il ventiquattresimo elemento è costituito dalle pecore – e molto spesso le capre – che rappresentano le anime in un percorso che talvolta assume caratteri non solo paradisiaci, ma anche infernali.

Il venticinquesimo elemento è il pastore, che rappresenta uno psicopompo, ovvero la una figura che svolge la funzione di accompagnare le anime dei morti nell’oltretomba, nell’atto di condurre le pecore, che ha spesso alcuni elementi di Ermes/Mercurio.

Il ventiseiesimo elemento essenziale del presepe è la zingara, spesso associata alla chiaroveggenza, che porta con se dei ferri, che preannunciano la crocifissione: la sua presenza è drammatica, poiché essa porta in mano e nel cesto arnesi di ferro, metallo usato per i chiodi della crocifissione. Questo personaggio è collocato vicino all’osteria o in un luogo del presepe lontano dalla grotta: in un certo senso la zingara richiama anche la figura e la funzione della Sibilla Cumana.

Il ventisettesimo elemento essenziale è il monaco: il “munaciello” è uno spirito spesso demoniaco ma anche benigno protagonista di leggende e storie napoletane. Si narra che il munaciello una volta infestata la casa regala i numeri da giocare al lotto a patto che si mantenga il segreto, ma molto spesso fa solo dispetti o addirittura porta la gente alla follia e pesino alla morte. Nelle leggende napoletane questo personaggio è anche messo in relazione con i pozzi, che addirittura amministrerebbe e talvolta avvelenerebbe. Personaggi, non sempre presenti, che appaiono a questo livello della rappresentazione assieme al monaco, sono i monacelli, posti spesso sul ponte e che rappresentano i 12 mesi dell’anno che passano.

Il ventottesimo elemento sono i bambini, considerati alla stregua dei poveri e che nel folclore sono considerati vicari dei morti perché sono privati della possibilità di bere e di mangiare: per tale motivo le offerte di cibarie e di bevande ai defunti possono effettuarsi mediante elemosine o elargizioni ai mendicanti e ai poveri, che ne sono equivalenti simbolici. Quindi anche i doni alimentari elargiti ai bambini equivalgono ad offerte funerarie e questo spiega la distribuzione di doni e di dolciumi ai bambini nel periodo natalizio e chiarisce il ruolo di protagonisti che essi assumono durante le feste di Natale e dell’Epifania.

Il ventinovesimo elemento essenziale del presepe è l’uomo sulla scala che coglie i fichi, che, assieme al trentesimo elemento, il mugnaio, imbiancato e pallido come un morto, rappresentano la morte.

Per il momento concludo questa prima parte dedicata ai primi trenta simboli del presepe napoletano, clicca qui per leggere la seconda parte.

Cosa cercano di dirci i sogni?

A cosa serve sognare?

Se per qualcuno sono solo sciocchezze senza alcun significato oppure un normale meccanismo necessario a consolidare i ricordi della giornata, altri, che magari si ritengono più spirituali, credono che si tratti di  messaggi da un altro mondo, forse dall’aldilà.

Ma se i sogni nascono da attività cerebrali casuali, come mai sembrano svolgersi in modi così coerenti? E se si tratta solo di banali rielaborazioni degli eventi della giornata, come mai sono spesso così vividi, fantasiosi o surreali?

James Hollis, uno psicoterapeuta junghiano secondo cui i sogni non sono per niente insensati, si chiede “chi mai inventerebbe certe cose?”

Notte dopo notte, quando andiamo a letto, ci passano per la mente storie folli e complicatissime sulle quali non abbiamo nessun controllo, ed è una cosa davvero affascinante.

Nonostante i sogni siano difficili da analizzare in laboratorio in quanto si tratta di esperienze molto personali, gli studi di alcuni ricercatori tra cui Matthew Walker, che ha scritto alcuni libri sull’argomento, fanno pensare che i sogni siano una sorta di analisi notturna: durante la fase REM rielaboriamo emotivamente le esperienze che ci hanno messo alla prova, ma senza un neurotrasmettitore come la noradrenalina che induce l’ansia .

Nel corso degli esperimenti, le persone alle quali venivano mostrare immagini con una forte carica emotiva reagivano con più calma quando le rivedevano dopo una buona nottata piena di sogni: un risultato difficile da ottenere sia con un sonno senza sogni sia con il semplice passare del tempo.

Quasi certamente Carl Jung non avrebbe accettato questa spiegazione, perché sosteneva che i sogni sono messaggi dell’inconscio il cui scopo è quello di offrirci dei simboli che rappresentano intuizioni che sfuggono alla mente cosciente.

Quando un sogno ci colpisce particolarmente, infatti, ce lo scriviamo, lo analizziamo con o senza l’aiuto di un analista, ipotizziamo diverse interpretazioni, e se una ci sembra quella giusta – se ci ha fatto venire la pelle d’oca e ci ha provocato una forte emozione – cerchiamo di approfondirla.

Se però Jung si fosse sbagliato e i sogni fossero davvero dei fenomeni casuali, trattandoli come se fossero potenzialmente significativi e prendendo in considerazione solo quelle interpretazioni che ci sembrano corrette, finiamo comunque per capire qualcosa di importante.

Chiederci che cosa stanno cercando di dirci i nostri sogni significa, quindi, farci domande profonde e difficili che altrimenti eviteremmo, anche se magari non stavano cercando di dirci proprio nulla